Archivio mensile:Marzo 2013

Vacanze: 66 milioni di viaggi nel 2017

Nel 2017 il numero complessivo di viaggi con pernottamento effettuati dai residenti in Italia è pari a 66 milioni e 347 mila (66 mln e 55 mila nel 2016). Quelli per vacanza sono il 91,4% (+1,3 mln su 2016), quelli per lavoro l’8,6% (-1 mln). 

Rispetto al 2016 la durata media dei viaggi aumenta lievemente e si attesta a 5,8 notti (6 per quelli di vacanza e 3,5 per quelli di lavoro), per un totale di circa 383 milioni di pernottamenti (+7,7%). 

Le vacanze lunghe (oltre quattro notti), stimate in 32,7 milioni, sono in sensibile aumento (+9,1%); scendono invece le vacanze brevi (da 29,4 a 28 milioni). I viaggi di lavoro diminuiscono (-15,6%), raggiungendo il livello più basso dal 2007 (5,7 milioni). 

Nel 2017 cresce il numero di turisti: in media, in un trimestre, ha viaggiato il 21,8% dei residenti, contro il 19,2% del 2016. 

Nella stagione estiva si concentra il 41,3% dei viaggi e oltre un terzo della popola-zione parte per le vacanze (+7,6% rispetto all’estate 2016). In estate, la durata me-dia delle vacanze è 8,4 notti, 10,8 notti le vacanze lunghe. 

Gli alloggi privati sono i preferiti (54,3% dei viaggi e 62,3% dei pernottamenti), soprattutto per le vacanze lunghe (59,1% dei viaggi, 65,5% delle notti). Le strutture collettive sono gli alloggi più frequentati per i viaggi di lavoro (80,6% dei viaggi e 70,7% delle notti). 

Il 55,7% dei viaggi è prenotato direttamente, il 36,6% avviene senza prenotazione e solo il 7,4% tramite agenzia. La quota di viaggi prenotati via Internet aumenta, rispetto al 2016, di oltre cinque punti percentuali, interessando il 44% delle vacanze lunghe e il 55% dei viaggi di lavoro. 

L’auto rimane il mezzo di trasporto più utilizzato per viaggiare (61,4% dei viaggi), soprattutto per le vacanze brevi (66,3%). Seguono aereo (18,6%) e treno (9,8%). 

L’esperto risponde su… Canone Rai

E’ vero che è stata innalzata l’esenzione del Canone Rai per gli over 75? 

Sì, il Premier Paolo Gentiloni ha annunciato che è stato firmato da parte del ministro dell’Economia e del ministro dello Sviluppo economico il decreto per l’aumento della fascia di reddito di esenzione del canone RAI per gli over 75. Gli esentati over 75 passano così da 115.000 a 350.000. 

Il decreto non è stato ancora pubblicato, e quindi non sappiamo ancora se, come da noi richiesto, prevede il rimborso del canone per quei 75enni che dal 2016 ad oggi avevano una soglia di reddito superiore a 6.713,98 euro ma inferiore a 8000 euro e che, quindi, sono stati costretti a pagare per colpa del ritardo con il quale è stato emanato questo decreto attuativo.

Ricordiamo, infatti, che la Legge di stabilità 2016 (Legge 28 dicembre 2015, n. 208), all’art. 1 comma 160, prevedeva che le eventuali maggiori entrate per gli anni dal 2016 al 2018 fossero destinate all’ampliamento sino ad 8.000 euro della soglia reddituale di esenzione per chi ha un’età pari o superiore a 75 anni.

Quindi chi ha pagato il canone in questi 3 anni, 2016, 2017 e 2018, pur avendo un reddito complessivo familiare non superiore a 8.000 euro, avrebbe ora diritto alla restituzione del canone versato.

 

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Scopri tutte le nostre FAQ

Autore: Mauro Antonelli
Data: 28 febbraio 2018

Le aziende rispondono su… acquistare e conservare il pollo

Sottoponiamo direttamente alle aziende alcuni quesiti dei consumatori. Anna da Avellino ci chiede: acquisto spesso la carne di pollo al supermercato ma come faccio a capire se è fresca? Quando arrivo a casa per conservarla è meglio toglierla dalla vaschetta e per quanto tempo può rimanere in frigo?

Oggi le condizioni di allevamento e distribuzione ci garantiscono  un prodotto fresco e sicuro.  Sta a noi però, dopo aver acquistato la carne, mantenere e valorizzarne le caratteristiche, conservandola e cuocendola nel modo giusto.

