Archivio mensile:Marzo 2013

ACQUISTI: negozi e strumenti di pagamento, oggi e domani

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Cosa pensi dei negozi e degli strumenti di pagamento di oggi e come vorresti fossero in futuro? Rispondi a 5 semplici domande per condividere il tuo punto di vista, i risultati saranno presto disponibili su www.consumatori.it!

Roma, 30 ottobre 2019 – “Cosa apprezzi di più negli attuali negozi e canali di vendita? Come immagini i negozi del futuro e come vorresti fossero gli strumenti di pagamento? Sono queste alcune delle domande presenti nella survey Negozi e strumenti di pagamento, oggi e domani’ lanciata dall’Unione Nazionale Consumatori sul sito www.consumatori.it e sui suoi canali social”. E’ quanto si legge in una nota della prima associazione dei consumatori in Italia.

“L’indagine -spiega Massimiliano Dona, presidente dell’UNC- è stata realizzata per indagare il sentiment dei consumatori rispetto agli attuali canali di vendita e agli strumenti di pagamento e scoprire quali sono le aspettative per il futuro”.

Per partecipare, basterà rispondere a 5 semplici domande. Non perdere l’occasione di far sentire la tua voce, PARTECIPA SUBITO ALL’INDAGINE!

ISTAT: evasione fiscale 2017, 192 miliardi

Nel 2017 l’economia non osservata (ossia economia illegale + sommersa) vale circa 211 miliardi di euro (210,852 mld), il 12,1% del Pil, contro 207,696 mld del 2016 (12,2%), con un rialzo, quindi, dell’1,5%. L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è perciò lievemente ridotta, confermando la tendenza in atto dal 2014, anno in cui si era raggiunto un picco del 13%.

In particolare, nel 2017 l’economia sommersa, ossia le attività che sono volontariamente celate alle autorità fiscali, previdenziali e statistiche, in sostanza l’evasione, ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro (191,955 mld), l’11,1 % del Pil, dai 186,619 mld del 2016 (11,2% del Pil), mentre le attività illegali valgono circa 18,9 miliardi (18,896 mld), l’1,1% del Pil (era 18,078 mld nel 2016, l’1,1% del Pil).

Rispetto alle componenti dell’economia sommersa, la sotto-dichiarazione vale 97 miliardi (97,165 mld, il 5,6% del Pil), l’impiego di lavoro irregolare 79 miliardi (78,750 mld), il 4,5% del Pil (era 78,492 mld nel 2016) e le componenti residuali 16 miliardi (0,9% del Pil).

La diffusione del sommerso economico risulta essere legata al tipo di mercato di riferimento (e di rapporto fra cliente e fornitore) piuttosto che alla tipologia di bene/servizio prodotto.

A livello settoriale si evidenzia che il ricorso alla sotto-dichiarazione del valore aggiunto ha un ruolo significativo nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, dove rappresenta il 13,2% del valore aggiunto del comparto, nelle Costruzioni (11,9%) e nei Servizi professionali (11,6%).

L’impiego di lavoro irregolare ha un peso particolarmente rilevante, pari al 22,7% del valore aggiunto, negli Altri servizi per la persona, dove è forte l’incidenza del lavoro domestico.

Nel settore primario il valore aggiunto sommerso è generato solo dall’impiego di lavoro irregolare, che rappresenta il 16,9% del totale prodotto dal settore.

Il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del Commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, dove si genera il 21,4% del valore aggiunto totale.

Analogamente l’incidenza relativa del ricorso al sommerso è alta negli Altri servizi alle persone ed è pari al 12,3% del sommerso economico, pur contribuendo il settore solo per il 4,1% alla formazione del valore aggiunto totale.

Il ricorso al lavoro non regolare da parte di imprese e famiglie è una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano. Sono definite non regolari le posizioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale-contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative.

Nel 2017 sono 3 milioni e 700 mila le unità di lavoro a tempo pieno (ULA) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 696 mila unità). L’aumento della componente non regolare (+0,7% rispetto al 2016) segna la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato (-0,7% rispetto al 2015).

