Archivio mensile:Marzo 2013

SALUTE: Antitrust multa Panzironi per reiterate pratiche scorrette

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

L’Unione Nazionale Consumatori aveva segnalato Panzironi all’Antitrust e al Ministero della Salute.

Roma, 30 settembre 2019 –  “Le pratiche commerciali scorrette sono già insopportabili, ma quando attengono alla salute e agli effetti terapeutici, allora diventano intollerabili!” afferma l’avv. Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando la notizia della sanzione, inflitta dall’Antitrust, ad Adriano Panzironi, oltre che a Life 120 Italia, Welcome Time Elevator e all’emittente televisiva Teleuniverso, per aver reiterato pratiche commerciali scorrette già vietate e sanzionate.

“Non si può ingannare il consumatore rispetto agli effetti benefici e curativi di un integratore, divulgando stili alimentari non corretti” conclude Dona.

L’Unione Nazionale Consumatori aveva segnalato all’Antitrust e al ministero della Salute l’incontro “Life120day” del 30 maggio 2019 in programma a Roma.

Secondo l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Life 120 Italia S.r.l.s. ha continuato a diffondere, all’interno delle puntate della trasmissione Il CercaSalute andate in onda nel periodo gennaio – giugno 2019, due versioni dello spot pubblicitario relativo al prodotto Orac Spice che contenevano ancora riferimenti a non dimostrati effetti terapeutici delle sostanze contenute nel suddetto integratore. Nello spot in esame venivano, infatti, suggeriti veri e propri effetti preventivi e terapeutici in capo ai componenti dell’integratore Orac Spice che, per definizione, può invece avere soltanto l’effetto di ottimizzare le funzioni fisiologiche che sono già nei limiti della normalità. Per la reiterazione di tale pratica, alla società Life 120 Italia S.r.l.s. è stata irrogata una sanzione di 250.000 euro. Welcome Time Elevator S.r.l., Life 120 Italia S.r.l.s., Teleuniverso S.r.l. e il signor Adriano Panzironi hanno, inoltre, reiterato il profilo di pubblicità occulta già censurato nel 2018. Infatti, nel corso della rubrica “Panzironi venga a pranzo da noi”, presente all’interno di una puntata trasmessa il 5 marzo 2019 dall’emittente televisiva Teleuniverso, in un dialogo apparentemente casuale tra il signor Panzironi e un membro della famiglia ospitante venivano decantati i benefici dell’integrazione “Life 120”, sollecitandone implicitamente l’acquisto, in un contesto inidoneo a rivelare l’effettivo scopo pubblicitario della comunicazione. Per la reiterazione di tale pratica, alle suddette società e al signor Panzironi sono state irrogate sanzioni per complessivi 40.000 euro.

Obbligo di Pos, cosa dice la legge?

Sarà capitato anche a voi che, volendo pagare tramite Pos in un negozio, vi sia stata negata questa possibilità per svariati motivi: somma troppo piccola, terminale spento o non funzionante, ecc… Ma come dovete, o potete comportarvi, quando vi trovate in una situazione del genere?

La cosiddetta “moneta elettronica”, trasmessa tramite carte di credito, di debito, prepagate, è quella che identifichiamo come denaro tracciabile, usata non soltanto per grandi cifre, ma anche per pagare il conto del ristorante o la spesa al supermercato con la comodità di non portare tanti soldi in contanti nel portafoglio. In questo modo anche per i commercianti si riduce il rischio di errori dovuti alla gestione di contanti.

Il pagamento tracciabile è quello di cui è possibile ricostruire la transazione, affinché ci sia maggiore controllo nei confronti di eventuali attività criminali, contro operazioni di riciclaggio, nonché in funzione della lotta all’evasione fiscale.

Attualmente in Italia esiste una legge che regolamenta l’utilizzo del Pos, ma non esiste una sanzione per i commercianti che non lo posseggono o che si rifiutino di farci pagare in questo modo. L’obbligo del Pos è stato introdotto in Italia nel 2012 dal Governo Monti; il Governo Gentiloni, nel 2018, aveva provato a determinare una multa di 30 euro per ogni transazione “respinta”. Tuttavia, il decreto non ha superato i dubbi di costituzionalità sollevati dal Consiglio di Stato.

