Il valore socio-economico degli allevamenti

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Dal punto di vista socio-economico, la pratica dell’allevamento rappresenta un’importante fonte di reddito ed è un elemento di tutela delle tradizioni e della biodiversità. Qualsiasi valutazione dell’impatto di questa attività e dei suoi prodotti sull’ambiente in cui viviamo, infatti, dovrebbe necessariamente basarsi su una visione di insieme, inclusiva delle considerazioni riferite a tutti i modi in cui i derivati dell’allevamento sono in grado di rappresentare un valore per l’uomo.

La zootecnia, oltre a garantire la presenza dell’uomo su territori che altrimenti verrebbero letteralmente abbandonati a se stessi e quindi privati di una qualsiasi forma di controllo o salvaguardia, rappresenta da secoli una fonte di reddito particolarmente importante. Che, allo stesso tempo, contribuisce a mantenere in vita antiche tradizioni.

Il valore socio-culturale delle pratiche di allevamento del bestiame è visibile non solo nel fornire reddito e alimenti generalmente di alta qualità che contribuiscono a garantire sicurezza alimentare e nutrizione, ma allo stesso tempo anche carburante, energia, materiali da costruzione e fertilizzanti. Secondo la FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), il valore socio-culturale dell’allevamento è particolarmente elevato, in quanto nel mondo “il bestiame è fondamentale per il sostentamento di circa un miliardo di persone povere”, e dà lavoro a circa 1,3 miliardi di individui.

Anche in Italia, paese che risente in modo a dir poco marcato degli effetti di una crisi economica che non accenna a diminuire, il ruolo economico della produzione di carne e di prodotti lattiero caseari ha un valore che travalica la mera generazione di reddito. La produzione interna di latte e carne, infatti, da una parte costituisce la prima voce fra le principali produzioni agricole italiane, dall’altra riveste un ruolo importante in varie economie locali, che contribuiscono in modo non indifferente al totale nazionale.

I dati elaborati dal Centro Studi Sprim di Milano parlano chiaro: nel 2010 i ricavi ottenuti nel nostro Paese grazie agli allevamenti hanno portato introiti alle aziende pari a 36.216 milioni di euro. Le aziende agricole attive nell’allevamento del bestiame, in Italia, sono quasi 510 mila, di cui il 28% impiegate nell’allevamento di bovini, il 21% in quello di suini e il 16% in quello avicolo.

Nel settore agroalimentare, le aziende impiegate nell’allevamento di bovini sono 124 mila, con un fatturato reale di 5.900 milioni di euro (pari al 5% del fatturato totale dell’industria alimentare) e un valore monetario all’export di 419 milioni di euro. Quelle che invece si dedicano all’allevamento di suini sono circa 26 mila, e il loro fatturato è il più alto di tutto il settore agroalimentare: 7.601 milioni di euro (circa il 6,3% del fatturato totale dell’industria alimentare) e un valore all’export di ben 985 milioni di euro. Ci sono poi i 9.346 allevamenti di conigli e i quasi 24 mila allevamenti avicoli, che senza considerare la produzione di uova hanno fatturato ben 5.320 milioni di euro nell’anno in questione (circa il 4,4% del fatturato dell’industria alimentare), esportando capi per 245 milioni di euro.

Insomma, parlare di produzione di carne, latte o formaggi va al di là delle questioni alimentari, nutrizionali ed ambientali, temi di primaria importanza su cui il settore sta focalizzando sempre più la propria attenzione. Implica anche il fatto che, sia direttamente che per indotto, la zootecnia in Italia dà lavoro a decine di migliaia di persone, supportando da una parte culture e tradizioni secolari che rischiano di scomparire, dall’altra un’economia che non ha forse mai affrontato un periodo così difficile come quello attuale

Autore: Assocarni
Data: 11 giugno 2014

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