L’incidenza del lavoro irregolare è più elevata nel settore dei servizi (16,8%) e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli Altri servizi alle persone (47,7%) dove la domanda di prestazione lavorative non regolari da parte delle famiglie è rilevante. Molto significativa risulta la presenza di lavoratori irregolari anche in agricoltura (18,4%), nelle costruzioni (17,0%) e nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (15,8%).

Per quanto riguarda le attività illegali, pari nel 2017 a 18,9 miliardi di euro (18,896 mld), l’1,1% del Pil, con un incremento di 0,8 miliardi rispetto all’anno precedente (era 18,078 mld), la crescita è determinata prevalentemente dal traffico di stupefacenti: nel 2017 il valore aggiunto sale a 14,4 miliardi di euro e la spesa per consumi raggiunge i 15,7 miliardi di euro. Modesta la crescita dei servizi di prostituzione, pari a 4 miliardi di euro, mentre l’attività di contrabbando di sigarette rappresenta il 2,5% del valore aggiunto complessivo (0,5 miliardi di euro) ed il 3,2% dei consumi delle famiglie (0,7 miliardi di euro).

Università online, come sceglierle?

università

Le università online, negli ultimi anni, si sono moltiplicate: sempre più offerte didattiche, grande possibilità di modulare il proprio percorso, ma costi, non sempre, alla portata di tutti.

I numeri parlano chiaro: in Italia oltre 60000 studenti hanno scelto un’università telematica tra le 11 riconosciute dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Come funzionano? Sono una scelta valida? Abbiamo provato a farci un’idea riguardo questo mondo in continua espansione. 

Come funzionano

Le università telematiche, per definizione, sono istituti di istruzione superiore di livello universitario abilitati per legge a rilasciare titoli accademici, dalle lauree ai master fino ai dottorati di ricerca, di valore legale, con modalità di insegnamento a distanza, basate sulle nuove tecnologie telematiche.

Le modalità di insegnamento non sono uguali in tutti gli atenei online ma ci sono degli aspetti comuni, ad esempio, la possibilità di studiare da casa accedendo a piattaforme online che contengono il materiale didattico (slide, video lezioni, esercitazioni).

Tra gli elementi comuni in questo tipo di atenei, inoltre, possiamo rintracciare:

  • tutte le lezioni sono video registrate e visibili 24/24 h;
  • la possibilità, per lo studente, di chiedere chiarimenti al docente (ad esempio sull’ultima lezione) via mail o attraverso una chat dedicata;
  • consulenza da parte di un tutor per programmare gli esami;
  • possibilità di svolgere test intermedi prima dell’esame per valutare il proprio livello di preparazione.

Non solo università on line

La tendenza, che vede l’insegnamento universitario svolgersi sempre più in formato digitale, ha colto anche istituti “tradizionali” che hanno investito nell’integrazione dell’insegnamento attraverso la creazione di alcuni corsi online: come il Politecnico di Milano, che per la sua business school, ha investito in “corsi flex”, vale a dire corsi flessibili che prevedono una divisione tra lezioni in aula e una parte della didattica che viene svolta online con videoconferenze ed esercitazioni.

La Bocconi invece, per i suoi 7 corsi online, si è affidata  alla piattaforma Coursera, uno dei maggiori operatori del settore, che ospita oltre 20 milioni di utenti e più di 2mila programmi.

Quali sono i corsi più diffusi?

L’offerta formativa degli atenei telematici è variegata: tra le discipline più diffuse troviamo senza dubbio business and management ed informatica.

Negli ultimi anni però, con l’aumento della richiesta, i corsi proposti sono cresciuti: non solo discipline umanistiche e scienze sociali, ma anche scienze, scienze della formazione, medicina e professioni sanitarie.

Il caso Ferragni

Non solo materie “tradizionali” ma anche qualcosa di più fantasioso: notizia di qualche tempo fa, quella che annunciava l’avvio di un corso di laurea, proprio in un’università online, le cui discipline insegnate erano finalizzate al raggiungimento di conoscenze pratiche e teoriche utili nella professione dell’influencer.