Quello che è chiaramente regolamentato è la limitazione all’uso dei contanti: la soglia massima che si può trasferire da un soggetto ad un altro è 2.999,00 euro; da 3.000 euro in su è necessario l’utilizzo di bonifico bancario, carta di credito, o altro metodo di pagamento tracciabile.

Come comportarsi, dunque, se viene rifiutato il pagamento elettronico?

Quando vi troverete impossibilitati a pagare in contanti e il commerciante vi rifiuti il pagamento tramite Pos, sarete spesso costretti a cercare una agenzia aperta o un ATM per prelevare. Quando questo non fosse proprio possibile, potreste chiedere di saldare il debito in un secondo momento. Volendo attenersi strettamente a quanto dice la legge, infatti, l’esercente sprovvisto di POS o che comunque non sia in grado di accettare un pagamento con moneta elettronica, non può reclamare la somma dovuta dal cliente.

Nella realtà, difficilmente il cliente abbandonerà l’esercizio commerciale senza saldare il debito.

In linea con le finalità della legge che ha stabilito l’obbligo del POS, dirette proprio alla lotta all’evasione fiscale, si può segnalare la vicenda all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza che faranno partire gli opportuni controlli per capire se dietro al rifiuto c’è una volontà dell’esercente di violare la legge o non rendere tracciabili ai fini fiscali i propri guadagni.

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Autore: Angela Tassone
Data: 2 ottobre 2019

Contabilizzazione del calore e valvole termostatiche

valvola termosifone

I consumi energetici totali di un Paese come l’Italia sono determinati da vari settori: trasporti, edifici residenziali, industria, servizi, ecc. Tra questi il consumo negli edifici residenziali, le nostre case, per riscaldarli, raffrescarli, produrre acqua calda, illuminarli e per l’utilizzo degli elettrodomestici arriva quasi al 30% del totale, ed è secondo solo al consumo di energia per i trasporti (ed è più alto, addirittura, del consumo oenergetico di tutto il settore industriale).

La produzione energetica è, ancora, fortemente determinata dall’utilizzo di combustibili fossili e responsabile, quindi, di una parte importante delle emissioni di gas climalteranti causa dei cambiamenti climatici e, in generale, dell’aggravarsi della situazione ambientale. Proprio per questo motivo l’Unione Europea ha imposto nuovi e più stringenti obiettivi per tutti i Paesi membri, in particolare Il quadro per il clima e l’energia fissa tre obiettivi principali da conseguire entro il 2030:

  • una riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra (rispetto ai livelli del 1990);
  • una quota almeno del 27% di energia rinnovabile;
  • un miglioramento almeno del 27% dell’efficienza energetica.

Questi obiettivi generali sono stati poi declinati con obiettivi specifici per ogni settore, tra cui anche quello residenziale. In quest’ottica da diversi anni sono ormai scattati gli obblighi per l’efficientamento degli edifici esistenti che, soprattutto per quanto riguarda i condomini costruiti prima degli anni ’90, risultano molto poco efficienti!

Tra questi obblighi c’è quello della contabilizzazione del calore negli edifici condominiali dotati di riscaldamento centralizzato. La contabilizzazione è un sistema che consente ai singoli inquilini di pagare solo il riscaldamento che realmente consumano attraverso l’installazione dei contabilizzatori di calore e delle valvole termostatiche su ogni calorifero dell’abitazione, così da poterne misurare il calore emesso, controllare e regolare la temperatura.

Questo tipo di sistemi, oltre che determinare una risparmio economico, determinano un aumento dell’efficienza del sistema di riscaldamento e, quindi, una riduzione delle emissioni di gas serra. In un condominio, infatti, la prospettiva è quella di ottenere un risparmio medio annuale tra il 10% e il 30% del totale del combustibile utilizzato.

Cerchiamo di capire meglio, allora, cosa sono e come funzionano le valvole termostatiche!

La valvola termostatica è un dispositivo che, applicato sui singoli termosifoni, consente di regolare il calore di un’abitazione e, di conseguenza, di risparmiare energia. Funzionano impostando, sulla testa della valvola, la temperatura desiderata secondo un indice che, solitamente va da 1 (meno caldo) a 5 (più caldo). Quando nella stanza in cui si trova il calorifero viene superata la temperatura impostata, la valvola riduce la richiesta di acqua calda in maniera da ridurre l’impegno dell’impianto di riscaldamento. Ne consegue che l’impianto lavora soltanto quando è necessario e in maniera più efficiente

La normativa italiana, recependo le direttive europee di riferimento, prevede che tutti i condomini con impianto di riscaldamento centralizzato o con impianto di teleriscaldamento devono dotarsi di contabilizzatori di calore e di valvole termostatiche, in modo da quantificare il consumo per singolo condomino e regolare la temperatura del riscaldamento per evitare sprechi di energia. L’obbligo delle valvole termostatiche vale anche per chi ha un impianto di riscaldamento autonomo ma solo in caso di nuova costruzione, di ristrutturazione dell’immobile e in caso di sostituzione della vecchia caldaia.

