Archivio mensile:Marzo 2013

TELEFONIA: Calenda, nodo tariffe a 28 giorni va risolto subito

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Giusto, l’emendamento va inserito nella Legge di Bilancio. Urge soluzione per evitare lunghi contenziosi

Roma, 17 ottobre 2017 – Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda ha dichiarato oggi che la questione delle fatture a 28 giorni, invece che a 30, è una cosa che va messa a posto il più rapidamente possibile, perché è una cosa inaccettabile.

“Bravo, giusto! Allora si batta con noi per inserire l’emendamento nella Legge di Bilancio” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

“L’intervento del legislatore è urgente per la semplice ragione che in questo momento, in violazione della delibera 121/17/CONS dell’Authority delle Comunicazioni, i consumatori stanno pagando per la telefonia un aumento delle tariffe dell’8,63%, ma nessuna legge attualmente in vigore prevede che quei soldi siano  poi obbligatoriamente restituiti ai clienti” prosegue Dona.

“Se, quindi, vogliamo evitare lunghi contenziosi legali e class action, la legge non solo deve estendere la fatturazione mensile anche alle pat tv e alla telefonia mobile ma deve anche prevedere l’immediata restituzione dei soldi ai consumatori ” conclude Dona.

Il notaio risponde su… donazione

E’ possibile revocare una donazione?

La donazione è un contratto e come tale non può essere revocato su iniziativa del solo donante (es., nel caso di ripensamento se il donatario non tiene un comportamento conforme alle sue aspettative). Secondo la vigente normativa, la revocazione delle donazioni può essere richiesta all’autorità giudiziaria in due casi specifici:

  • la revocazione per ingratitudine: è possibile la revoca della donazione quando il donatario abbia commesso reati gravi nei confronti del donante o dei suoi congiunti (omicidio volontario, tentato omicidio o altro reato cui siano applicabili le norme sull’omicidio; denuncia o testimonianza per reato punibile con l’ergastolo, o reclusione non inferiore a tre anni se la denuncia è risultata calunniosa o la testimonianza è risultata falsa); si sia reso colpevole di ingiuria grave verso il donante; abbia dolosamente arrecato grave pregiudizio al suo patrimonio, o gli abbia rifiutato indebitamente gli alimenti dovuti a sensi di legge;
  • la revocazione per sopravvenienza di figli: le donazioni fatte da chi non aveva o ignorava di avere figli o discendenti legittimi al tempo della donazione, possono essere revocate per la sopravvenienza o l’esistenza di un figlio, o di un discendente legittimo del donante. La revocazione può essere richiesta anche se il figlio del donante era già concepito al momento della donazione. Non possono comunque essere revocate, né per causa d’ingratitudine, né per sopravvenienza di figli, le donazioni rimuneratorie e quelle fatte in relazione a un determinato matrimonio.

Guida “Donazioni consapevoli” Consiglio Nazionale del Notariato

#nofattura28giorni: la smentita di Tim e WindTre sui rimborsi e la proposta di legge dell’on. Morani

Le voci secondo le quali la Tim e WindTre avrebbero in qualche modo rimborsato l’importo addebitato ai propri clienti con il giochetto di trasformare il mese in 28 giorni, erano false. Sarebbe stato bello, ma così non è: gli operatori tengono duro e vanno allo scontro con l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e se ne infischiano della mobilitazione della cittadinanza… Non per niente vi avevamo scritto: verificheremo!

Ebbene Tim e WindTre, bontà loro, hanno smentito. Peccato! Sarebbe stata una bella mossa, quella di ammettere l’errore, chiedere scusa e restituire spontaneamente i soldi! Una mossa che avrebbe consentito a queste aziende, peraltro, di farsi una bella pubblicità gratuita, andando su tutti i giornali, dimostrando di voler stare dalla parte del consumatore, mostrando un’etica d’impresa non comune, in Italia. Appunto, non comune! Talmente non comune, che non è vero. Torniamo, quindi, alla realtà!

Dopo le cattive notizie, passiamo alle buone. L’on Alessia Morani, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, ha mantenuto la promessa di depositare una proposta di legge che prevede l’obbligo della fatturazione dei servizi su base mensile, un irrobustimento dei poteri di vigilanza delle Authority, un aumento delle sanzioni comminabili da queste ultime e, udite udite, la restituzione delle somme indebitamente percepite da parte degli operatori.

La stessa Morani ha dichiarato: “mi auguro che il Governo, anche alla luce dell’impegno assunto dalla Ministra Finocchiaro durante il question time di metà settembre a risolvere questo problema, al fine di garantirne l’approvazione, inserisca le norme nella Legge di Bilancio. Se così non fosse, comunque, inseriremo la proposta sotto forma di emendamento alla stessa legge di Bilancio”.

Ce lo auguriamo anche noi, facciamo comunque i complimenti ad Alessia Morani, perché le Telco e Sky Italia (anche la pay-tv è passata ai 28 giorni) sanno fare una lobby furibonda in Parlamento.

Sul tema è ora intervenuto anche il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda che ha dichiarato che la questione delle fatture a 28 giorni, invece che a 30, è una cosa che va messa a posto il più rapidamente possibile, perché è una cosa inaccettabile. Bene, allora si batta con noi per inserire l’emendamento nella Legge di Bilancio.

