Archivio mensile:Marzo 2013

PAY TV: segnalazione all’Antitrust per i rimborsi Sky

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Unc segnala all’AGCM le modalità di rimborso per abbonati di Sky Sport e Sky Calcio. La promozione doveva essere automatica e più visibili sul sito.

Roma, 29 aprile 2020 – “Sarà l’Antitrust a stabilire se Sky ha ostacolato l’adesione alla “promozione emergenza coronavirus” prevista sui pacchetti Calcio e Sport degli abbonati, come molti consumatori ci hanno segnalato”. E’ quanto dichiara Massimiliano Dona, Presidente di Unione Nazionale Consumatori, annunciando la segnalazione dell’associazione all’Autorità Antitrust per le modalità dello sconto agli abbonati della pay tv.

Nelle scorse settimane, Sky aveva accolta la richiesta della nostra associazione di scontare gli abbonamenti Sky Sport e Sky Calcio per l’impossibilità di trasmettere gli eventi sportivi previsti, a causa del Coronavirus. Il problema è che lo sconto non è automatico ma va richiesto dal consumatore con la conseguenza che molti non lo hanno fatto.

“La notizia dello sconto non è stata comunicata adeguatamente -spiega l’avvocato Dona- non è apparsa praticamente su nessun organo di informazione, non è nell’home page del sito di Sky ma si trova, dopo una lunga caccia al tesoro, nella pagina nascosta del ‘Fai da te’. Molti consumatori, inoltre, ci hanno scritto lamentando di non essere riusciti a concludere la procedura o di averlo fatto dopo numerosi problemi tecnici”.

“Alla luce di queste segnalazioni -aggiunge il Presidente Dona- abbiamo depositato un esposto all’Antitrust affinché verifichi le modalità scelte dall’azienda per il rimborso. Anche perché, ricordiamo, che non si tratta di una gentil concessione di Sky, di un atto di liberalità come vogliono far credere ai loro clienti (è scritto nell’annuncio: “vogliamo esserti ancor più vicino” ndr), ma di un atto dovuto, che pure non escluderà contenziosi per tutte quelle persone che riterranno di aver subito un maggior danno. Per gli abbonati di Sky Sport e Sky Calcio si è verificata, infatti, una indubbia diminuzione di contenuti e, per quanto non sia un disservizio, la legge prevede che sia il fornitore dell’obbligazione divenuta impossibile a sobbarcarsene il costo” conclude Dona.

ISTAT: focus su Covid-19

L’Istat ha realizzato un focus, simulando l’impatto del COVID-19 sull’economia italiana. L’approfondimento delle dinamiche economiche avviene in una fase che vede sospese le attività di 2,2 milioni di imprese (il 49% del totale, il 65% nel caso delle imprese esportatrici), con un’occupazione di 7,4 milioni di addetti (44,3%) di cui 4,9 milioni di dipendenti (il 42,1%). Il lockdown delle attività produttive determina forti preoccupazioni sull’impatto complessivo della crisi.

Allo scopo di misurare i possibili effetti economici della crisi, l’analisi strutturale che segue propone una simulazione della contrazione dei consumi legato alle attività economiche oggetto di chiusura. La stima è stata realizzata utilizzando le tavole Input-Output dell’economia italiana che permettono di stimare sia gli effetti diretti sia quelli indiretti legati alle relazioni intersettoriali.

Si propongono due scenari, il primo in cui la chiusura delle attività riguarderebbe solo i mesi di marzo e aprile; l’altro in cui la chiusura si estenderebbe fino a giugno. Nel primo caso la riduzione dei consumi sarebbe pari al 4,1% su base annua mentre nel secondo al 9,9%. La riduzione dei consumi determinerebbe una contrazione del valore aggiunto dell’1,9% nel primo scenario e del 4,5% nel secondo.