Al momento della scelta prestate attenzione alla pelle e alla morbidezza della carne. La pelle, il cui colore può variare in base alla razza e al tipo di alimentazione del pollo, non deve mai apparire asciutta o ispessita, mentre la carne deve essere morbida, rosata, lucida e umida. Annusandola, poi, deve avere un odore molto leggero,  senza sentori rancidi o comunque sgradevoli.   Se passa troppo tempo tra l’acquisto della carne e il rientro a casa, si deve evitare che si surriscaldi: basta attrezzarsi con una borsa termica per il trasporto.

Una volta arrivati a casa la carne può essere conservata in frigo circa 3-4 giorni. È un errore comune riempire il frigo alla rinfusa, cercando di occupare i posti liberi. È importante, invece, disporre ogni cosa al posto giusto, gli alimenti crudi e deperibili, come la carne, in basso, scatolame e bibite in alto, la verdura nei cassetti. 

Vuoi fare anche tu una domanda alle aziende? Manda un’email a info@consumatori.it mettendo nell’oggetto  “Le aziende rispondono” o scrivici sulla pagina Facebook UNConsumatori

Fonte: Unaitalia_Unione Nazionale Filiere Agroalimentari delle Carni e delle Uova
Data: 28 febbraio 2018

In attesa di un nuovo Governo: le nostre proposte per i consumatori

Che in campagna elettorale i partiti facciano spesso promesse non sempre sostenibili è cosa risaputa. Ma ora è il momento dei fatti concreti e chiunque avrà responsabilità di governo non può trascurare questa breve lista di interventi volti ad innalzare i livelli di tutela dei consumatori nel nostro Paese. A cominciare da un intervento di riduzione delle tasse.

Ma con un debito pubblico di 2.256 miliardi e la fine imminente del Quantitative Easing (ossia degli acquisti da parte della Bce dei nostri titoli di Stato, prevista per il prossimo settembre, con il conseguente innalzamento dei tassi di interesse), fare drastiche riduzioni di tasse diventa un atto quasi irresponsabile! Non basta ridurre il rapporto debito/Pil, sperando in un rialzo miracolo del Pil per abbassare il rapporto, ma, come sostenuto da tutte le istituzioni, dalla Banca d’Italia al Fmi, va ridotto il debito in valore assoluto, dato che è un elemento di vulnerabilità finanziaria. Un punto di tasso di interesse in più, su un debito di 2000 miliardi rappresenta una manovra correttiva di 20 mld. Una vicenda che abbiamo già vissuto nel 2011, con le conseguenti manovre portate dal Prof. Mario Monti (dall’Iva alle accise, dall’Imu al bollo auto) che sarebbe il caso di non ripetere. Certo ogni anno non scade contemporaneamente tutto il debito, ma sottovalutare il problema è poco serio.

Inoltre, di quali tasse si propone la riduzione? Non certo di quelle invisibili, che nessuno si accorge di pagare, come le accise sui carburanti o gli oneri di sistema che paghiamo nella bolletta della luce (quanti italiani si sono accorti che il 20 novembre 2017 è uscita una legge che li ha aumentati per finanziarie le industrie manifatturiere energivore?) e che, colpendo ricchi e poveri in egual misura, contribuiscono a ridurre in povertà chi già fatica ad arrivare alla fine del mese e ad impoverire il ceto medio. La promessa riguarda sempre l‘Irpef, ossia la tassa più odiata, sia perché di maggiore importo, sia perché è la più “visibile”: per pagarla ci tocca fissare un appuntamento dal commercialista (a parte i pochi privilegiati che fanno la precompilata).

Peccato che l’Irpef sia l’unica imposta che non andrebbe toccata, essendo l’ultima rimasta a rispettare il criterio di progressività sancito dall’art. 53 della Costituzione, secondo il quale il nostro sistema tributario dovrebbe essere per la maggior parte costituito da imposte progressive. Ma da tempo non è più così!

E non è solo un fatto di equità, ma anche un fattore economico: se vogliamo rilanciare i consumi dobbiamo aiutare chi fatica ad arrivare alla fine del mese, non certo chi ha un reddito talmente elevato che non ha bisogno di una riduzione delle tasse per acquistare quello che desidera.

E’ per questo stesso motivo che come Unione Nazionale Consumatori abbiamo chiesto di commisurare il bonus di 80 euro, e tutti gli altri, al reddito della famiglia (Isee), non perché vogliamo siano tolti, ma perché vadano a chi ne ha davvero bisogno.