Ecco perché dobbiamo far circolare la nostra petizione #nofattura28giorni e chiedere a tutti i nostri amici di firmarla (basta un click qui: https://www.consumatori.it/nofattura28giorni ); chi può farlo, posti questo link sui forum o sulle vostre pagine di Facebook, Twitter e altri social.

Non è ancora vinta, ma l’unione fa la forza: tutti insieme possiamo fermare gli aumenti camuffati!

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 18 ottobre 2017

Auto: occhio ai ricambi taroccati

ricambi taroccatiLa contraffazione nei ricambi auto non ha ancora dimensioni dilaganti, ma è molto pericolosa. In questo campo è doveroso distinguere tra diverse aree di problemi:

•    Ricambi contraffatti: è il caso di pastiglie e dischi freno marcati Brembo, prodotti in area asiatica; lubrificante minerale addittivato presentato nelle confezioni con il marchio Mobil 1 o Shell prodotto da raffinerie anche di grandi dimensioni, venduto in fusti da 10 galloni (~ 45 litri) per usi industriali, e trasformato in lattine o manichette da 4,5 litri, con i marchi suddetti, da “imbottigliatori”. Acquisire i marchi e riprodurli, con l’aiuto di tipografie compiacenti è gioco da ragazzi.

•    Ricambi spacciati per “qualità conforme”, come definita dal Regolamento Europeo 1400/2002 (Direttiva Monti), e ripresa dal Regolamento Europeo 461/2010, cioè “ricambi non della Casa o del fornitore di primo equipaggiamento, ma rispondenti alle specifiche costruttive e funzionali del Costruttore”; secondo  questi Regolamenti l’utilizzo di questo tipo di ricambi non pregiudica la Garanzia e del lubrificante è da considerarsi un ricambio a tutti gli effetti.

•    Compatibili: sono ricambi compatibili che possono essere montati senza modifiche all’auto, ma le cui caratteristiche non è detto che siano quelle prescritte; nel gergo corrente tale tipologia è definita “ricambio commerciale”, ed è particolarmente diffusa nei filtri (olio, aria) e nella carrozzeria. Un fenomeno emergente è quello dei turbocompressori, organi particolarmente delicati e costosi, del costo, come ricambio, tra i € 600 E € 1.500, la cui produzione, cosiddetta OEM, è generalmente affidata a industrie operanti in Cina, che in spregio ai vincoli contrattuali non esitano a offrire turbine compatibili, con marchio diverso, intercambiabili con le originali ad una frazione del prezzo (tra $ 100 e $ 200). Quello che non si sa, è ovviamente quanto siano paragonabili con le originali, sottoposte a severi controlli di qualità, in termini di affidabilità, tenendo conto della sollecitazione estrema cui sono sottoposte in esercizio (160.000 giri/minuto, temperatura 800°C).

•    Di recupero, revisionati o  rettificati: provengono dal processo di demolizione di autoveicoli o dalla lavorazione di componenti recuperati da riparazioni precedenti, che potrebbero essere, in origine di una qualsiasi delle tre categorie suddette, ma in sostanza “Usati”, sia pure con diversi livelli di affidabilità e quindi di vita residua. In questa categoria abbondano componenti critici  per la sicurezza, come pompa del servofreno, dei freni, dell’acqua, del carburante e simili.

La chiave del possibile inganno al consumatore è nelle mani dell’officina, che si procura i ricambi come meglio crede e può dichiarare al cliente quello che crede, perché le possibilità di controllo puntuale sono oggi pressoché zero.

Le turbine “compatibili” sopra descritte sono largamente usate nell’applicazione della Garanzia convenzionale per veicoli usati, dove, grazie alla nota di chiarimento al D.Lgs. 24 dell’allora Ministro Bersani, basta un orizzonte di durata di mediamente di 6 mesi, per terminare il periodo di garanzia, dopo di che liberi tutti.

La chiave del contrasto al fenomeno nella sua interezza è l’etichettatura del ricambio, di qualsiasi specie esso sia con indicazioni inequivocabili sulla sua identificazione rispetto al codice originale della casa, mediante etichetta autoadesiva, con codice a barre, da incollare sulla fattura per evidenza anche ai fini della garanzia legale. Dal Maggio 2018 con il recepimento della direttiva Europea 2014/45 il consumatone è direttamente responsabile di mantenere il veicolo i condizione di conformità alle caratteristiche di produzione, e accettare o permettere l’impiego di ricambi più economici ma non tracciabili  potrebbe tradursi  anche in pesanti sanzioni economiche.

I ricambi provenienti da rettifica o demolizione, comunque utilizzati per il “trapianto”) dovrebbero sempre riportare l’indicazione di:

•    Numero di codice originale

•    Data di revisione / rettifica

•    Firma del responsabile tecnico dell’ente di rettifica

•    Numero di telaio dell’auto di provenienza (donatrice).

Per i pneumatici l’etichetta oltre ai dati già noti come categoria di caratteristiche, dovrebbe riportare anche l’identificazione del pneumatico, riportando:

•    Numero di lotto, settimana e anno di produzione (il Dot).

•    Marca

•    Tipo (invernale, M+S, ecc).