In particolare, si propone una stima dell’impatto sul sistema economico dalla contrazione dei consumi finali delle famiglie riconducibile all’interruzione delle attività di produzione di beni e servizi specificate dai diversi decreti governativi. Oltre a queste riduzioni di spesa si considerano anche quelle riferite alle spese per turismo, carburanti e servizi di trasporto terrestri. Tali spese, relative a beni e servizi offerti da settori economici non chiusi dai decreti (raffinerie, servizi di trasporto), si sono fortemente ridotte dall’inizio della crisi sanitaria e, nel caso del turismo, si sono totalmente azzerate. Inoltre, si è ipotizzato un aumento dei consumi finali delle famiglie di beni alimentari corrispondente a una traslazione completa su di essi dell’azzeramento dei pasti consumati fuori casa per lavoro o per svago. Le simulazioni realizzate, infine, non tengono conto di altre possibili modificazioni nei comportamenti di consumo, tra le quali quelle relative ai beni e servizi connessi all’igiene e alla salute.

Le simulazioni sono costruite in modo da valutare separatamente gli effetti generati dalla contrazione di tre categorie di spese: (1) le spese turistiche; (2) le spese per altri servizi (che includono anche quelli di “socializzazione”, quali ristorazione, cultura e intrattenimento); (3) le spese per beni. I risultati ottenuti vengono presentati in termini di variazione rispetto allo scenario base caratterizzato dall’assenza di interruzione nelle attività produttive.

Considerando la limitazione delle attività produttive fino alla fine di aprile, si determinerebbe, su base annua, una riduzione dei consumi finali pari al 4,1%, con una diminuzione del valore aggiunto generato dal sistema produttivo italiano pari all’1,9% (1,5 punti percentuali direttamente connessi agli shock settoriali, 0,4 punti dovuti agli effetti indiretti). Il maggiore contributo alla caduta del valore aggiunto complessivo proverrebbe dalla contrazione, al netto delle spese turistiche, delle spese per altri servizi (-0,9 punti percentuali), mentre il contributo della riduzione delle spese per beni e di spese turistiche sarebbe rispettivamente di -0,7 e -0,4 punti. In termini occupazionali, la caduta del valore aggiunto coinvolgerebbe 385 mila occupati (di cui 46 mila non regolari) per un ammontare di circa 9 miliardi di euro di retribuzioni.

La caduta del valore aggiunto rispetto allo scenario in assenza di lockdown è fortemente eterogenea a livello settoriale. I comparti dell’alloggio e ristorazione (-11,3%) e del commercio, trasporti e logistica (-2,7%) subirebbero le contrazioni più forti mentre le conseguenze sui settori che producono beni d’investimento e sulle costruzioni sarebbero meno incisive (meno di un punto percentuale).

Nel secondo scenario, caratterizzato dall’estensione delle misure restrittive anche ai mesi di maggio e giugno, la riduzione dei consumi sarebbe del 9,9%, con una contrazione complessiva del valore aggiunto pari al 4,5% (3,4 punti in conseguenza degli effetti diretti, 1,1 punti dovuti a quelli indiretti). La contrazione della domanda turistica contribuirebbe alla riduzione per 0,9 punti percentuali, quella per altri servizi e quella per beni entrambe per poco meno di 1,8 punti. In questo secondo scenario sarebbero poco meno di 900 mila gli occupati coinvolti, di cui 103 mila non regolari, per un totale di 20,8 miliardi di retribuzioni.

Anche in questo caso, le contrazioni più marcate del valore aggiunto si riferirebbero alle attività di alloggio e ristorazione (-23,9%) e commercio, trasporti e logistica (-6,9%). In questo secondo scenario la caduta del valore aggiunto avrebbe effetti più pervasivi tra i settori economici coinvolgendo significativamente anche la produzione di beni di consumo, dei servizi alla persona (entrambi -3,6%) e dei servizi professionali (-3,4%).

Infine, può essere interessante cogliere separatamente gli effetti dovuti alla limitazione dell’attività produttiva in alcuni segmenti della produzione di beni e servizi.

Fra i settori coinvolti nel lockdown, quelli riferiti ai servizi commerciali e alla “socializzazione” contribuirebbero maggiormente alla caduta complessiva del valore aggiunto.