Il corso però non è stato ancora avviato ed è finito, nel frattempo, all’attenzione della Procura della Repubblica e del MIUR, che esaminerà il tutto per valutare l’effettiva correttezza dell’operazione e se non si rischi di illudere i giovani studenti promettendo loro la popolarità della Ferragni o di altri influencer come lei, “semplicemente” con un corso.

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Come scegliere

Chi si approccia alle università online ha, spesso, dubbi rispetto alla qualità degli insegnamenti o al valore del titolo che si conseguirà.

Domandando ad alcuni studenti che frequentano o hanno frequentato questo genere di atenei le opinioni sono diverse, tra chi, come Luca (ex studente) ci dice che “la mia esperienza è stata ottima e mi ha permesso di continuare a lavorare senza la preoccupazione di dover seguire le lezioni in orari pre stabiliti come nelle università tradizionali” e chi invece, come Claudia (studentessa) ci racconta che, per lei “il percorso che sto seguendo è, si interessante, ma molto spesso percepisco diffidenza da chi non ha fiducia che il mio titolo sia equivalente con quello delle altre università”.

Purtroppo, un metodo infallibile per scegliere la migliore università online non esiste, sono molti i fattori da tenere in considerazione, tra cui: controllare che l’università sia riconosciuta dal Ministero e che quindi possa emettere titoli di studio validi e riconosciuti, il prestigio dell’ateneo è un ulteriore fattore, la percentuale di laureati che trova lavoro dopo aver conseguito il titolo (dati consultabili online), l’esborso economico necessario è un dato rilevante e affatto marginale.

Date un’occhiata, poi, al contratto: sono frequenti, infatti, segnalazioni ai nostri sportelli di clausole poco trasparenti che purtroppo, spesso, si scoprono quando è troppo tardi.

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Autore: Lorenzo Cargnelutti
Data: 30 ottobre 2019

Il modem questo sconosciuto

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Il modem è un dispositivo presente in quasi tutte le case. Con l’aiuto di QualeScegliere.it, cerchiamo di capire meglio a cosa servono esattamente modem e router (spesso integrati in un unico apparecchio), quali sono le ultime innovazioni in questo campo e a cosa fare attenzione quando si vuole acquistare un nuovo modello. 

MODEM E ROUTER

Il termine modem deriva dalla fusione dei termini “modulatore” e “demodulatore” e indica un dispositivo in grado di convertire impulsi analogici in segnali digitali e viceversa. In termini più pratici, il modem permette di stabilire una connessione a Internet sfruttando la vecchia rete telefonica o, nelle case in cui questa tecnologia è già disponibile, i cavi in fibra ottica. Da diversi anni, inoltre, i modem permettono anche di utilizzare diversi tipi di servizi e tecnologie, a seconda del contratto sottoscritto con il proprio operatore telefonico. La grande maggioranza dei modelli di ultima generazione è infatti in grado di gestire la telefonia e di integrare una serie di funzioni molto avanzate che vanno dal monitoraggio dei consumi energetici alla possibilità di fungere da media server, permettendo all’utente di connettere una memoria esterna tramite USB e accedere ai propri documenti anche in mobilità.

Il router, invece, è quell’apparecchio che permette di connettere alla rete più dispositivi nello stesso momento. In sostanza, è quel componente che gestisce il traffico dei dati e permette che la rete funzioni correttamente. Anche se grazie alla tecnologia Wi-Fi il router è in grado di mantenere connessi moltissimi dispositivi senza l’utilizzo di alcun cavo, normalmente è anche dotato di almeno quattro porte Ethernet, che tramite un cavo LAN permettono un collegamento ancora più stabile e veloce.

Oggi la soluzione più comune prevede una combinazione tra modem e router Wi-Fi, molto spesso assemblati insieme per assicurare prestazioni complete senza dover acquistare e configurare più dispositivi. Con un unico apparecchio sarà dunque possibile sia accedere alla rete, sia gestirne il traffico, permettendo anche la connessione di tutti quei dispositivi basati unicamente su tecnologie wireless oppure che ormai non sono più dotati di porte Ethernet, dagli smartphone ai notebook. 