Non possiamo più permetterci, insomma, di dare tutto a tutti, né che si tratti di bonus, né di agevolazioni fiscali, né, tantomeno, di riduzione di tasse, come la flat tax. Anzi, se c’è un motivo, poi, per il quale il ceto medio italiano è diventato povero, è proprio perché in questi ultimi vent’anni mentre con una mano si riduceva l’Irpef o l’Imu sulla prima casa (altra abolizione che riscuote consenso elettorale: chi non è affezionato al focolare domestico?), con l’altra si aumentavano tasse invisibili e balzelli vari (dalle accise sui carburanti, che nel 2011 hanno subito ben 5 rialzi, agli oneri di sistema per la bolletta della luce) oppure si tagliavano i trasferimenti agli enti locali, che da un lato hanno ridotto i servizi e dall’altro hanno aumentato le imposte e le tariffe locali (dall’acqua ai rifiuti) non rispettose certo del criterio della capacità contributiva.

L’aumento dell’Iva, ad esempio, avvenuto prima nel settembre 2011 e poi nell’ottobre 2013, ha colpito molto di più le famiglie povere e numerose, essendo proporzionale, oltre a reprimere ulteriormente i consumi, motivo per il quale chiediamo non venga ulteriormente aumentata nella prossima legislatura.

Per questa ragione abbiamo inviato ai candidati Premier e ai principali leader politici alcune proposte praticabili, per la maggior parte a costo zero per i conti pubblici. Le poche spese che indichiamo, compatibilmente con i vincoli di bilancio, sono più che compensate da altri tagli che suggeriamo.

PROPOSTE DI CONTRASTO ALLA POVERTA’

La povertà delle famiglie è una vera emergenza: per questo è necessario estendere il Reddito d’inclusione (Rei) a tutti i poveri assoluti con un importo che consenta di uscire dalla soglia di povertà; per la luce ed il gas di estendere il bonus attualmente previsto anche alle famiglie che hanno un Isee inferiore a 12.000 euro, finanziato con uno dei pochi oneri di sistema che chiediamo di lasciare e, anzi, aumentare, senza gravare, quindi, sui conti. Sollecitiamo la riduzione delle imposte sul gas e chiediamo che gli altri oneri di sistema passino dalla bolletta della luce alla fiscalità generale, in modo che non si paghi secondo il principio “più consumi elettricità più paghi”, gravando così su famiglie numerose o povere, che non si possono permettere elettrodomestici in bassa classe energetica, ma secondo il principio della capacità contributiva.

Chiediamo che dal pagamento del canone Rai siano esentate le famiglie che hanno un Isee inferiore a 12.000 euro e, infine, l’indicizzazione degli stipendi con scala mobile all’inflazione programmata e rivalutazione delle pensioni al minimo sulla base di un indice dell’inflazione ad hoc.

Queste misure possono essere abbondantemente compensate dalle altre proposte che abbiamo fatto: commisurare tutti i bonus all’Isee, riduzione delle agevolazioni fiscali o riservarle solo ai redditi più bassi.

Abbiamo poi fatto proposte a costo zero per i conti pubblici, quelle per le quali sarebbe sufficiente la volontà politica di stare dalla parte delle famiglie e dei consumatori, invece che da quella di banche, compagnie telefoniche o elettriche. Per attuarle, basterebbe un tratto di penna.

L’auspicio è che, finita la campagna elettorale, tutti tornino alla responsabilità e che ogni proposta non venga attuata senza le adeguate coperture finanziarie. E soprattutto, ci piacerebbe che si affrontasse un tema uscito dall’agenda politica o che, anzi, non è forse mai entrato: il fatto che per colpa della mancate liberalizzazioni, in Italia abbiamo il triste primato di avere le banche, le assicurazioni, l’elettricità, il gas e la benzina tra le più care d’Europa. Tutte spese obbligate che contribuiscono ad impoverire le famiglie e che riducono la competitività delle nostre imprese: uno spread di cui, purtroppo, nessuno si occupa. 

Le proposte di seguito riportate vanno anche nella direzione di avere un mercato più libero e competitivo, più efficiente e, per questo, servizi e beni meno costosi:

PROPOSTE SUL MERCATO E AUTORITY

Authority – Rafforzare i poteri delle Autorità di vigilanza e regolatorie consentendo di sanzionare gli abusi con multe proporzionali all’illecito guadagno ottenuto con una pratica illegittima.