Sono esentati dall’obbligo coloro che dimostrino di trovarsi tecnicamente impossibilitati all’installazione o di non trarre un beneficio economico dal risparmio energetico. In questi occorrerà essere in possesso di un’apposita relazione di un tecnico abilitato per poter giustificare l’esenzione durante i controlli.

I controlli verranno effettuati con modalità diverse a seconda della Regione o del Comune in cui si abita. Ad esempio, a parte l’Emilia Romagna e la Toscana che li gestiranno a livello regionale, le altre regioni li hanno affidati ai Comuni con più di 40.000 abitanti, mentre per i Comuni più piccoli saranno responsabili le città metropolitane. A svolgere i controlli sono società pubbliche o private a seconda della zona: tutte le informazioni sulle modalità dei controlli e sui soggetti responsabili possono trovate sui siti della propria Regione o del proprio Comune.

Chi, a seguito del controllo, non sia trovato in regola con gli adempimenti potrà subire una multa da 500 a 2.500 euro. E’ importante quindi, oltre che per un’ovvia questione di risparmio ed ambientale, essere in regola con gli adempimenti o procedere velocemente ad adeguare gli impianti alle prescrizioni di legge. Anche sfruttando i vantaggi che, già da diversi anni, esistono per questo tipo di interventi come ad esempio le detrazioni fiscali. Per tutti gli approfondimenti, e considerato il continuo aggiornamento  delle norme, è possibile informarsi sulle pagine dedicate dell’Enea e dell’Agenzia delle Entrate.

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Autore: Marco Vignola
Data: 30 settembre 2019

Raccolta differenziata, come farla nel modo giusto

Immagine cassonetti per raccolta differenziata

La raccolta differenziata dei rifiuti in Italia procede a ritmo sempre più spedito. Secondo il Rapporto Rifiuti 2018 di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), la media nazionale si attesta al 55,5% con il Veneto al primo posto tra le Regioni più virtuose (73,6%). Percentuali più basse si registrano invece nel Centro e Sud Italia. In generale, la produzione di rifiuti si attesta a 487 chilogrammi l’anno per abitante, leggermente sopra la media comunitaria. Aumentano poi i comuni italiani “rifiuti free”, vale a dire quelli in cui ogni cittadino produce al massimo 75 chilogrammi di secco residuo all’anno (ossia quei rifiuti solidi urbani che non possono essere avviati al riciclo). Eppure, nonostante queste percentuali più che confortanti, in tutto il Paese sono ancora tantissimi i cittadini che non sanno come regolarsi quanto devono differenziare i rifiuti che producono nelle mura domestiche. In tal senso può dunque essere utili stilare una lista di consigli pratici da seguire.

Precisazioni d’obbligo

Non esiste un vademecum per il conferimento dei rifiuti a cui possono attenersi tutti, da Torino a Palermo. Le regole della raccolta differenziata variano infatti da comune a comune. Quando si differenzia è dunque necessario attenersi principalmente alle regole indicate dal proprio comune di residenza in modo da evitare sanzioni, che possono variare da un minimo di 25 a un massimo di 620 euro in base alla gravità della violazione compiuta. Una mano possono darla le confezioni dei prodotti che si acquistano, su cui dovrebbero sempre comparire le indicazioni su come smaltirle.

I sacchetti da usare

Altra premessa fondamentale da fare riguarda la tipologia dei sacchetti da usare per la raccolta differenziata. Per i rifiuti in plastica vanno utilizzati sacchetti in plastica, così come per quelli in carta o cartone vanno usati sacchetti di carta e sacchetti biodegradabili per l’umido. Per ciò che concerne il vetro, invece, occorre ricordarsi sempre di smaltire gli oggetti e non il contenitore che si è utilizzato per trasportarli fino alle campane. Se non si seguono questi consigli basilari, si vanifica in partenza ogni tentativo di riciclo dei rifiuti.