LA RIVOLUZIONE DEL MODEM LIBERO

Molti utenti non sono particolarmente informati sulle caratteristiche del proprio modem router anche a causa di una politica che per anni ha impedito una libera scelta del modello più adatto alle proprie esigenze. Fino al 1° gennaio 2019, infatti, quando è stata annunciata la delibera dell’AGCOM 348/18/CONS (vedi n. 288 pag. 26), era possibile utilizzare solo i modem forniti dalle compagnie telefoniche in comodato d’uso. Nonostante una certa resistenza, le compagnie telefoniche si sono dovute adattare alla delibera e fornire agli utenti tutte le informazioni necessarie per installare qualunque modem. Inoltre, non è più necessario pagare un comodato d’uso mensile che, oltre a rappresentare un peso aggiuntivo nella bolletta telefonica, porta anche a pagare cifre molto alte per modelli che spesso offrono performance inferiori rispetto a quelle di modem prodotti da terzi. 

L’unica nota potenzialmente negativa nel dotarsi di un dispositivo non offerto direttamente dal proprio provider è la mancanza di un’assistenza diretta in caso di eventuali problemi tecnici. Questi non dovrebbero rappresentare un ostacolo per chiunque abbia un minimo di esperienza con le periferiche di rete, anche perché le compagnie telefoniche sono tenute a rendere pubblici, sui rispettivi siti web, tutti i dati necessari per configurare correttamente un modem prodotto da altri marchi.

Nonostante la delibera dell’AGCOM, i nostri sportelli continuano a ricevere segnalazioni relative all’addebito in fattura di rate per modem non richiesti. Molti operatori continuano ad affermare che non è possibile utilizzare un modem diverso da quello della compagnia, oppure che le prestazioni della rete ne risentirebbero in modo drastico. Prima di accettare qualunque contratto dove viene richiesto di pagare un dispositivo in comodato d’uso, consigliamo dunque di informarsi preventivamente in modo approfondito.

Sono molti i parametri da considerare quando si decide di acquistare un  modem router WI-FI e la primissima cosa da fare è verificare quali sono i termini del proprio contratto con il provider prescelto. È lì, infatti, che si possono trovare diverse informazioni utili:

  • tipo di connessione: può essere ADSL (uno standard non più recente, ma tuttora molto diffuso), VDSL/VDSL2 (che indica sostanzialmente le connessioni in cui i cavi in fibra raggiungono cabine sulla strada, mentre l’ultimo tratto viene coperto dai vecchi doppini in rame), o FTTH (ovvero dove la connessione in fibra raggiunge direttamente la casa dell’utente). Anche se di norma tutti i modelli che dispongono di tecnologie più avanzate sono sempre retrocompatibili con gli standard più datati, non è assolutamente vero il contrario, per cui è bene scegliere un modello in grado di supportare il tipo di impianto presente nella propria abitazione;
  • velocità massima nominale della rete: in parte è legata al tipo di connessione e permette di capire quale sia la maggiore velocità di navigazione possibile per la propria connessione. Viene misurata in Mbit/s ed è anche legata allo standard Wi-Fi supportato dal modem stesso, che nei modelli migliori normalmente corrisponde alle sigle N e AC. È assolutamente consigliabile dotarsi di un modem router che supporti questi standard, dato che i precedenti (B e G) stanno cadendo in disuso. Ricordiamo comunque che la velocità nominale non corrisponde esattamente a quella netta, che potrebbe variare anche sensibilmente a seconda della qualità della propria rete, del modem stesso e di possibili interferenze da parte di altri segnali wireless.