Il preventivo del’officina dovrebbe, anche per rispettare il Codice del Consumo, obbligatoriamente riportare analiticamente la tipologia di ricambio su cui si basa l’offerta e le conseguenze della scelta indicata in termini di aspettativa di durata (MTBF) del ricambio installato.

HAI BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO? SCRIVICI ALLO SPORTELLO DEDICATO

Autore: Raffaele Caracciolo
Data: 17 ottobre 2017

ANTITRUST: l’Authority interviene su marchi elettrodomestici

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Sì agli impegni, ma talvolta servono anche le sanzioni. I consumatori segnalino le violazioni

Roma, 16 ottobre 2017 – L’Antitrust ha accettato gli impegni assunti da Whirlpool (marchi Indesit, Ariston, Ignis e Whirlpool, Bauknecht, Kitchen Aid, Scholtes. Whirlpool), Candy Hoover (marchi Candy, Hoover e Zerowatt) e Electrolux (marchi Aeg, Electrolux, Rex, Zanussi e Zoppas), chiudendo tre istruttorie avviate nel marzo 2017 per le modalità di prestazione dell’assistenza a domicilio tramite i Centri di Assistenza Tecnica nel caso di richieste di intervento in garanzia legale per i grandi elettrodomestici venduti da terzi (ad es. grande distribuzione e negozi specializzati).

“Non siamo contrari in linea di principio al fatto che l’Authority si accontenti anche solo dell’accoglimento di impegni da parte delle aziende che mostrano spirito costruttivo e volontà di collaborare, dato che quello che conta è il risultato finale” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. 

“Talvolta, però, specie a fronte di una danno nei confronti dei consumatori, è opportuno procedere con sanzioni, possibilmente dissuasive, anche per lanciare un segnale ad altre aziende, non coinvolte nell’istruttoria, che attuano politiche analoghe” prosegue Dona.

“In questo caso, ad esempio, molti consumatori ci hanno rimesso 30 euro per interventi che avrebbero dovuto essere a totale titolo gratuito, dato che gli elettrodomestici si erano guastati durante i due anni di garanzia legale. Chi indennizza ora quei consumatori?” prosegue Dona.

“Vigileremo comunque sugli impegni presi e invitiamo i consumatori a segnalarci ogni violazione dell’accordo” conclude Dona.

Di seguito gli impegni assunti da Whirlpool, Candy Hoover e Electrolux:

a) non richiedere più il pagamento di alcun diritto di chiamata per gli interventi in garanzia, anche dopo i primi 6 mesi dalla consegna;

b) non escludere alcuna parte dei prodotti dalla garanzia legale di conformità, anche quando trattasi di parti usurabili;

c) non utilizzare numeri a sovrapprezzo per le richieste di intervento da parte dei consumatori.

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A Milano l’ultima tappa del Festival

Festival della Crescita

Ultima tappa del Festival della Crescita 2017: dal 19 al 22 ottobre a Milano al Palazzo delle stelline. Anche quest’anno il Festival, promosso dal Future Concept Lab e che vede il Presidente di Unc Massimiliano Dona tra gli ambasciatori della crescita, ha percorso numerose città d’Italia “stimolando –come spiega l’ideatore Francesco Morace–  il confronto su strategie e modelli di sviluppo che affrontano la sfida della sostenibilità umana e ambientale, facendo conoscere e mettendo in circolo la generatività e l’innovazione a tutto campo, attraverso la capacità italiana di entrare in risonanza con il mondo, alimentando una idea felice di qualità della vita”.

Scarica il programma del Festival della Crescita

Anche in questa tappa milanese nel corso di quattro giorni densi di incontri, talk, performance, convivi e laboratori si darà ampio spazio a riflessioni e progetti condivisi con nuove idee da “coltivare”. I settori che saranno messi a fuoco andranno dall’agricoltura all’impresa sociale, dal design all’educazione per grandi e piccoli, dal dialogo tra analogico/digitale a quello tra pubblico/privato, dalle sfide intergenerazionali a quelle interculturali, dalla mobilità nelle città del futuro alla mobilità del pensiero creativo.

Per sapere di più vai su www.festivalcrescita.it


Il primo giorno del Festival, giovedì alle ore 18,30 sarà presentato il libro “Crescere. Un manifesto in dodici mosse” (Egea) che racchiude gli interventi di 14 ambasciatori della Crescita tra cui anche il Presidente Dona. Il libro, vero e proprio Manifesto della Crescita, con la sua coralità di interventi, disegna –da punti di vista diversi e complementari– una prospettiva nuova entro cui ripensare in profondità il processo stesso di generazione del valore: un’idea di sostenibilità espansiva, non privativa o decrescente, ma tutta fondata sulla forza delle relazioni umane.

Scarica il save del Festival della Crescita

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 16 ottobre 2017

chiamate indesiderate

Come dire stop alle chiamate indesiderate

Non si ferma la protesta dei consumatori che scrivono alle associazioni dei consumatori per chiedere come difendersi da quelle chiamate indesiderate che ci tormentano a tutte le ore del giorno da parte di call center spesso insistenti e aggressivi che disturbano con l’obiettivo di vendere qualcosa a tutti i costi, magari indurci a cambiare operatore di telefonia o di energia, presentandoci contratti convenienti soltanto sulla carta!