Rifiuti in plastica

I rifiuti in plastica sono quelli che produciamo maggiormente: bottiglie, contenitori, involucri, pellicole da imballaggio (come quelle per la carta igienica). Nei cestini della plastica devono finire anche sacchetti di patatine o salatini, pluriball, vasi, sottovasi e generalmente anche il polistirolo. Ci sono poi degli oggetti che d’istinto saremmo portati a gettare nella plastica, ma che in realtà vanno nell’indifferenziata: è il caso, ad esempio, delle biro e dei pennarelli poiché contengono inchiostro e hanno una punta costruita con materiale differente dalla plastica. In generale, perché un rifiuto in plastica sia differenziato “bene”, occorre lavarlo o sciacquarlo prima di buttarlo: vale per i contenitori che contengono alimenti. Per ciò che concerne, invece, il conferimento degli oggetti in alluminio nello stesso cestino di quelli in plastica, questa opzione varia di comune in comune.

Rifiuti in vetro

Anche nel caso del vetro sono fondamentali delle distinzioni da fare tra ciò che si può differenziare e ciò che, invece, va nell’indifferenziato. Alla prima categoria appartengono bottiglie, vasetti, barattoli delle conserve (che vanno lavati o quantomeno sciacquati prima di essere gettati, allo stesso modo dei contenitori di alimenti in plastica). Rientrano nella seconda categoria, invece, specchi, cristalli, pirofile, piatti e stoviglie in porcellana o ceramica, coperchi trasparenti delle pentole, oggetti in pyrex, lampadine, tubi al neon. In generale, tutto ciò che è di vetro e finisce in frantumi va conferito sempre nell’indifferenziato.

Fazzoletti di carta

Dopo essere stati utilizzati, i fazzoletti di carta vanno buttati nell’umido. Questa regola vale sia per i fazzoletti che usiamo per pulire il naso, sia per i tovaglioli. Nell’indifferenziata vanno invece i tovaglioli di carta decorati con stampe colorate o di consistenza simile alla stoffa. Sempre nell’indifferenziata devono finire anche la carta da forno e la carta oleata (vale a dire quella usata per incartare la focaccia o la pizza al taglio).

Mozziconi di sigarette e gomme da masticare

Né i mozziconi di sigarette, né tantomeno i sigari, vanno gettati nell’umido. Entrambi devono finire nell’indifferenziata, così come le gomme da masticare.

Cartone della pizza

Per quanto riguarda il cartone della pizza da asporto, esso va gettato nella carta purché ogni sua parte sia pulita (dunque non unta di olio, macchiata da salsa di pomodori o da residui di mozzarella). Un’alternativa è staccare le parti pulite e gettarle nel cestino della carta. Il resto deve andare nell’indifferenziato.

Scontrini

Essendo stampati su un particolare tipo di carta che non ne permette il riuso (la carta termica), gli scontrini non sono riciclabili. Vanno pertanto gettati nell’indifferenziata.

Tè, caffè e capsule

Le cialde del caffè vanno nel bidoncino dell’umido, così come le bustine del tè. Per le capsule, invece, dove possibile l’ideale è consegnarle nel negozio in cui sono state acquistate. Altrimenti possono essere gettate intere nell’indifferenziata, oppure se ne possono dividere le componenti buttando il caffè nell’umido e le parti in alluminio e plastica nei rispettivi cestini (qualora il comune in cui si risiede preveda la differenziazione).

Tetrapak

I contenitori di tetrapak, con cui conserviamo cibi e bevande, possono essere scomposti in modo da smaltirne correttamente le singole parti (carta, alluminio e plastica). L’importante è sciacquarli dopo averli utilizzati.

 Pannolini

Pur essendo composti da materiali biodegradabili, i pannolini non possano essere smaltiti nell’umido ma nell’indifferenziato. La stessa cosa vale per assorbenti, cerotti, garze, batuffoli di cotone e cotton fioc (i cui imballaggi in plastica o carta possono invece essere riciclati).

 Lettiere per animali domestici

Le lettiere “classiche” in sabbia o cristalli di silicio vanno nell’indifferenziata. Quelle di argilla, segatura, trucioli e carta potrebbero andare invece nell’umido, ma è bene prima accertarsi di ciò controllando le indicazioni sulla confezione.