Concorrenza – Proseguire nel percorso di liberalizzazione (dal non arretrare sull’orario e l’apertura dei negozi all’eliminazione delle spese per il recesso del consumatore nei contratti di durata).

Contratti – Introduzione nei contratti telefonici e di energia dell’obbligo di motivare ogni modifica tariffaria o delle condizioni operata dal professionista sulla falsariga di quanto previsto in materia bancaria.

Spese bollette – Eliminazione delle spese di spedizione delle bollette a carico degli utenti. Oggi con la scusa che sono servizi a favore del consumatore, le compagnie telefoniche, del gas ecc ecc, fanno pagare al consumatore la spedizione della fattura, anche se, per l’art. 21 del D.P.R. n. 633/1972 sono a carico di chi le emette (“non possono formare oggetto di addebito a qualsiasi titolo“). Erano nella cosiddetta terza lenzuolata Bersani, mai approvata.  Questo è uno di quei classici casi in cui si può consentire un risparmio alle famiglie senza oneri per lo Stato, se solo si decide di stare dalla parte dei consumatori e non delle compagnie. Ecco l’articolo che chiediamo di aggiungere: “E’ fatto divieto assoluto di addebitare spese di qualsiasi natura o contributi comunque denominati anche inerenti alla predisposizione o produzione oppure alla spedizione o riscossione della fattura o della bolletta“.

Sottocosto – Liberalizzare le vendite sottocosto con l’abolizione dell’art. 1 comma 4 e 5 del DPR n. 218 del 6 aprile 2001 (che attualmente prevede che non si possono fare vendite sottocosto per più di 3 volte all’anno, per una durata superiore a 10 giorni, per più di cinquanta referenze, se non sono passati almeno 20 giorni dall’ultima vendita sottocosto e che la vendita deve essere comunicata al comune dove è ubicato l’esercizio almeno dieci giorni prima dell’inizio). 

Call center – Contrastare ulteriormente gli abusi dei call center che chiamano per telefonate commerciali reintroducendo l’obbligo inderogabile (oggi soggetto a troppe eccezioni) di utilizzare un prefisso unico per le chiamate del teleselling.

Privacy – Regolamentare la raccolta dei dati degli utenti oggi operata secondo modalità aggressive e talvolta illecite, dando rapida ed efficace attuazione al Regolamento europeo in materia di privacy e prevedendo adeguate campagne di educazione per i consumatori.

Pubblicità online – Rispettare l’ordine del giorno votato dalla Camera dei Deputati, il 28 giugno 2017 sul tema della pubblicità promossa in modo occulto dai web influencer che impegnava il Governo ad intervenire a livello legislativo affinché la loro attività “sia regolata, permettendo ai consumatori di identificare in modo univoco quali interventi realizzati all’interno della rete internet costituiscano sponsorizzazione“.

PROPOSTE SULLA GIUSTIZIA

Small claims – La giustizia civile è al collasso e questo penalizza in primis i consumatori nell’impari confronto con le aziende: la proposta è di introdurre meccanismi di rapida soluzione dei casi di piccolo importo (cd. small claims per i quali già esiste un Regolamento Europeo riservato però ai casi transfrontalieri)

Class action – Modificare la normativa sulla class action per renderla effettivamente praticabile con l’introduzione di forme di danno punitivo, unico deterrente per evitare abusi seriali in danno di grandi quantità di utenti.

Trasporti – Riforma del trasporto pubblico non di linea: individuazione nelle regioni degli ambiti territoriali di riferimento per tutti i servizi di trasporto di passeggeri non di linea, possibilità di praticare sconti (fissazione di una tariffa massima) e cumulare licenze, eliminazione, per il servizio di noleggio con conducente, dell’assurdo obbligo di dover rientrare in rimessa dopo ogni singolo servizio e previsione, per servizi come Uber, di requisiti di idoneità del guidatore e del veicolo: assicurazione per responsabilità civile aggiuntiva, conducente con più di 21 anni e almeno 3 anni di guida, nessun provvedimento di sospensione della patente, riconduzione al regime del lavoro occasionale delle prestazioni dei conducenti non professionisti

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 27 febbraio 2018

Assegni non trasferibili, occhio alle sanzioni

assegno

Dal 4 luglio 2017 è entrato in vigore il provvedimento che recepisce la quarta direttiva comunitaria antiriciclaggio (Dlgs 90/2017), il primo effetto della norma è che gli assegni superiori a 1000 euro che non riportano la scritta “non trasferibile” sono considerati fuori legge.

