Aspetti economici e sociali della filiera bovina

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964 (Sdc – mar. 2015) – In Italia, l’allevamento del bovino da carne è una realtà diffusa soprattutto nelle regioni la cui tradizione agricola fornisce mais e cereali, principali alimenti utilizzati negli allevamenti. L’insufficiente disponibilità di capi di origine autoctona rispetto alla domanda nazionale di carne ha stimolato, a partire dagli anni ‘60, un flusso di approvvigionamento di vitelli provenienti dall’Unione Europea e in particolare dalla Francia, da dove provengono bovini di razze particolarmente adatte alla produzione di carni di qualità.

La filiera della carne bovina italiana è caratterizzata dalla produzione del vitellone e del vitello. In generale gli allevamenti bovini possono essere classificabili in tre tipologie:

  • estensivo, dove gli animali vivono liberi all’aperto o in ricoveri temporanei e si nutrono da soli nei pascoli. È una tipologia di allevamento che deriva da quello rurale, dove la gestione dei capi si avvicina alle condizioni di vita naturali dell’animale facendo uso di tutti gli spazi e delle risorse naturali disponibili. É sviluppato in territori caratterizzati da grandi pianure con un basso livello di antropizzazione, come molti paesi del Nord Europa;
  • semi-intensivo, in cui gli animali hanno a disposizione stalle per un ricovero stabile, ma pascolano all’aperto;
  • intensivo, condotto da grandi o piccole aziende zootecniche, dove gli animali vengono allevati in ambiente confinato e protetto. Si basa sull’adozione di tecniche scientifiche e industriali che permettono di ottenere il maggior risultato con un minor spazio. Questo è il tipo di allevamento maggiormente praticato, dove il territorio è caratterizzato da superfici pianeggianti ridotte, molto fertili con un elevato livello di antropizzazione.

In Italia, nel 2013 il patrimonio bovino italiano ammontava a 6 milioni di capi, di cui il 70% circa nelle regioni del nord, in particolare in Piemonte (12%), Lombardia (20%), Emilia Romagna (14%) e Veneto (10%). La filiera bovina è composta da un alto numero di attori, con notevoli differenze di tipo produttivo ed organizzativo. Il settore è infatti estremamente frammentato in un alto numero di aziende generalmente di piccole dimensioni.

Alla fine del 2013 risultavano registrati circa 80.000 allevamenti di bovini da carne, di cui oltre 63.000 di dimensione uguale o inferiore ai 20 capi, in linea con la dimensione media nazionale – che si attesta intorno a 21 capi per azienda. Pur essendo aziende di piccola dimensione, che presentano spesso diversificazioni in attività agricole secondarie o complementari secondo la localizzazione geografica (seminativi, frutteti, viticoltura, ecc.), si tratta di aziende che richiedono comunque una certa intensità di lavoro, anche se quasi esclusivamente di natura familiare.

Ricerche condotte dal CRPA di Reggio Emilia su campioni di allevamenti del centro Italia (Umbria e Marche) e del Piemonte mostrano che, mediamente, questo tipo di allevamenti impiega comunque da 1,5 a 2 unità lavorative, per lo più rappresentate dal conduttore e da collaboratori appartenenti alla sua cerchia famigliare. Oltre la soglia dei 100 capi rientrano gli allevamenti di tipo professionale, che permettono di raggiungere maggiore efficienza rispetto a quelli di dimensione inferiore.

Negli ultimi anni, il valore della produzione degli allevamenti di bovini da carne si è attestato a circa 3,6 miliardi di euro (dati Coop Italia), e hanno generato in fase di produzione un fatturato di circa 6 miliardi di euro. Il valore dei prodotti corrispondenti immessi sul mercato al consumo è invece quantificabile in circa 14 miliardi di euro.

Rispetto al PIL nazionale, la filiera bovina incide per una quota dello 0,5% e circa il 2,2% sul totale del PIL generato dall’agricoltura. I posti di lavoro direttamente impiegati nella filiera dell’allevamento e della macellazione bovina, sono stimati in oltre 80.000. A questi vanno aggiunti tutti quelli dell’indotto: chi produce e distribuisce i mezzi tecnici per l’agricoltura, chi produce gli alimenti zootecnici che vengono acquistati dagli allevamenti, chi si occupa dei trasporti, chi distribuisce e vende il prodotto finito.

Secondo uno studio sulla bilancia commerciale e gli scambi con l’estero, nel 2013 l’Italia è un forte importatore di bovini vivi e di carni bovine (fresche, refrigerate o congelate) destinate al consumo diretto o alla successiva trasformazione industriale: il tasso di auto-approvvigionamento del nostro Paese si attesta al 57,6%.

Le esportazioni, invece, hanno un ruolo marginale negli scambi commerciali dell’Italia con l’estero e sono costituite prevalentemente da carni fresche e refrigerate. Un’attività rilevante di export di carni, necessaria e strategica per ottenere un bilancio in equilibrio, riguarda però alcuni grandi operatori industriali, che riescono a ricavare quantità significative di alcune specifiche tipologie di prodotti e a collocarle nei mercati esteri, dove vengono valorizzate al meglio.

Riassumendo, si può dire che la filiera delle carni bovine ha non poca importanza per il tessuto socio-economico italiano. Nonostante gli attacchi subiti negli ultimi tempi, infatti, essa continua a generare sviluppo e occupazione, oltre che prodotti di qualità che, nonostante le mode passeggere, restano necessari in una dieta sana ed equilibrata.

Autore: Assocarni
Data: 11 marzo 2015

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Antonio

Andatelo a dire ai vegani che mangiando solo tofu, tra le altre cose, creano danni economici e occupazionali ad uno dei settori più importanti in Italia…

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