Le etichette

In generale, prima di gettare un oggetto – sia esso un vasetto di vetro o un sacchetto compostabili per la frutta o la verdura – va sempre levata l’etichetta con il prezzo e smaltita nell’indifferenziata.

Isole ecologiche

I rifiuti ingombranti, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) e altri rifiuti come i tappi di sughero vanno conferiti nelle isole ecologiche, vale a dire attrezzata centri di raccolta adibiti alla raccolta differenziata dei rifiuti. Varia invece di comune in comune il conferimento di altri rifiuti come le pile, gli oli usati e i farmaci scaduti o che non servono più (per quest’ultimi molte farmacie si sono attrezzate con appositi raccoglitori). Nel complesso si tratta di rifiuti che non vanno assolutamente gettati nell’indifferenziata.

DOVE LI BUTTO: LA NOSTRA GUIDA PER SMALTIRE CORRETTAMENTE I RAEE

Autore: Rocco Bellantone
Data: 30 settembre 2019

Consumer Angels, un progetto per avvicinare consumatori e imprese

Proporsi come “angeli custodi” dei consumatori: è questo l’obiettivo del progetto “Consumer Angels”, finanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico (ai sensi del D.D. del 01/10/2018) e realizzato dalla nostra Unione Nazionale Consumatori in partenariato con U.Di.Con. e Movimento Difesa del Cittadino.

Il progetto, finanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico (DM del 07/02/2018), intende facilitare la relazione tra i consumatori e le imprese fornitrici di beni e servizi con l’obiettivo di migliorare il grado di consapevolezza dei consumatori sui propri diritti e fornire loro gli strumenti per metterli in atto nel modo più semplice e immediato, con reclami gestiti rapidamente e con professionalità adeguate.Tante le iniziative previste nei prossimi mesi su tutto il territorio nazionale: saranno infatti promosse attività di informazione, assistenza e di contatto con la cittadinanza attraverso strumenti efficaci e innovativi. Inoltre, non mancheranno momenti di confronto con i cittadini, su temi cruciali per la tutela dei consumatori e l’economia del Paese.

La nostra associazione ha inoltre attivato sportelli informativi gratuiti per i consumatori:

Sportello informativo nazionale UNC:

Via Duilio 14 – 00192 ROMA
Tel. 06 / 32600239 Fax 06 / 3234616

Email: info@consumatori.it

(orari di apertura al pubblico 10.00-13.00 e 14.30-16.30)
Per appuntamenti in sede contattare i recapiti sopra elencati.

 

Sportello nazionale per pratiche ADR UNC:

Via Duilio 14 – 00192 ROMA
Tel. 06 / 32600239 Fax 06 / 3234616

Email: per quesiti riguardanti il settore telefonia telefonia@consumatori.it; per quesiti riguardanti il settore energia energia@consumatori.it.

(orari di apertura al pubblico 10.00-13.00 e 14.30-16.30)
Per appuntamenti in sede contattare i recapiti sopra elencati.

Autore: Unione Nazionale Cosnumatori
Data: 28 settembre 2019

Rifiuti: confcommercio, tari +76% dal 2010

Continua a salire la tassa sui rifiuti pagata da cittadini e imprese, ma i servizi di raccolta restano per molti comuni al di sotto della sufficienza. E’ quanto risulta dai dati dell’Osservatorio sulle tasse locali di Confcommercio.

Nel 2018 la Tari (introdotta nel 2014) è arrivata a valere 9,5 miliardi, in aumento del 76% rispetto al 2010 quando era di 5,4 miliardi (+4,1 mld) e del 2,15% rispetto al 2017. Un dato, quest’ultimo, preoccupante, considerando che proprio il 2018 avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Dal 1 gennaio 2018, infatti, secondo quanto previsto dalla legge (comma 653 dell’art. 1 L. n. 147 del 2013) i comuni avrebbero dovuto avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard nella determinazione dei costi relativi al servizio di smaltimento dei rifiuti. I costi del servizio inseriti nel piano finanziario rappresentano il principale fattore che determina poi le tariffe pagate dalle diverse utenze domestiche e non domestiche. L’aumento crescente dei costi di gestione dei rifiuti dimostra come nella tassazione continuino a permanere voci di costo improprie a copertura di inefficienze locali di gestione. I fabbisogni standard, calcolati comune per comune, indicano il costo ottimale del servizio di gestione dei rifiuti, calcolato in condizioni di efficienza e appropriatezza, garantendo i livelli essenziali di prestazione. Confrontando i costi del servizio Tari e i fabbisogni standard, si evidenza come quasi tutte le Regioni (considerando la media tra i capoluoghi di provincia) si discostino in misura evidente con picchi di quasi il 36% in Piemonte, del 34% in Basilicata, del 29% in Calabria, del 27% in Liguria e del 25% in Lombardia. Bisogna considerare che il dato è parziale in quanto per le Regioni a statuto speciale non è disponibile il dato sui fabbisogni. La variabilità delle tariffe sui territori e l’incremento tendenziale dei costi per il servizio di gestione dei rifiuti è determinato prioritariamente dall’ammontare, spesso eccessivo, dei piani finanziari dei Comuni.