A farne le spese finora, però, non sono stati truffatori impuniti, ma ignari correntisti che hanno provato a pagare il conto del dentista, dell’avvocato o hanno acquistato un nuovo elettrodomestico con vecchi blocchetti che avevano in casa e che naturalmente non riportano la scritta “non trasferibile”. La disattenzione, chiamiamola così, costa cara: implica multe salatissime che oscillano da un minimo di 3mila a un massimo di 50mila euro. E anche l’oblazione, ossia quel meccanismo con cui si riconosce la dimenticanza, l’errore o la svista nel momento in cui arriva la contestazione e quindi si accetta di pagare senza obiezioni, è tutt’altro che conveniente: il margine di oscillazione è da un terzo della sanzione massima (16.666 euro) al doppio della minima (ossia 6mila euro) entro 60 giorni dalla contestazione che viene effettuata dagli uffici del ministero dell’Economia.

Senza dimenticare che la sanzione colpisce sia chi emette l’assegno che chi lo riceve; l’unica via d’uscita è di inviare osservazioni al Ministero dell’Economia e delle Finanze per dimostrare la dimenticanza e cercare di ottenere uno sconto.

Visto che non si tratta di qualche caso isolato, ma si parla di migliaia di assegni in circolazione sembrerebbe ci sia allo studio un decreto legislativo in extremis che corregga la norma e annulli le sanzioni emesse dopo il 4 di luglio.

Intano l’Abi tenta di aiutare consumatori e risparmiatori a non cadere sotto la tagliola delle maxisanzioni con un vademecum e un’utile infografica riassuntiva.

In attesa degli sviluppi normativi che speriamo non si facciano attendere ne abbiamo parlato con un esperto: Stefano Cherti, Professore di diritti dei consumatori all’Università di Cassino.

HAI BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO? SCRIVICI ALLO SPORTELLO BANCHE.

Autore: Simona Volpe
Data: 28 febbraio 2018

La direttiva antiriciclaggio spiegata dall’esperto

Qualcuno ha comprato un’auto, altri hanno pagato l’avvocato o il commercialista, qualcun altro ha saldato un intervento chirurgico: ad accomunarli il metodo di pagamento, un assegno di un vecchio libretto che magari avevano a casa, che però non riportava la scritta “non trasferibile”.

Per tutti questi ignari consumatori il rischio è una multa salatissima a causa della Direttiva Antiriciclaggio entrata in vigore lo scorso maggio. Cerchiamo di capire di cosa si tratta con Stefano Cherti, Professore di diritti dei consumatori all’Università di Cassino.

Professore, assegni trasferibili e non trasferibili che causano grosse multe ai piccoli risparmiatori: come si è arrivati a questo punto?

La risposta è facile: i fatti di cronaca di piccoli correntisti che si sono visti notificare ingenti sanzioni per aver emesso assegni di importo superiore ai mille euro senza la clausola di non trasferibilità, è dovuto al cambiamento di normativa che è intervenuto negli ultimi 10 anni. Un primo grande cambiamento si è avuto nel 2007 (v. art. 49 D. Lgs. 21 novembre 2007, n. 231) quando il legislatore, per contrastare fenomeni di riciclaggio dei proventi derivanti da attività criminose e di finanziamento del terrorismo ha previsto che i libretti di assegni bancari e postali debbano essere rilasciati dalle banche muniti della clausola di non trasferibilità (già nel 2007 era stata fatta salva la possibilità per il cliente di richiedere per iscritto il rilascio di moduli di assegni bancari e postali in forma libera, quindi senza la clausola di trasferibilità).

Dal 2007 ad oggi cosa è cambiato?

Nel maggio dello scorso anno per dare attuazione alla c.d. “IV Direttiva Antiriciclaggio” è stato introdotto il D. Lgs. 25 maggio 2017 n. 90 che ha modificato il precedente decreto del 2007 inasprendo pesantemente le sanzioni per chi si è trovato ad utilizzare assegni sprovvisti della clausola di non trasferibilità. Di qui i casi di cronaca di questi ultimi giorni di pensionati e piccoli correntisti che per far fronte a esigenze della vita quotidiana, e aver pagato con assegni anche somme modeste, (2mila, 3mila euro) si sono visti notificare sanzioni di oltre il doppio della somma corrisposta.

Sempre gli stessi insomma a pagare! La colpa sembra essere sempre dei piccoli correntisti che non si sono informati, ma le banche che ruolo hanno?