Ci sono poi altre caratteristiche da considerare, solitamente riportate sulle confezioni o all’interno delle schede tecniche dei vari prodotti:

  • antenne: il numero delle antenne ha una certa importanza nelle prestazioni del modem router, ma ancora più rilevanti sono le tecnologie che queste possono sfruttare. I modelli migliori oggi dispongono di MU-MIMO (multi-user MIMO), che permette di ottimizzare la trasmissione del segnale, evitando che la connessione subisca rallentamenti anche quando ci sono molti dispositivi connessi. Molti utenti apprezzano ancora le antenne esterne, ma va detto che queste non comportano alcun vantaggio, causando anzi un certo ingombro;
  • collegamenti: i modem router moderni dispongono solitamente di almeno una porta WAN (che serve per connettere un eventuale router esterno), quattro LAN e almeno una USB. Questa può essere utilizzata, come anticipato, per trasformare il modem stesso in un media server, che metterà a nostra disposizione tutti i documenti salvati in una memoria esterna connessa al modem anche quando siamo fuori casa;
  • funzioni di sicurezza: esistono diversi protocolli di sicurezza di cui un modem router può essere dotato, ma quello più sicuro (la cui presenza va assolutamente verificata) è chiamato WPA2. Anche se questo non garantisce l’incolumità da possibili attacchi esterni, è sicuramente lo standard migliore attualmente disponibile sul mercato. Inoltre, sono spesso integrati firewall, VPN e sistemi per il controllo parentale per migliorare il livello di protezione della connessione;
  • telefonia: anche se ormai è una funzione abbastanza diffusa, va verificato che il modem selezionato sia in grado di gestire il traffico voce VoIP (voice over IP), che permette di effettuare chiamate appoggiandosi a Internet invece che alla tradizionale linea telefonica;
  • gestione del traffico dati: una funzione importantissima soprattutto per chi dispone di molti dispositivi costantemente connessi alla rete, e in particolare per gli amanti del gaming online, è il Quality of Service, una tecnologia supportata dagli standard Wi-Fi più recenti che permette di dare automaticamente la priorità nell’utilizzo del traffico dati al caricamento di particolari siti web o di singoli software.

Questa rubrica è stata realizzata in collaborazione con QualeScegliere.it, piattaforma online che mette a disposizione una serie di strumenti utili e pratici da consultare per aiutare gli utenti nella scelta fra oltre 300 categorie di prodotti

Vuoi dire la tua sul tema? Commenta nello spazio sottostante oppure scrivici all’indirizzo info@consumatori.it. La tua opinione per noi è importante!

Autore: Emanuela Dona in collaborazione con QualeScegliere.it
Data: 8 ottobre 2019

Il notaio risponde su… diritto alimenti

In caso di separazione, in cosa consiste esattamente il diritto agli alimenti?

  • Si tratta di in un intervento di carattere patrimoniale effettuato nei confronti del coniuge che versi in stato di bisogno.
  • Sono necessari: – io stato di bisogno oggettivo dell’altro coniuge, e cioè che si trovi in una situazione di mancanza o di insufficienza di mezzi necessari per soddisfare le fondamentali esigenze della vita; – l’incapacità dello stesso di provvedere al proprio sostentamento economico; – la capacità economica dell’obbligato di affrontare l’onere degli alimenti.
  • Dato il carattere personale, il diritto agli alimenti non può essere oggetto di rinuncia o transazione.

Guida “Il Matrimonio” Consiglio Nazionale del Notariato

L’esperto risponde su… bollo auto

Ho ricevuto una cartella esattoriale per il pagamento di un bollo auto del 2011. Devo pagarla?

L’imposta per il bollo auto si prescrive in tre anni che devono essere conteggiati dal 1° Gennaio dell’anno successivo alla scadenza del pagamento: quindi per l’anno 2011, il computo decorre dal 1° Gennaio 2012 e l’imposta si prescrive il 31 Dicembre 2014, a meno che nel frattempo il contribuente non abbia ricevuto un atto interruttivo della prescrizione come un sollecito o un avviso di accertamento. La cartella, se prescritta, deve essere impugnata entro 60 giorni dalla ricezione.