A fronte di costi sempre più alti calano livello e quantità dei servizi offerti dalle amministrazioni locali. Solo 5 Regioni si collocano sopra il livello di sufficienza: Piemonte (7,8) Lombardia (7,4), Emilia Romagna (7,2), Veneto (7,2) e Marche (6,6).

Il voto peggiore lo registra la Basilicata (2) seguita da Calabria (2,4), Molise (3), e Lazio (3,2). 

A quasi tutte le categorie merceologiche si continuano ad applicare coefficienti tariffari in crescita.

Tra le attività che pagano di più ci sono ortofrutta, fiorai, pescherie, pizza al taglio con 24,3 euro al metro quadro (+2,8% rispetto al 2017), seguite dai banchi del mercato con vendita alimentare (21,3 euro al metro, in calo del 6%) e dai ristoranti e pizzerie (20,5). Proprio queste ultime attività hanno registrato l’aumento di spesa più consistente (+5,2%). Poi birrerie e hamburgherie (17,6 euro al metro quadro, +2,7% su 2017), bar, caffè e pasticceria (16,1 euro, +3,7%), ipermercati (10,9 euro, -0,1%). In ultima posizione, negozi abbigliamento, calzature e librerie (5,9 euro, +5,1%).

In rialzo anche la Tari pro-capite, con il valore più elevato nel Lazio (261,6 euro, +7% sul 2017), seguita da Sardegna (254 euro ma in calo del 3,3%), Campania (250,9, stabile), Umbria (240,8 euro), che registra l’incremento più elevato sul 2017 (+8,5%), Toscana (240,7 euro, +0,5%), Liguria (225,7 euro, +0,2%), Piemonte (216,9 euro, +0,4%), Puglia (216,7, +4,3%), Basilicata.

(214,4 euro, in calo del 3,3%), Emilia (211,7 euro, +0,8%), Abruzzo (206,2 euro, +2,7%), Sicilia (199,8 euro, +8%), Lombardia (198,6 euro, -1,1%), Valle d’Aosta (192,3 euro, -1,4%), Calabria (191,1 euro, -0,1%), marche (185 euro, -1,7%), Veneto (183,1 euro, +1,4%), Trentino (154, +1,8%), Friuli (143,1 euro, +0,2% sul 2017). Il più basso in Molise (130 euro).

Ad avviso dell’Unc, si tratta di rialzi inaccettabili. Non è tollerabile che le famiglie e le imprese debbano pagare per le inefficienze dei comuni, incapaci di gestire il servizio in modo ottimale. Più il comune è incapace, più i consumatori devono pagare, dato che la Tari deve assicurare la coperture dei costi sia di investimento che di gestione del servizio.

Autore: Mauro Antonelli
Data: 24 settembre 2019

Cibo e sprechi, i risultati di Life-Food Waste Stand Up

Immagine di una pattumiera piena di cibo sprecato

Più di 10mila aziende agroalimentari coinvolte, 12mila punti vendita sensibilizzati e 500mila consumatori raggiunti: sono questi i principali risultati del progetto LIFE–Food.Waste.StandUp, meno sprechi più solidarietà che si è concluso nei giorni scorsi con una conferenza alla quale hanno partecipato  i promotori –Federalimentare (capofila), FederdistribuzioneFondazione Banco Alimentare Onlus e Unione Nazionale Consumatori– e molti dei protagonisti di questi tre anni di campagne antispreco.

Oltre alla collaborazione di tutti i soggetti della filiera, il progetto ha visto la partecipazione del mondo della scuola, della ristorazione, ma anche della politica considerato il supporto della legge 166/2016 anti-spreco alimentare (Legge Gadda dal nome dell’onorevole firmataria) in vigore da tre anni, grazie alla quale l’Italia è diventata il primo paese al mondo a dotarsi di una normativa che presenta un approccio strategico al problema dello spreco alimentare e un esempio virtuoso per tutta l’Europa.