Troppo facile dare la colpa al consumatore. La questione ricorda molto quella del fallimento delle 4 banche di due anni orsono che ha messo sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori incolpevoli: si cambia la normativa intervenendo su fatti orami compiuti, su obbligazioni e azioni ormai acquistate, a tutto svantaggio per i piccoli correntisti. Eppure questa vicenda si “trascina” da oltre un decennio, è paradossale che si sia arrivati ad oggi, dove tutti cercano di correre ai ripari, senza dare risposte soddisfacenti ai consumatori. Intanto bisogna ricordare che tra banche e clienti c’è un obbligo di cooperazione (soprattutto della banca che è la “parte forte” del rapporto). Tecnicamente si può richiamare l’art. 1375 del codice civile che prescrive un dovere per le parti di un contratto (come quello di conto corrente che lega banca e cliente) di comportarsi secondo buona fede e correttezza nel corso del rapporto. Non basta (come dimostra la vicenda degli assegni) informare “asetticamente” la clientela del cambiamento di normativa, ma bisogna adoperarsi affinché la clientela stessa sia messa in condizione di capire cosa concretamente questo cambiamento comporta.

Quindi le banche non possono limitarsi a dire “ma noi l’avevamo detto”?

Decisamente no. Il rapporto di conto corrente non è qualcosa che si esaurisce in un singolo atto, prosegue nel tempo. Se cambiano le norme non solo la banca deve comunicare i cambiamenti, ma si deve attivare affinché le modifiche di cui si dà atto siano comprese dalla clientela. Questo vale per la questione degli assegni come (specialmente guardando al futuro) a tutte le modifiche (e sono tante) che stanno investendo la clientela bancaria in questo momento. In questi giorni sono entrate in vigore importanti normative in gergo “PSD2” (che impatta profondamente sui servizi di pagamento, bancomat, carte di credito), MIFID2 (con oggetto i servizi di investimento, casi “Parmalat” e “Cirio” docet) che hanno, e avranno, un fortissimo impatto sulla clientela. Ma se n’è parlato pochissimo!! E questo è un male…

Tornando agli assegni cosa debbono fare i clienti?

Se si hanno in casa libretti degli assegni vecchi di qualche anno (a questo punto vale la pena controllare tutti) è opportuno andare presso la propria filiale e chiedere. Gli operatori sanno bene cosa fare. Nel caso manchi la clausola di “non trasferibilità” i clienti stessi possono aggiungerla a mano libera sugli assegni, ovvero fare opporre in banca il timbro senza problemi. Se, purtroppo, ci si accorge, di aver già emesso un assegno sprovvisto di clausola sarebbe opportuno contattare la persona a cui è stato fatto il pagamento e sostituire il “vecchio titolo” con uno nuovo munito della clausola.

E per quei soggetti che devono pagare le multe che hanno dato il via ai casi di questi giorni?

Quelle sanzioni sono assolutamente sproporzionate se applicate a persone inconsapevoli, che hanno agito in buona fede e che non conoscevano la prescrizione, pur giustificata. Queste persone, che non sono dei criminali dediti al riciclaggio, se avessero avuto a disposizione un assegno con la scritta “non trasferibile” lo avrebbero usato e non sarebbero incorse in nessuna sanzione. Sono persone poco informate. C’è un Governo (che è legittimamente in carica), è necessario intervenire a livello ministeriale per far sì che questi soggetti possano rimediare pagando una sanzione equa e commisurata alla natura del pagamento effettuato. Ma bisogna intervenire presto per non creare altro caos e allarmismi ingiustificati.

Autore: Simona Volpe
Data:  28 febbraio 2018

ENERGIA: sui morosi l’Autorità invia nota ma non basta

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Sugli oneri non riscossi serve un incontro anche con il ministro Calenda per esaminare possibili soluzioni alternative sulla questione degli oneri non riscossi.

Roma, 27 febbraio 2018 – Arera, l’Autorità per l’energia, ha inviato all’Unione Nazionale Consumatori una nota per chiarire la vicenda degli oneri non riscossi, facendo il quadro della situazione attuale e delle diverse pronunce giurisprudenziali.

“La nota chiarisce la portata sulla bolletta dei clienti domestici, pari a circa 2 euro all’anno. Ma questo è l’effetto previsto come conseguenza della delibera n. 50, già entrata in vigore, non della delibera n. 52, che purtroppo estende anche a favore dei venditori quanto la delibera n. 50 prevede per i soli distributori” afferma Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori.