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Autore: Valentina Greco
Data: 29 ottobre 2019

Trading online: come riconoscere le truffe

L'immagine di un uomo che investe in borsa usando il proprio smartphone

Chiunque navigando su internet si sarà imbattuto almeno una volta nell’annuncio di “occasioni d’oro” da non perdere per diventare ricchi in pochissimo tempo. Spesso in questi messaggi pubblicitari si vedono i volti sorridenti di persone “normali” – studenti universitari, lavoratori, casalinghe, pensionati – che investendo in borsa piccole cifre, in modo semplice e con pochi click, sono riuscite a portarsi a casa cifre da capogiro. Per chi non lo sapesse, l’acquisto e la vendita di titoli non funziona affatto così, e se qualcuno vi propone di mettervi alla prova con un investimento di poche decine di euro su una piattaforma di trading online, pensateci non una ma due volte prima di dire di sì. Proviamo a spiegare perché.

Truffe online, le regole ci sono (ma in pochi le rispettano)

Nonostante all’apparenza le vincite facili proposte possano sembrare irrealizzabili a prima vista, sono tante purtroppo le persone che abboccano ogni giorno all’amo, complici gli slogan e le immagini accattivanti utilizzati e la pervasività dei messaggi pubblicitari, particolarmente accentuata sul web. Lo dimostrano le centinaia di segnalazioni e reclami che arrivano ai nostri sportelli di assistenza. Eppure queste truffe non si dovrebbero nemmeno verificare, anzitutto perché l’attività finanziaria di investimento è regolamentata a livello nazionale ed europeo. Tante aziende però operano al di fuori delle regole, non avendo mai ottenuto alcuna autorizzazione a raccogliere risparmi sul territorio italiano da parte della Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), e continuando a truffare la gente non preoccupandosi affatto di incorrere in sanzioni. L’esercizio abusivo di servizi e attività di investimento è infatti un reato punito con la reclusione fino a un massimo di 8 anni in base all’art. 166 del Testo unico della Finanza – Tuf.

Le tecniche utilizzate dai truffatori

Chi confeziona i messaggi pubblicitari per attirare gli utenti nella trappola del trading online, fa leva principalmente su tre elementi. Il primo elemento è far passare il messaggio che con pochi soldi, con alcuni semplici click e in brevissimo tempo chiunque può far lievitare 100 euro fino addirittura a 40.000 euro. Insomma, un miracolo alla portata di tutti. Il secondo elemento consiste nella tecnica di utilizzare parole e formule rassicuranti – dai “periodi di prova” ai “bonus di benvenuto” – per far credere all’utente che non correrà alcun rischio nell’investire parte dei propri risparmi in borsa. Ciò che si verifica è però puntualmente l’esatto contrario. Il terzo elemento rimanda infine a tecniche di marketing che sono sempre più aggressive: si va dall’invio di sms alle chiamate promozionali sui numeri di cellulare nel corso delle quali l’operatore prova a “giocare” sulla scarsa attenzione o sulla fretta dell’utente spingendolo a investire piccole cifre in cambio di bonus che gli faranno guadagnare molti più soldi.

Come riconoscere i siti pericolosi per i nostri soldi: 5 consigli da seguire

Riconoscere i siti di trading online che celano delle truffe è possibile. Basta seguire una serie di consigli, come quelli indicati dalla Consob, e ricordarsi che una volta entrati in contatto con queste piattaforme sarà difficile tornare indietro e recuperare i soldi investiti.

  1. La prima cosa a cui fare attenzione è lo schema della comunicazione pubblicitaria. È molto simile a quello del gioco online e, in effetti, chi propone il trading online vuole farci credere che sia facile come scommettere sul risultato di una partita di calcio.
  2. Occorre accertarsi subito della vera ed esatta denominazione della società che propone l’investimento. Se si hanno difficoltà nell’ottenere queste informazioni basilari, allora è meglio “cambiare aria”. In generale, è sempre bene comunque non fidarsi ciecamente di quello che viene riportato sul sito di una società, così come non basta leggere che il soggetto in questione è vigilato da un’autorità pubblica. Se la società non è presente sul sito della Consob fra le imprese autorizzate (o sugli elenchi della Banca d’Italia), non bisogna assolutamente investire.
  3. Un altro campanello d’allarme squilla nel momento in cui la sede sociale dell’impresa che propone l’investimento è situata in un paradiso fiscale o in una località esotica.
  4. Diffidare dalle promesse di rendimenti molto più alti di quelli presenti sul mercato, così come da bonus e incentivi di vario tipo e dai guadagni iniziali assicurati.
  5. Tenere sempre a mente le modalità con cui è stata promossa la piattaforma di trading online. Come detto si può trattare di sms, di telefonate ai numeri di cellulare, ma anche dell’invio di link tramite mail, di banner e pop up che compaiono sulle pagine web che si stanno consultando e di passaparola nei “forum di finanza”, dove capita spesso che dietro gli “esperti” si celino operatori delle società che puntano a truffare gli utenti.