La necessità di un progetto di questa portata era giustificata dai numeri: secondo la FAO, nel mondo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vanno sprecate, per un valore di oltre 2000 miliardi di euro. Ciò significa che 1/3 della produzione mondiale di cibo finisce nella spazzatura. Solo in Italia, in particolare, ogni anno circa 5,1 milione di tonnellate di cibo diventa spreco alimentare, per un valore di circa 12,6 miliardi di euro (circa il 15,4% degli alimenti annualmente consumati).

Gli sprechi riguardano l’intera filiera: il 57 per cento delle eccedenze alimentari viene generato dagli attori economici (settore primario-trasformazione-distribuzione-ristorazione) e il restante 43 per cento dai consumatori che, nonostante negli ultimi anni abbiano sviluppato una particolare sensibilità ai temi del food non hanno ancora una diffusa consapevolezza sui temi legati allo spreco. Le motivazioni sono riconducibili, probabilmente, a scorrette abitudini alimentari e retaggi del boom economico che per anni hanno portato le famiglie a riempire i carrelli di prodotti fuori misura frutto di mode, pubblicità e canoni estetici dettati dal marketing.

Il contributo dell’Unione Nazionale Consumatori al progetto Life Food Waste stand Up si è mosso proprio in questa direzione con una serie di iniziative volte a sensibilizzare i consumatori verso corretti stili di vita e più consapevolezza sia nel fare la spesa che nel modo di conservare e cucinare gli alimenti: “l’abbiamo fatto – ha spiegato il Presidente di Unc Massimiliano Donaparlando alla gente con incontri sul territorio, convention, pubblicazioni e materiali digitali, ma anche avvicinandoci al mondo della scuola con particolare riferimento agli Istituti alberghieri, in quanto luoghi di formazione per i professionisti del futuro che lavoreranno nei luoghi della ristorazione e dell’accoglienza, nei quali la gestione degli sprechi è fondamentale”.

La strada è ancora lunga: è importante avere il supporto delle Istituzioni (la legge Gadda segna un passo avanti epocale) e delle imprese per ridurre gli sprechi nell’intera filiera e promuovere  l’attività di recupero delle eccedenze alimentari ai fini sociali.

Questi primi tre ani segnano dunque le fondamenta dell’impegno della filiera contro lo spreco, l’auspicio è che anche grazie al contributo di iniziative come questa promossa dalla Commissione Europea, il rispetto del cibo e la cultura del riciclo diventino capisaldi della nostra cultura

Per saperne di più leggi SPRECO: tre anni di LIFE – Food.Waste.StandUp, meno sprechi più solidarietà

Guarda le foto Tre anni di LIFE – Food.Waste.StandUp: evento di chiusura.

Autore: Simona Volpe
Data: 25 settembre 2019

Non portare il cane malato dal veterinario è reato?

Il proprietario che si disinteressa della salute del proprio animale, lascia che le sue condizioni si aggravino progressivamente e non lo porta da un medico veterinario, può essere accusato di maltrattamento. Lo ha confermato la Corte di Cassazione con una recentissima sentenza (Cass. Pen. Sez. III, n. 22579/2019), relativa al caso di un cane affetto da tumori mammari e trascurato dal proprietario, al punto che era stata messa in pericolo la sua stessa sopravvivenza.

Cosa s’intende per “maltrattamento” di animali?

Il reato di maltrattamento di animali è punito dal Codice Penale, all’art. 544 ter, e si configura quando qualcuno, con crudeltà o senza necessità, causa volontariamente una lesione a un animale oppure lo sottopone a sevizie o comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche.

La giurisprudenza ha già più volte affermato che questo tipo di comportamento sussiste anche qualora la sofferenza consegua all’omissione delle cure e dei provvedimenti necessari per assicurare il benessere e la salute dell’animale stesso.