“Non si tratta solo di una questione di importi, che saranno comunque più alti, ma anche di una maggiore ingiustizia. Se, infatti, il distributore agisce in concessione, e quindi è un servizio che è giusto remunerare, anche se dovrebbe essere la fiscalità generale a farlo, nel caso delle imprese di vendita questo meccanismo equivale a far pagare ai consumatori il rischio di impresa. Una cosa assurda e contraria al presunto libero mercato che si vorrebbe instaurare a partire dal 1° luglio 2019” prosegue Vignola.

“Per questo abbiamo chiesto di incontrare il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ed il presidente di Arera, Bortoni, per esaminare possibili soluzioni alternative sulla questione degli oneri non riscossi” conclude Vignola.

#nofattura28giorni: prosegue la nostra battaglia!

no fattura 28 giorni

Continuano le vicende legate alla fatturazione a 28 giorni: con due ordinanze il Tar del Lazio ha sospeso l’esecuzione dei provvedimenti con i quali l’Agcom a metà dicembre scorso aveva stabilito che le compagnie telefoniche dovessero stornare dalle bollette gli importi dovuti alla fatturazione a 28 giorni. Dopo Wind-Tre e Vodafone di settimana scorsa, quindi, è la volta di Tim e Fastweb.

Secondo l’UNC si tratta di continui regali alle compagnie telefoniche, con ordinanze fotocopia che non appaiono particolarmente logiche. Se l’ammontare della somma è così elevato da incidere sugli equilibri finanziario-contabili delle aziende è solo perché queste sono andate avanti per mesi, imperterrite, a violare la delibera dell’Authority! Ora non possono ricevere pure un premio per questo!

Inoltre la somma non è affatto indeterminata, considerato che si tratta dell’8,6% della bolletta. Infine, rispetto alla presunta difficoltà per le società di riottenere dai clienti le somme eventualmente corrisposte, in caso di giudizio finale favorevole alle compagnie telefoniche, siamo al ridicolo! Non dovrebbero fare altro che inserirlo nella bolletta successiva.

Ma noi non ci arrendiamo! Ricordiamo infatti che il Tar ha confermato la bontà delle delibera dell’Autorità delle Comunicazioni del 15 marzo sulla corretta fatturazione mensile e non a 4 settimane, quindi i consumatori vanno immediatamente risarciti. E se non sarà possibile con le modalità già fissate dall’Authority nella delibera del 19 dicembre 2017,partiremo senza ulteriori indugi con le azioni legali.

La nostra associazione sta dunque raccogliendo le pre-adesioni per un’eventuale class-action necessaria ad ottenere i rimborsi di quanto ingiustamente prelevato a carico delle utenze di telefonia fissa: avete aderito già in moltissimi ma per chi non lo avesse ancora fatto, vi chiediamo di compilare e condividere IL MODULO DI PRE-ADESIONE! (si tratta di una pre-adesione completamente gratuita e non impegnativa)

RIPERCORRI TUTTE LE TAPPE DELLA VICENDA #NOFATTURA28GIORNI

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 28 febbraio 2018

Dichiarazione dei redditi: chi paga le sanzioni?

DOMANDA: Ho affidato l’elaborazione e la trasmissione della dichiarazione dei redditi ad un CAF. A distanza di due anni però l’Agenzia delle entrate mi contesta alcune detrazioni che a loro dire non sono spettanti poiché non avrei risposto al loro invito di presentare la documentazione attestante le spese inserite comportanti il diritto ad una detrazione. Premesso che non ho mai ricevuto alcuna comunicazione e avendo comunque dato incarico al Caf consegnandogli tutta la documentazione, devo pagare io le eventuali sanzioni?
 

Gianluca Timpone

Risponde Gianluca Timpone, dottore commercialista.

RISPOSTA: Bisogna partire da un dato inequivocabile: quando si presenta la dichiarazione dei redditi sia esso modello 730 (riservato ai soli lavoratori dipendenti) sia il modello unico, tutte le spese che danno diritto ad una detrazione di imposta, come ad esempio gli interessi per mutui acquisto prima casa, spese mediche, ristrutturazioni edilizie, etc., vanno soltanto indicate senza allegare alcun tipo di documentazione giustificativa (per es. attestati rilasciati dalla banche, scontrini della farmacia o altro).  