Purtroppo attualmente non ci sono delle regole severe ed efficaci (anche se grazie al nostro intervento è allo studio un disegno di legge) che mettano un freno all’aggressività di alcuni operatori e d’altra parte, il Registro Pubblico delle Opposizioni, che doveva servire a chi si iscrive per esprime il diritto di opposizione alle chiamate di telemarketing si è rivelato un fallimento. Il problema è che se abbiamo già espresso il nostro consenso al trattamento dei dati magari in altre occasioni (come ad esempio per sottoscrivere una carta fedeltà o qualsiasi contratto) il telefono continuerà a squillare!

Cosa fare dunque?

Allo stato attuale, per difendersi è utile ricordare che è nostro diritto sapere dove è stato reperito il nostro numero (cioè il soggetto a cui abbiamo ceduto i dati per usi pubblicitari) e che il nostro consenso può essere revocato inviando una raccomanda A/R con la richiesta di cancellazione. Inoltre si può fare una segnalazione al Garante della Privacy o alla Polizia Postale.

L’arma migliore, comunque, rimane la prevenzione: firmare solo il consenso obbligatorio, quello cioè necessario per fruire di un servizio, evitando accuratamente di mettere altre firme (o flaggare caselle) per fini commerciali o per la cessione di dati a terzi che non devono essere obbligatori. E’ bene, inoltre, concedere con parsimonia il proprio numero di telefono (meglio evitare ad esempio di metterlo sui social-network) e non dare consensi telefonici all’attivazione di contratti.

Ma a tutto ciò naturalmente si aggiunge l’urgenza di una seria riforma del “sistema call-center”. Per questo motivo Unione Nazionale Consumatori, Cittadinanzattiva, Movimento Difesa del Cittadino e Udicon lanciano la petizione per un teleselling rispettoso della privacy e delle persone (#nondisturbarmi).

FIRMA LA PETIZIONE “STOP CHIAMATE INDESIDERATE”

 

Ecco in sintesi i punti chiave della petizione “Stop chiamate indesiderate”:

1) Introduzione di un meccanismo di corresponsabilità tra l’azienda che avvia la campagna e il call-center che fa le telefonate (per evitare rimpalli di responsabilità e di dover perseguire piccoli call-center con sede all’estero), prevedendo anche un attività di monitoraggio e di educazione da parte del gestore.

2) Potenziamento del Registro pubblico delle opposizioni, così da ampliarne le prerogative prevedendo: la possibilità di iscrivere anche i numeri di cellulare e soprattutto che una volta iscritto il proprio numero, si possano così “cancellare” tutti i precedenti consensi (in modo tale da consentire al cittadino di riprendere il pieno controllo dei propri dati).

Sarebbe inoltre preziosa l’istituzione di un Registro per censire le campagne promozionali (con indicazione dell’operatore che lancia la campagna, il periodo di riferimento e i numeri utilizzati per chiamare i consumatori) così da evitare all’utente di dover fare indagini complicate per scoprire chi lo ha disturbato

3) Incentivare gli operatori a gestire meglio i dati in loro possesso: il sistema attuale è costruito in modo tale da disincentivare le buone pratiche. Oggi, infatti, il pagamento alla Fondazione Ugo Bordoni (che si occupa del Registro) è proporzionale all’attività di scrematura dei numeri: tanto più pulisce le liste, tanto più l’azienda deve pagare la Fondazione. Ma in questo modo si disincentivano le imprese a cancellare i numeri (di fatto questi preferiscono pagare le sanzioni), mentre sarebbe meglio stabilire il pagamento in base al fatturato.

Firma la nostra petizione e dì la tua su Facebook e Twitter attraverso l’hashtag #nondisturbarmi

Scarica i poster Uomo e Donna della campagna!

Leggi a riguardo l’intervista di Massimiliano Dona su Key4biz

Autore: Simona Volpe
Data: 16 ottobre 2017

COPYRIGHT: critiche alla riforma UE da esperti e società civile

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Nell’ambito della campagna “Poche parole”, promossa dall’Unione Nazionale Consumatori, istituzioni, esperti e produttori dei contenuti si sono dati appuntamento alla Camera dei Deputati per confrontarsi sulla riforma del copyright attualmente in discussione al Parlamento europeo.

Roma, 13 ottobre 2017 – “I contenuti e le informazioni messe a disposizione dai cosiddetti aggregatori di notizie, così come quelli che condividiamo ogni giorno attraverso social, blog, siti di news sono per i consumatori una “normalità”: in Europa si discute da mesi di una riforma del copyright che, tra gli altri, potrebbe avere l’effetto di prevedere un compenso economico in favore degli editori ogni volta che un contenuto viene annunciato attraverso i motori di ricerca. Per fare il punto su questa proposta, tutt’ora oggetto di dibattito in seno al Parlamento UE, l’Unione Nazionale Consumatori ha promosso il convegno “Poche parole tra copyright e consumatori” che si è svolto alla Camera dei Deputati con la partecipazione di importanti rappresentanti delle Istituzioni, del mondo accademico e delle aziende del settore.