Come difendersi da queste truffe?

La prima cosa da fare, come detto, è verificare se il soggetto che offre il servizio di trading online sia autorizzato in Italia. In ogni caso conviene verificare se vi siano delle segnalazioni negative presso la Consob. È una verifica semplice da fare. Sul sito dell’Autorità vengono infatti pubblicati periodici avvisi in cui sono resi noti i nomi dei soggetti non autorizzati. Se dopo vari controlli si prende la decisione di investire in borsa, così come per gli acquisti online è importante tutelarsi con il metodo di pagamento. È quindi sconsigliabile anzitutto l’uso del bonifico bancario. Molto meglio effettuare i pagamenti tramite carta di credito, cosa che consente, almeno in determinate circostanze, di contestare gli addebiti e magari anche di recuperare i soldi versati. Se si iniziano ad avere difficoltà nella restituzione delle somme investite, la cosa da fare è uscire subito dall’investimento. In caso di necessità, i nostri sportelli d’assistenza e i nostri esperti sono sempre pronti a darvi una mano.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 29 ottobre 2019

BANCHE: accesso non autorizzato a dati di clienti Unicredit

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Attenti al phishing. I consumatori prestino cautela nei prossimi mesi. Il decalogo da seguire.

Roma, 28 ottobre 2019 – Unicredit ha identificato un caso di accesso non autorizzato a dati relativi a un file generato nel 2015 che conteneva circa 3 milioni di records, composto solo da nomi, città, numeri di telefono ed e-mail. Lo comunica la banca stessa, che rassicura sul fatto che non sono stati compromessi altri dati personali, né coordinate bancarie in grado di consentire l’accesso ai conti dei clienti o l’effettuazione di transazioni non autorizzate.

“Bene ha fatto Unicredit ad avvisare la sua clientela. Anche se non sono stati acquisiti dati per l’accesso ai conti o per transazioni non autorizzate, si tratta di un fatto comunque preoccupante sul quale speriamo la polizia postale riesca a fare piena luce” dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

“I consumatori devono ora prestare molta attenzione e avere particolari cautele, seguendo speciali precauzioni nei prossimi mesi. Ad esempio potrebbe esserci un aumento delle truffe informatiche, il cosiddetto phishing. Gli hacker potrebbero inviare ai clienti Unicredit e-mail personalizzate, con il logo contraffatto dell’istituto di credito, invitandoli ad accedere al sito per motivi di sicurezza, prendendo a pretesto proprio il loro attacco” prosegue Dona.

“Non per niente Unicredit stessa si è premurata di informare che contatterà i clienti solo tramite posta tradizionale e/o notifiche via online banking e ha messo a disposizione un numero verde dedicato. Suggeriamo, comunque, il cambio della password” conclude Dona.