Detto ciò, però, è normale che quando ci affidiamo ad un CAF per la compilazione del modello 730 dobbiamo consegnare i documenti che attestano il diritto a beneficiare della detrazione oltre che certificare attraverso la CU (certificazione unica) il reddito percepito dal proprio datore di lavoro, sia esso soggetto pubblico che privato. Sulla scorta di quanto consegnato, il CAF dovrà elaborare correttamente e fedelmente la nostra dichiarazione. Pertanto se il CAF ha apposto il proprio visto di conformità, eventuali errori e/o inesattezze nella compilazioni non potranno che essere addebitate a quest’ultimo. La comunicazione di irregolarità, infatti, non arriverà mai direttamente al contribuente bensì al CAF che solitamente ha 60 giorni per rispondere alla richiesta da parte dell’Agenzia delle entrate presentando la documentazione richiesta. Dunque il contribuente in questione può stare tranquillo perché il pagamento della sanzione sarà a totale carico del CAF.

 

Vuoi fare anche tu una domanda al nostro esperto? Scrivi a esperto@consumatori.it, ricordandoti di mettere in oggetto “commercialista”. I quesiti più interessanti saranno selezionati per avere una risposta in questa rubrica, continua a seguirci!

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 28 febbraio 2018

Bolletta dell’energia e morosi: attenti alle bufale

bolletta energia bufala

Energia, bollette e morosi. Chi non ne ha sentito parlare in questi giorni? Se ne sono sentite di tutti i colori, ma dobbiamo precisare che alcune notizie che circolano sul web non sono veritiere.

Ecco perché abbiamo rivolto a Marco Vignola, responsabile del settore energia UNC, alcune delle tantissime domande che abbiamo ricevuto dai consumatori al nostro sportello energia e sulla pagina Facebook UNConsumatori

  • E’ vero che nella prossima bolletta  elettrica mi troverò un importo da pagare per i clienti morosi?

Purtroppo è proprio così: a seguito di alcuni ricorsi da parte di aziende di vendita e delle successive sentenze del T.A.R. Lombardia e del Consiglio di Stato, l’Autorità per l’energia (ARERA) ha previsto le modalità per redistribuire su tutti i consumatori una quota di mancati incassi degli Oneri Generali di Sistema. E’ una decisione ingiusta, ma si deve precisare che non si tratta delle bollette dei morosi, ma di quegli oneri parafiscali che sono già stati versati dai distributori locali.

  • Da quando ci troveremo questi oneri in bolletta?

Non si sa. Da quando tutto questo avverrà non è ancora stato definito.

  • Ho sentito che la cifra da pagare sarà di 35 euro, è vero?

Questa è sicuramente una bufala: secondo i nostri calcoli (effettuati in base a quanto comunicato dall’Autorità dell’energia) e al valore dei corrispettivi attualmente in vigore, si tratterà di circa 2,2 euro annui per la famiglia  (ipotizzando un cliente domestico residente, 3 kW di potenza impegnati, 2700 kWh di consumo annuo)

  • Posso non pagare questa quota?

No perché la quota non sarà identificabile in bolletta, come ad esempio avviene per il Canone Rai. Impossibile quindi individuarla e non pagarla equivarrebbe a non pagare la bolletta con tutte le conseguenze del caso (azioni di tutela e recupero fino ad arrivare al distacco della fornitura).

  • Ma cosa sono questi oneri generali di sistema?

Si tratta di somme che tutti i consumatori pagano da anni nella bolletta e sono dovuti per varie ragioni: investimenti di politica industriale volti a  finanziare le rinnovabili, smaltire le scorie della nostra breve avventura nucleare, prevedere degli sconti ad aziende energivore per far continuare loro l’attività etc… Attualmente sono cifre che si aggirano intorno al 20% dell’importo pagato dai consumatori in bolletta.

  • Quindi cosa possiamo fare?

Innanzitutto aprire gli occhi. Il lato positivo di questa vicenda è che finalmente gli italiani stanno iniziando a rendersi conto di quello che pagano nella bolletta elettrica. Il problema non è tanto il “debito dei morosi”, ma la presenza stessa di questi oneri che dovrebbero finire, invece, nella fiscalità generale. L’Unione Nazionale Consumatori ha già scritto al Ministro Calenda per chiedere l’apertura di un tavolo di confronto con associazioni di consumatori e ARERA per affrontare la questione. Invitiamo intanto i consumatori ad aderire alla nostra campagna per una bolletta giusta (#bollettagiusta), è un primo passo per far sentire la nostra voce. 

aderisci bollettagiusta

Per avere maggiori informazioni leggi Pagheremo l’energia anche per i morosi? Aderisci alla campagna #bollettagiusta

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 26 febbraio 2018