In apertura dei lavori Massimiliano Dona, Presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ha spiegato il perché dello slogan #poche parole: “il riferimento va alle poche parole di uno snippet, la breve descrizione che accompagna un link con la funzione di descrivere il contenuto. La proposta di cui si discute in Europa avrà probabilmente l’effetto, tra le altre cose, di cambiare gli attuali scenari grazie alla previsione di un compenso che gli aggregatori di news saranno tenuti a versare agli editori proprio per aver pubblicato uno snippet. Come rappresentanti dei consumatori riteniamo necessario contemperare due esigenze: la qualità delle fonti informative e la facilità di accesso alle news. Il tema è capire se gli strumenti proposti da Bruxelles segnano una strada giusta oppure no perché ogni qualvolta viene chiesto un compenso bisogna chiedersi se ci sono nuovi valori che meritano di essere tutelati. La nostra preoccupazione è che questa proposta non solo non salverà i bilanci dei grandi editori (dai quali, invece, è lecito aspettarsi un cambiamento dei modelli di business che venga incontro alle esigenze dell’utenza), ma che invece possa limitare oltre misura la facilità di accesso alle informazioni on line soprattutto a discapito dei consumatori ed anche dei piccoli editori indipendenti e delle start up.

Il primo contributo al dibattito parte proprio dall’Europa con il video di Marco Giorello, capo unità della DG Connect della Commissione Europea, che spiega perché la modernizzazione del diritto d’autore è oggi un obiettivo primario  Commissione:questo processo si inserisce in un quadro più ampio di ammodernamento del settore digitale -afferma Giorello- sono state infatti proposte 5 riforme per arrivare ad una riforma del diritto d’autore europeo: una di queste proposte rivisita i fondamentali della direttiva del 2001 che pone i principi della materia a livello europeo. Si vuole modernizzare questo quadro per dare una spinta all’industria europea della creatività e nella gestione dei contenuti online rispetto all’uso che ne viene fatto dai grandi motori di ricerca.

Francesco Posteraro, Commissario Agcom, ha sottolineato che “non c’è contrasto tra circolazione delle informazioni e protezione del diritto d’autore, così come non ce n’è, su un piano più generale, fra libertà e diritti”. Il Commissario Francesco Posteraro ha poi ricordato che “uno degli obiettivi prioritari delle recenti iniziative europee in materia di copyright era garantire ai consumatori di poter fruire dei contenuti in qualsiasi posto essi si trovino e con qualsiasi dispositivo. Un primo passo in questa direzione è stato fatto con l’approvazione del regolamento sulla portabilità transfrontaliera nel mercato interno dei servizi che mettono a disposizione contenuti online. Per quanto riguarda la proposta di direttiva sul diritto d’autore, io non credo che da queste norme possano nascere dei pregiudizi per i consumatori. Per proteggere gli interessi dei consumatori bisogna concentrarsi piuttosto sulla promozione dell’offerta legale e non trascurare, per altro verso, le modalità attraverso cui avviene il consumo dei contenuti in rete. Le piattaforme digitali condizionano e influenzano in maniera significativa, attraverso i loro algoritmi, le scelte dei consumatori, senza che a ciò corrisponda una responsabilità di tipo editoriale.”

Alcuni dubbi sulla riforma emergono invece dal primo panel di interventi riservato agli esponenti del mondo accademico. E’ il direttore di Key4Biz, Raffaele Barberio a lanciare il dibattito con Giovanni Maria Riccio, professore di Diritto Comparato all’Università di Salerno, Alberto Maria Gambino, professore di Diritto Privato e pro-rettore all’Università Europea di Roma e Fulvio Sarzana, professore di diritto delle nuove tecnologie per l’Università telematica Uninettuno:

Sono perplesso rispetto alla proposta che riguarda il copyright -afferma il Professor Riccio– non sul problema, che sussiste, ma su quelli che sono i rimedi. Focalizzerei la mia riflessione su due punti: il primo che tratto è quello delle esperienze spagnola e tedesca, che hanno dimostrato che va assolutamente scongiurato il rischio che un aggregatore possa decidere da un giorno all’altro di chiudere i rubinetti dell’informazione riducendo così le fonti informative a disposizione degli utenti.

D’altro canto va rilevato che la proposta di direttiva sembra difettare in termini di analisi di impatto ambientale non richiamando alcun nesso concreto tra la attuale crisi del settore editoriale e i benefici che potrebbero derivare dalla riforma. E non dimentichiamo che la storia su questo dovrebbe averci insegnato qualcosa: mentre gli operatorio dell’industria musicale facevano una guerra senza quartiere contro la pirateria, Spotify ad altre piattaforme analoghe acquistavano a basso costo interi archivi musicali con una strategia più lungimirante che oggi mostra i suoi frutti.

Aggiungo che non dovremmo parlare di una “legge su Google” perché rischieremmo di trascurare le ricadute negative  di questa riforma su altri settori,  penso ad esempio all’industria di chi fa rassegna stampa  già oggi in crisi, ma che domani potrebbe vedere la sua attività svuotata di ogni significato.

E non dimentichiamo che l’uso attuale degli snippets è assolutamente legittimo (come ricorda ampia giurisprudenza della Corte di giustizia UE) perché si tratta di contenuti già accessibili al pubblico dominio. Infine, mi sia consentito ricordare che l’articolo 11 della proposta di Direttiva prevede le stesse regole tanto per i contenuti attendibili tanto per quelli che non lo sono come ad esempio le fake news e anche questo è un limite della riforma.

