Lehman Brothers: banca condannata

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A quasi due anni di distanza dal clamoroso fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, – colata a picco con 630 miliardi di dollari di debiti in una notte di metà settembre 2008 – finalmente buone nuove per i risparmiatori italiani.

Il Tribunale di Udine, con sentenza del 5 Marzo 2010, ha condannato l’istituto di credito a risarcire il danno subito da un cliente al quale erano state vendute obbligazioni della banca d’affari americana ritenendo che il risparmiatore non sia stato adeguatamente informato sulle caratteristiche dell’investimento posto in essere.

Nel caso in questione, nell’Ottobre 2007, un risparmiatore friuliano effettuava l’acquisto di obbligazioni Lehman Brothers, subendo, successivamente al fallimento della banca americana, un notevole pregiudizio economico.

Conveniva, quindi, in giudizio l’Istituto di credito, lamentando la violazione delle norme che impongono all’intermediario di informare adeguatamente il cliente sulle caratteristiche del titolo acquistato e sui rischi connessi alla specifica operazione nonché di segnalare per iscritto l’inadeguatezza dell’operazione qualora le caratteristiche soggettive del cliente siano tali da far ritenere l’investimento inadeguato rispetto al suo profilo di rischio (nel caso in questione, prima del contestato acquisto, il risparmiatore aveva quasi unicamente investito in titoli di stato italiani).

Il Tribunale di Udine ha pienamente accolto le domande dell’attore, stabilendo che l’Istituto bancario avrebbe dovuto informarlo: “…del rischio più rilevante che l’investimento in obbligazioni Lehman B. comportava, ovvero quello del mancato rimborso del capitale investito ”.

Ed inoltre, “ […] la banca non ha provato in giudizio di aver fornito alcuna informazione al cliente se non quella generica (e per vero “fuorviante”) che si trattava di obbligazione con rating A+ e classe di rischio “1” e cioè bassa […]”.

Per due ordini di motivi, il tenore letterale delle suddette motivazioni è senza dubbio innovativo ed appagante per le vicende occorse agli investitori italiani.

Ed infatti, il rating, a cui molte banche italiane (nonché il Consorzio Patti Chiari) si sono appellate per discolparsi, in quanto indicatore atto a rappresentare e “monitorare” il rischio di credito associato a una obbligazione, è risultato fallimentare soprattutto nel caso della banca Lehman Brothers; infatti, le maggiori agenzie di rating avevano portato i titoli della banca d’affari americana  a CCC (grado di indicazione di un “quasi” fallimento) soltanto il 15 settembre, proprio il giorno dell’annuncio del ricorso al Chapter 11, la procedura di fallimento pilotato previsto dalla legge fallimentare statunitense.

Inoltre, il Tribunale ha stabilito che anche l’informazione relativa al rischio di non rimborsabilità debba rientrare tra gli obblighi informativi previsti in capo all’istituto bancario.

Vi è da dire che nel caso “Lehman Brothers”, gli indicatori “impliciti” della probabilità di fallimento, desumibili dalle quotazioni di alcuni strumenti di mercato, sono stati molto più efficienti dei rating.

Il Cds (e cioè l’accordo fra un acquirente ed un venditore per mezzo del quale l’acquirente paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito – come ad es. il fallimento del debitore) è stato lo strumento utilizzato dagli studi di ingegneria finanziaria per dedurre la probabilità di fallimento a partire dalle quotazioni di mercato di uno strumento finanziario. In sostanza la probabilità implicita di default è un indicatore fondamentale per il monitoraggio del rischio di fallimento associato ad un emittente, in quanto incorpora tutta l’informazione disponibile sul mercato riguardo alla solidità finanziaria dello stesso.

Cosa è successo nel caso di Lehman? L’applicazione di determinate procedure alla quotazioni dei Cds mostra che la probabilità di fallimento cominciava ad aumentare notevolmente sin da Febbraio 2008, attestandosi intorno al 12% tra luglio ed agosto, per poi esplodere in prossimità del 15 settembre. Il mercato interbancario, dunque, già da mesi prima della data del fallimento, aveva lanciato tutti i segnali necessari sul reale stato di salute della banca e l’affidabilità delle sue obbligazioni. Con buona pace dei rating e dell’ansia di riforma delle agenzie. Le banche, pertanto, non potevano non sapere della rischiosità dei titoli.

I legali dell’Unione Nazionale Consumatori  sono a disposizione degli investitori per una valutazione della propria posizione. A tal fine, Vi invitiamo a segnalarci il caso al nostro sportello “SOS RISPARMIO”.

Autore: Avv. Valentina Greco
Data: 5 maggio 2010

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