Trascuratezza e colpevolezza

Nella sentenza sopra citata, i giudici hanno confermato che il lasciar patire un animale per una malattia senza farlo curare, nemmeno quando la situazione si protrae e si aggrava, “configura una lesione rilevante per il reato di maltrattamento di animali, art. 544 ter”.  A supporto di questa interpretazione, viene richiamata una relazione tra questo reato, in danno di animali, e quello che punisce chi causa lesioni personali a un uomo (art. 582 c.p.). In particolare, si precisa che l’integrità di un individuo può essere compromessa anche da “un significativo processo patologico o l’aggravamento di esso”, con conseguenti sofferenze. Ciò vale anche nel caso di un animale.

E’ importante evidenziare che l’assenza di cure, quando la compromissione delle funzioni dell’organismo o comunque la sofferenza sono evidenti, è ritenuta dolosa, cioè frutto di un comportamento volontario.

Sembra difficile poter affermare che una persona voglia di proposito creare un danno al proprio animale oppure consenta consapevolmente che questo soffra. Ma il proprietario, in questi casi, è considerato responsabile e deve rispondere di un grave reato. 

Autore: Paola Fossati (animalidacompagnia.it)
Data: 25 settembre 2019

Lo SPID: che cos’è e come può facilitare la vita?

Lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) è un servizio che, con un’unica Identità Digitale composta da username e password, permette a tutti i cittadini di accedere ai servizi online di determinati uffici pubblici, come per esempio la richiesta del Reddito di Cittadinanza o del Bonus Mamma, oppure per effettuare l’iscrizione dei figli a scuola; ma anche per accedere a propri dati personali, come il libretto sanitario o la propria posizione INPS.

Scopri l’elenco delle PA in cui si può usare lo SPID

COME OTTENERE LO SPID

Con lo SPID è più facile anche l’utilizzo di alcuni siti di e-commerce: il consumatore accede e acquista con richiesta delle sole credenziali che saranno collegate all’anagrafica del titolare, registrata in precedenza.

Per ottenere le credenziali dello SPID bisogna rivolgersi ad un “Identity Provider” (Fornitore di Identità digitale), i quali offrono diverse modalità per richiederlo, in un tempo che varia dai 10 ai 20 minuti massimo. Con lo SPID è possibile accedere ai servizi della PA attraverso i propri Pc, ma anche con i tablet, o gli smartphone.

Per quanto riguarda i documenti che servono per avviare la pratica di richiesta, bisogna munirsi di: carta d’identità, passaporto, patente, permesso di soggiorno, codice fiscale/tessera sanitaria, cellulare e indirizzo e-mail.

RISCHI E OPPORTUNITA’ DELLO SPID

Sappiamo che la tecnologia ha più successo quanto più si integra con le abitudini umane; quando comporta pochi oneri e quando è realmente semplice da usare: lo SPID potrebbe essere lo strumento per arginare la naturale diffidenza che i cittadini mostrano verso la Pubblica Amministrazione, magari migliorando il processo di accesso al servizio, diminuendo i passaggi per l’attivazione di username e password.

Sul costo dell’attivazione dello SPID c’è qualche nube da dissipare: infatti la spesa varia a seconda dell’Identity Provider scelto e a seconda dei sistemi di identificazione selezionati. Se l’autenticazione avviene tramite la firma digitale solitamente il costo è di 0 euro; mentre se si decide di autenticarsi tramite appuntamento di persona, può essere richiesto il pagamento di un contributo fino a 20 euro.

Questo è un aspetto molto importante: si dovrebbe trovare un sistema per il quale il servizio resti sempre gratuito per il consumatore a prescindere dall’Identity Provider al quale ci si rivolge.

Autore: Angela Tassone
Data: 24 settembre 2019

Il notaio risponde su… contratto di mantenimento

Cos’è il contratto di mantenimento?

Spesso gli anziani hanno bisogno di ricevere prestazioni variamente combinate di dare e di fare, dall’assistenza materiale a quella morale, vita natural durante, in cambio della cessione di un immobile (es. la casa d’abitazione) o della cessione di un capitale. Con il contratto di mantenimento una parte (vitaliziante) si obbliga, in corrispettivo del trasferimento di un bene o della cessione di un capitale, a prestare all’altra parte (vitaliziato) assistenza materiale e/o morale, vita natural durante.

Questo contratto, pur non essendo espressamente previsto e disciplinato dal codice civile, trova larga diffusione pratica in quanto utile a soddisfare reali e specifiche esigenze delle parti e in particolare del destinatario della prestazione assistenziale, spesso persona anziana e non più autosufficiente.

Fonte: Guida La terza età: strumenti patrimoniali, opportunità e tutele, Consiglio Nazionale del Notariato