Interviene Alberto Maria Gambino, professore  di diritto privato e pro-rettore dell’Università europea di Roma, citando Francesco Carnelutti il quale ricordava che “le parole sono pietre”. “Dico questo per sottolineare come sia necessario tornare alle categorie giuridiche per fare chiarezza ad esempio sulla tutelabilità autoriale della notizia: questa non può essere coperta dal diritto d’autore in quanto tale, mentre la “notizia fresca” riceve tutela solo nelle prime 16 ore. Poi, una volta uscita sui quotidiani diventa disponibile al pubblico perché ha a che fare con la formazione delle coscienze di ciascuno.

 Le piattaforme, gli aggregatori di news oggi non fanno nulla di nuovo: ricordano lo strillone che per le strade annunciava “Assassinato l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, assassinato l’arciduca Ferdinando d’Asburgo!” Oggi le piattaforme fanno lo stesso, aggregando i titoli: se poi l’utente vuole approfondire troverà le notizie sui siti dei quotidiani e se questi pubblicano dei contenuti open source, bene ma va ricordato, che questo passo è irreversibile; a quel punto non si può più chiedere un compenso.

Non trascuro la crisi dell’editoria, ne sono perfettamente consapevole, ma per dare una risposta non possiamo andare contro i principi del nostro ordinamento. Scomodare la protezione del diritto di autore per lo snippet è inappropriato: se qualcuno intende descrivere la notizia con altre parole, resta fuori dalla protezione offerta dal diritto d’autore. Se aggrego su una piattaforma utilizzando notizie che sono già state comunicate al pubblico non posso essere perciò ritenuto responsabile e non mi può essere addebitato un costo economico.

Il professor Fulvio Sarzana, docente di diritto dell’impresa del lavoro e delle nuove tecnologie all’Università internazionale telematica Uninettuno, sottolinea un altro aspetto negativo sul quale potrebbe ricadere la normativa allo studio a Bruxelles: “una delle novità più appariscenti del  progetto di riforma consiste nell’attribuire agli intermediari la responsabilità per una comunicazione al pubblico, ma temo di dover ricordare che l’atto di comunicazione non è della piattaforma! Ho quasi la sensazione che si stia cercando di ampliare oltremisura il concetto di comunicazione al pubblico. Su questo versante è purtroppo nota l’iperattività della stessa Corte di giustizia che passa dal censurare uno strumento tecnico che consente di vedere i file scaricati dall’utente alla ben nota posizione della recente pronuncia “Pirate bay” che responsabilizza la piattaforma  per un’attività di indicizzazione dei contenuti.

Forse dovremmo fare tesoro di quanto accade nell’universo americano dove la libertà di espressione è un valore prevalente. E per spiegarlo mi rifaccio all’aneddoto storico dell’architetto Robert Moses che, incaricato di progettare un ponte tra New York e Long Island ricevette la consegna di costruire un passaggio angusto per evitare che gli immigrati dell’epoca, considerati dei poco di buono (come gli italiani e gli irlandesi) potessero andare a derubare le abitazioni dei ricchi newyorkesi  in quel quartiere che doveva restare protetto dalle incursioni della criminalità. Ma chiaramente la soluzione non poté fermare i malfattori che certo non avevano bisogno dell’autobus per poter varcare il ponte che quindi da li a poco fu abbattuto e ricostruito. La metafora vale a ricordare che non è restringendo le normative che si evitano devianze e violazioni delle norme giuridiche”.

Nel secondo panel siedono l’Onorevole Isabella Adinolfi, Parlamentare europeo del Movimento 5 Stelle e Brando Benifei del Partito Democratico che sottolineano a loro volta alcune perplessità sulla riforma: “Parlare di diritto d’autore vuol dire come prima cosa garantire l’accesso all’informazione a tutti -afferma Adinolfi c’è bisogno di garantire un libero accesso alla cultura. La qualità delle informazioni andrebbe a migliorare con questa nuova riforma? Non c’è scritto da nessuna parte nella proposta sul Copyright che gli introiti devono essere reinvestiti nell’editoria o in un giornalismo migliore.”

Brando Benifei da parte sua sottolinea invece l’importanza di una mobilitazione a livello nazionale: “il livello di attenzione su questi temi deve necessariamente alzarsi. Le scelte alla base di questa norma rischiano di essere dannose per la libertà culturale e di informazione dei singoli cittadini e per chi vuole creare nuovi modelli di business. Con questa proposta, infatti, si rischia di frammentare ancora di più un mercato già in crisi e di mettere a repentaglio lo sviluppo di un altro, più giovane e dinamico, come quello digitale”.

Gianmarco Carnovale, Presidente di Roma Startup, apre il terzo momento di confronto riservato al mondo delle aziende: “nel mondo dell’innovazione circola un vecchio adagio secondo il quale gli americani innovano, gli orientali copiano e gli europei regolamentano. Parto da qui per spiegare che la riforma annunciata dall’Europa sembra tendere a realizzare un set di regole esageratamente complesse: così però anche in Europa sarà difficile che nascano imprese in grado di conquistare il mondo. Le startup sono dei tentativi di impresa che cercano di lavorare sull’esistente cercando di renderlo migliore grazie alla tecnologia e non dobbiamo quindi accettare soluzioni che mettano in pericolo questo ecosistema”.