Di seguito alcuni consigli:

  1. Attenti al phishing. Non accedete a nessun sito, anche se a voi noto, cliccando da un indirizzo elettronico ricevuto via email. Può essere un’email contraffatta con grafica e logo della ditta e/o banca a voi nota che vi chiede di riassumere dati personali o vi rimanda ad una finta pagina web del tutto simile all’originale;
  2. Non rispondete mai ad email senza aver prima verificato l’indirizzo di provenienza. Non basta, infatti, che il nome dell’utente corrisponda. Quello che conta è l’indirizzo email;
  3. Mai aprite allegati senza aver prima accertato l’effettiva provenienza dell’email;
  4. Dati riservati. Non date mai online il vostro nome, indirizzo, telefono, età, nome o altri dati personali ad indirizzi email di persone a voi ignote;
  5. Dati segreti. Non date mai online a nessuno, neanche a persone note, il vostro numero di codice fiscale, il luogo e la data di nascita o il numero della carta d’identità;
  6. Verificate se il sito della vostra banca è protetto. I siti delle banche, quando si accede al proprio conto, devono essere protetti da sistemi di sicurezza internazionali come SSL e SET: sono riconoscibili dal simbolo di un lucchetto chiuso nella barra di indirizzo.
  7. Cambiate la password. Periodicamente è opportuno cambiarla, meglio ogni 3 mesi. Prima di effettuare il cambio, controllate se il sito è in connessione cifrata “Ssl”.  Usate password con come minimo 10 caratteri, con combinazioni di numeri e lettere, maiuscole e minuscole e almeno un carattere speciale, tipo virgola, punto e virgola o due punti. Il proprio nome con l’aggiunta di un numero, magari la propria data di nascita, è decisamente da evitare. Mai password, insomma, con propri dati personali. Nemmeno le sequenze di tasti, tipo asdf, qwerty, 1234 sono sicure. Non utilizzare, infine, le stesse password per più account. Non lasciare la password scritta in posti raggiungibili da altri. Meglio se riuscite a memorizzarla.
  8. Estratto conto. Dopo aver fatto un acquisto non sarebbe male controllare i successivi estratti conto.
  9. Utilizzare software e browser completi ed aggiornati: il primo passo per la sicurezza è avere un buon antivirus aggiornato. Per una maggiore sicurezza online, inoltre, è necessario aggiornare all’ultima versione disponibile il browser utilizzato per navigare.
  10. Download. Non scaricate nulla e non installate programmi da siti che non siano sicuramente affidabili.

SPORT: delusione per accordo Juventus Coca-Cola

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Juventus annuncia accordo con Coca Cola. Auspichiamo comunicazione etica.

Roma, 28 ottobre 2019 – “Una delusione! Da sempre i produttori di bevande zuccherate e alimenti ipercalorici cercano di affiancare la loro immagine a quella dello sport. Ma questo abbinamento non ha senso se non corroborato da un effettivo impegno di queste industrie nel contenere gli abusi che, soprattutto in alcune parti del mondo, vengono fatti di questi prodotti, con danni incalcolabili per la popolazione e la sanità pubblica” afferma l’avv. Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando l’accordo tra Juventus e Coca Cola, che diventa Official Partner dei bianconeri.

“Speriamo che la Juventus si sia almeno preoccupata di esplicitare nell’accordo un approccio etico nella comunicazione commerciale, per diffondere i prodotti a più basso contenuto di zuccheri, considerato che da tempo Coca cola ha affiancato bevande più attente alla salute rispetto a quelle tradizionali” conclude Dona.

ACQUISTI: bene credito d’imposta? Allora anticipiamo sanzioni al 1° gennaio

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Per Confesercenti il credito d’imposta è passo nella giusta direzione. Bene, allora anticipiamo sanzioni.

Roma, 25 ottobre 2019 – Per Confesercenti il credito di imposta sulle commissioni dei pagamenti elettronici è un primo passo nella giusta direzione.

“Bene! Concordiamo che la soluzione del credito d’imposta vada incontro alle esigenze dei commercianti. Proprio per questo, però, non ci sono più scusanti e si dovrebbero anticipare sia il credito d’imposta che le sanzioni per chi non ha il Pos al 1° gennaio 2020” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

“Senza contare che c’è tutto il tempo per trovare intese con il mondo creditizio da qui alla fine dell’anno, visto che mancano più di due mesi. Quindi non ci sono più ragioni per non rendere vincolante quanto già previsto dall’ottobre del 2012, ossia da ben 7 anni, e per non far scattare sanzioni già previste dalla legge di stabilità del 2016, ossia da quasi 4 anni” conclude Dona.