Nello scenario di chiusura prolungata a tutto il secondo trimestre, l’effetto generato dalla contrazione dei consumi di questi due comparti rappresenterebbe circa tre quarti di quello complessivo, interessando potenzialmente 608 mila occupati, di cui 72 mila non regolari. In particolare, sarebbero fortemente colpiti i settori della cultura (-16,4%) e dell’intratteni-mento (-12,7%), oltre al commercio al dettaglio (-6,7%).

I risultati presentati non tengono conto della possibilità che alcune spese, relative a beni durevoli, possano essere differite nel tempo dalle famiglie e non totalmente annullate. Ciò significa che, sotto determinate condizioni (mantenimento dei livelli di reddito, assenza di altri shock di offerta), parte della contrazione stimata dei consumi potrebbe essere recuperata una volta terminati i provvedimenti di chiusura. In particolare, nello scenario di misure attive nei soli mesi di marzo e aprile, il recupero dei consumi differibili ridurrebbe di 0,6 punti percentuali la caduta dei consumi finali nell’insieme dell’anno (dal -4,1 al -3,5%) e, di conseguenza, di 0,3 punti la contrazione del valore aggiunto (dal -1,9 al -1,6%). Nello scenario che prevede il perdurare delle misure fino alla fine del secondo trimestre, il recupero immediato dei consumi differibili ridurrebbe di 1,4 punti percentuali la variazione negativa dei consumi finali (dal -9,9 al -8,5%) e di 0,5 punti quella del valore aggiunto (dal -4,5 al -4,0%).

Autore: Mauro Antonelli
Data: 29 aprile 2020

Il notaio risponde su… successioni

Che differenza c’è tra successione testamentaria e successione legittima?

La successione testamentaria è regolata da un testamento, quella legittima è disciplinata esclusivamente dalla legge.

Nel caso esista un testamento, ma non disciplini l’intera successione, la stessa sarà in parte testamentaria e in parte legittima.

A taluni soggetti, quali il coniuge, i discendenti e gli ascendenti in mancanza di discendenti, spetta in ogni caso il diritto ad una quota di eredità. Questo diritto alla quota di legittima configura un limite all’autonomia testamentaria e s’inquadra nell’ambito della cosiddetta successione necessaria.

Fonte: Consiglio nazionale del notariato

Sprechi alimentari in tempi di Covid-19

Articolo realizzato nell’ambito del progetto “All you need is food,  realizzato in partenariato con U.Di.Con. e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (ai sensi dell’art. 72 DL del 03/07/2017 n.117 e S.M.I., annualità 2018).

 

L’epidemia da coronavirus ci ha fatto tornare indietro di oltre mezzo secolo quando la maggioranza degli italiani preparava e consumava i pasti prevalentemente nella propria abitazione.

 

I consumi alimentari di una volta

Fino al 1963 nelle scuole medie inferiori s’insegnava economia domestica che prevedeva anche le modalità di una gestione “sparagnina” della cucina.

La spesa si faceva nei negozi di alimentari “specializzati” quali panifici, salumerie, drogherie, macellai, lattai, fruttivendoli, ecc. Si acquistavano prevalentemente “materie prime” quali carne, farina, uova, pesce, legumi, frutta e verdura. I prodotti trasformati (prodotti da forno, salumi, formaggi, conserve, ecc.) costituivano una parte marginale della spesa. Per il trasporto si utilizzavano buste di carta che venivano messe nelle capaci “sporte” fatte con materiali vegetali (paglia, iuta, vimini, ecc.) che duravano a lungo e non inquinavano.

Il cibo era un bene prezioso da non sprecare e i pasti erano frugali. Infatti il consumo alimentare medio degli italiani si attestava intorno a 350 – 400 kg a persona per anno.

Il graduale aumento del benessere economico ha comportato importanti modifiche nei nostri consumi che hanno contribuito a migliorare sensibilmente la condizioni di salute di noi tutti. Ci sono state però anche delle conseguenze che hanno comportato un aumento degli sprechi.

L’industria alimentare ha sviluppato nuovi prodotti di ottimo valore nutrizionale, di un eccellente livello di sicurezza e anche a prezzi contenuti.