Anche Lorenzo Losa, Presidente di Wikimedia, si esprime a proposito del rischio che le nuove regole possano rappresentare una condanna per la condivisione e l’innovazione. “Oggi quello che manca è la libertà di accesso alle opere che è tornata ad essere quantitativamente paragonabile a quella dell’800: e questo è un paradosso, nel momento in cui potremo accedere a qualunque tipo di informazione e condividerla con tutti, siamo costretti a vedere tentativi di arginare e incanalare le notizie limitandone l’accesso e la condivisione. È anche un problema di tipo economico: avere opere che non sono utilizzabili vuol dire che non c’è nessuno che può valorizzarle a livello economico”.

A sostenere la libertà di condivisione delle opere (e non solo) si aggiunge la voce di Rosa Maiello, Presidente nazionale dell’Associazione Italiana Biblioteche: “Le biblioteche sono un servizio pubblico, i nostri consumatori (noi li chiamiamo utenti) sono idealmente tutti i cittadini, di qualsiasi nazionalità, e ciò che le biblioteche chiedono da anni riguardo al diritto d’autore è di ripristinare un equilibrio che in ambiente digitale è saltato, tra diritti esclusivi dei titolari e diritti umani, tra proprietà intellettuale e interesse generale alla diffusione e all’avanzamento della conoscenza. Un libro a stampa lo compri, lo puoi prestare, lo puoi riprodurre ed utilizzare per finalità ragionevoli che vanno dalla conservazione a lungo termine allo studio, all’insegnamento, alla discussione e alla critica, alla ricerca scientifica, eccetera. Le stesse utilizzazioni in ambiente digitale dipendono invece dal permesso (licenza) rilasciato dai titolari, con la conseguenza che tutto ciò che non è espressamente consentito da specifica licenza, apparentemente è vietato. Questa proposta di direttiva dovrebbe avere appunto la finalità di alleggerire il peso dei diritti esclusivi, per liberalizzare utilizzazioni meritevoli almeno di pari tutela e stimolare una maggiore equità nel mercato delle licenze, eliminando alcune barriere legali all’utilizzo e riutilizzo ragionevole in ambiente digitale di dati e opere, per finalità di studio, ricerca, didattica, conservazione a lungo termine, promozione culturale. Se questo è il risultato atteso,  le premesse non sono del tutto rassicuranti: da un lato, gli articoli che introdurrebbero nuove eccezioni e limitazioni sono formulati in modo restrittivo e dal nostro punto di vista ancora insoddisfacente; dall’altro, il focus principale della proposta di direttiva sembra essere tutt’altro, ossia la creazione addirittura di un nuovo ‘diritto connesso’  in capo agli editori, prevista dall’art. 11, che a nostro modo di vedere complicherebbe ulteriormente il quadro  accrescendo incertezza e costi di transazione, e la previsione, all’art. 13, di nuove forme di controllo generalizzato sui comportamenti degli utenti nelle piattaforme ove questi caricano contenuti. Nel mondo delle università e degli istituti di ricerca, i ricercatori caricano i loro prodotti di ricerca in appositi repository istituzionali, spesso gestiti dalle biblioteche. Si tratta di comportamenti legittimi e persino dovuti per legge, a maggior ragione considerato che la ricerca scientifica è prevalentemente finanziata dal settore pubblico. Se anche questo genere di piattaforme divenisse oggetto di obblighi di  rendicontazione agli editori, ciò comporterebbe oneri gestionali del tutto ingiustificati.”

L’ultimo intervento della giornata è quello di Matteo Rainisio, Vicepresidente Anso: come associazione della stampa online siamo stati costretti a intervenire nel dibattito per ricordare che “non è vero che l’art.11 della proposta di Direttiva è accolto e condiviso da tutti gli editori. Parliamo di piattaforme (non ci piace parlare di Facebook, Google perché anche i piccoli blog possono essere intesi come piattaforme) e la cosa che ci preme specificare è che noi amiamo il copyright. Del resto le aziende associate ad Anso non esistono per contributi pubblici, ma perché hanno trovato dei modelli di business alternativi che ci permettono di fare un’informazione di qualità. Questo articolo 11 potrebbe precludere ai piccoli editori la possibilità di creare una startup, un giornale, un blog, etc. Non è disciplinando in questo modo il settore che si risolvono le cose. Anche perché, non dimentichiamolo, le piattaforme sono molto più veloci dei legislatori, come dimostra il fatto che, proprio in questi giorni, gli stessi Facebook e Google hanno annunciato interventi spontanei che rischiano di mettere fuori gioco le norme ben prima della loro entrata in vigore.

Chiude i lavori l’intervento dell’onorevole Sergio Boccadutri, Deputato e responsabile innovazione PD: “tutto il dibattito si può ridurre a ricordare una sola affermazione: “Internet is not broadcast”. Ed invece mi sembra che l’Europa stia trattando la rete come se fosse un mezzo analogico. Internet non è nulla di tutto questo e (per fortuna) non si possono applicare ad esso le regole della televisione. Non tutto può essere trattato allo stesso modo! Con questa normativa si va solo a mettere un “tappo” che potrebbe saltare da un momento all’altro. L’intervento della direttiva è microsettoriale perché non affronta il tema di che cos’è questa tutela nel tempo di Internet, regolamenta soltanto una parte senza tenere conto del contesto. Insomma, mi sento di poter affermare che queste ipotesi di “link tax” non rispondono a quello che è la giusta tutela del diritto d’autore: i consumatori sono alleati dei produttori di contenuti, non nemici, così come le piattaforme di diffusione dei contenuti (lo dice la parola stessa, “diffusione”), sono un “volano” ormai irrinunciabile. L’informazione di qualità si paga, ma questa non è la modalità giusta per modernizzare il diritto d’autore se è vero che con questa riforma i piccoli editori rischiano di venire schiacciati, mentre i grandi sperano (ma sarà vero?) di trarne una maggiore forza economica…Ma così il sistema rischia di essere squilibrato, quindi l’auspicio che formulo in conclusione è che l’Unione Nazionale Consumatori, che ha il merito di aver organizzato questo dibattito, voglia impegnarsi una seconda volta per aggregare idee e proposte utili a migliorare il testo di questa normativa”.

TELEFONIA: on. Morani presenta legge per stop bollette ogni 28 giorni

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Bene, ottima iniziativa, ora Governo faccia propria la proposta e Parlamento approvi legge in temi rapidi

Roma, 12 ottobre 2017 – Il vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, on. Alessia Morani, ha depositato oggi una proposta di legge che prevede per gli operatori di telefonia e pay tv l’obbligo della fatturazione mensile, un irrobustimento dei poteri di vigilanza delle Authority, un aumento delle sanzioni comminabili da queste ultime e la restituzione delle somme indebitamente percepite da parte degli operatori.

“Bene, ottima iniziativa. Ora il Parlamento approvi la legge con rapidità” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

“Il Governo deve fare propria la proposta, come promesso dall’on. Finocchiaro e spingere sulla sua approvazione, inserendola nella Legge di Bilancio” aggiunge Dona.

“E’ molto positivo che sia stata accolta una richiesta che facciamo da anni, ossia un aumento delle sanzioni comminabili dalle Authority. Non abbiamo ancora visto il testo, ma auspichiamo che si chiarisca anche che le multe devono essere sempre superiori all’illecito guadagno ottenuto. Inoltre è fondamentale che resti nel testo finale la previsione normativa di restituire le somme indebitamente percepite da parte degli operatori” conclude Dona.

Spinaci Bonduelle, non c’è la mandragora

Ad avvelenare la famiglia milanese finita in ospedale qualche giorno fa per un’intossicazione alimentare non sono stati gli spinaci Bonduelle che si sospettava contenessero mandragora: secondo, infatti i rilievi dell’Azienda di Tutela della Salute di Milano le partite di surgelati ritirate dal mercato perché potenzialmente pericolose non contenevano tracce della pianta velenosa. 

In attesa di scoprire come è avvenuto l’avvelenamento cerchiamo  di capire cos’è la mandragora, quali sono i danni che può provocare, come possono essere prevenuti e come intervenire per curarli.

CHE COS’E’ LA MANDRAGORA

La mandragora è una pianta spontanea che ha una radice abbastanza profonda di forma “antropomorfa” e molte sono le leggende sorte intorno a questa pianta. Si tratta di una pianta medicinale che contiene scopolamina, atropina, josciamina di grande importanza per la fitoterapia. Di particolare interesse sono le proprietà analgesiche, ma  sono veramente molte le malattie che potrebbero essere da questa  curate. Alla mandragora vengono anche attribuite proprietà afrodisiache.

Questi effetti si ottengono tuttavia a dosaggi molto bassi e comunque soltanto i medici fitoterapeuti sono in grado di gestire la mandragora.

Basta mangiarne poche foglie per andare incontro ad  avvelenamenti.

La mandragora cresce spontaneamente nei prati e può essere confusa con altre piante commestibili ed in particolare la borragine.

I campi adibiti alla coltivazione di ortaggi sono arati e privati di piante infestanti prima della semina. Nel caso degli spinaci il loro accrescimento è relativamente più rapido della mandragora anche se ne dovessero essere presenti i semi nel terreno. Comunque nelle produzioni intensive si utilizzano degli agrofarmaci per eliminare le piante infestanti. Non si possono però escludere degli incidenti.

COSA FARE PER EVITARE PROBLEMI NELL’ALIMENTAZIONE?

  • Non raccogliere e mangiare piante spontanee se non si ha una adeguata esperienza.
  • Se acquistate spinaci freschi o surgelati verificate che non ci siano foglie con forme differenti e sospette.
  • Se ce ne sono evitate il consumo.
  • Nel caso abbiate consumato la mandragora (o altre piante o funghi velenosi) evitate la cura “fai da te” ma ricorrete immediatamente alle cure mediche (pronto soccorso o, se disponibile, centri antiveleni). Potrebbe essere utile mostrare ai medici gli avanzi del cibo.

Per maggiori e più complete informazioni si suggerisce la lettura dell’opuscolo “Le intossicazioni alimentari da tossine naturali; guida al riconoscimento e alla prevenzione” scaricabile dal sito del Ministero della Salute.

Autore: Agostino Macrì
Data: 11 ottobre 2017