Un problema collaterale è stato il ricorso a imballaggi spesso troppo voluminosi e alle volte anche inutili, che hanno comportato sprechi di materiali inquinanti come alcune plastiche di forte impatto ambientale.

La necessità delle aziende di vendere i loro prodotti ha comportato l’immissione in commercio di alimenti a prezzi molto allettanti per i cittadini che, a loro volta, li hanno acquistati in quantità eccedenti i loro fabbisogni.

Si è avuto quindi un forte aumento dei consumi. Apparentemente siamo arrivati a “consumare” oltre settecento kg di cibo pro-capite l’anno, anche se in realtà circa 100 kg ne finiscono nella spazzatura.

Si mangia comunque di più e ciò è testimoniato da un importante aumento delle persone obese e/o sovrappeso. Il cibo effettivamente consumato in eccesso rappresenta un ulteriore spreco che, peraltro, è anche dannoso per la salute.

 

Spesa, cucina e sprechi al tempo del coronavirus

A seguito dell’epidemia da coronavirus sono stati proibiti gli assembramenti di persone e i luoghi della ristorazione collettiva (bar, ristoranti, mense, pub, ecc.) sono stati chiusi.  La conseguenza è che dobbiamo tutti mangiare nell’ambito delle mura domestiche e quindi un ritorno alla cucina casalinga.

Rispetto al passato sono però completamente cambiate le modalità di fare la spesa: oltre alle materie prime di allora, disponiamo di una grande quantità di alimenti “industriali” sotto forma di conserve, prodotti da forno, salumi, formaggi che una volta erano meno diffusi e  anche più costosi.

Andando nei supermercati troviamo tutto quello di cui abbiamo bisogno e non siamo costretti a passare nei diversi negozi specializzati di generi alimentari. Si deve aggiungere che spesso troviamo le “offerte” speciali che sono molto attraenti.

Le norme di sicurezza imposte agli esercizi alimentari ci costringono a lunghe file e, una volta che si riesce a entrare, la tentazione di riempire i carrelli è fortissima. Inoltre c’è sempre la paura che qualcosa può finire e allora si fa incetta di cibi meno deperibili (prodotti in scatola, latte a lunga conservazione, bevande, ecc.) che sicuramente non consumeremo a breve tempo.

Per quelli più facilmente deperibili, presi dall’ansia degli acquisti, non sempre facciamo molta attenzione alla data di scadenza.

Si scopre la possibilità di fare il pane in casa ed ecco che si fa incetta di farina e di lievito di birra che scompaiono rapidamente dagli scaffali.

Una volta arrivati a casa si pone il problema di dove sistemare tutto quello che abbiamo acquistato.

Non sempre si fa molta attenzione a quello che dobbiamo riporre in frigorifero e a quello che invece possiamo lasciare a temperatura ambiente.

La conseguenza è che spesso stipiamo i frigoriferi e i freezer e, non solo dimentichiamo le cose che stanno sul fondo, ma contribuiamo a diminuire l’efficacia del raffreddamento.

Non è quindi raro scoprire a distanza di qualche giorno formaggi ammuffiti, frutta e verdura deteriorati, bottiglie di latte lasciate aperte e non consumate nei tempi previsti, ecc.  

In questi casi è inevitabile buttare via tutto.

Altra fonte di spreco è la cucina. Presi dal “furore” e dall’entusiasmo di cucinare, i meno esperti si avventurano in improbabili ricette che alle volte finiscono in immangiabili fallimenti.

Il problema più serio è rappresentato dalle quantità che si cucinano. In certi casi se ne preparano tante da poter alimentare più famiglie, in altri sono del tutto insufficienti.

Quando si cucina troppo si finisce con il mangiare in eccesso. Gli avanzi si possono conservare in frigorifero e/o nel freezer, ma spesso li troviamo già pieni.

Le conseguenze possono essere delle indigestioni o il dover buttare tra i rifiuti quello che avanza.

In buona sostanza questo periodo di quarantena da un possibile ritorno alla sana e frugale alimentazione di un tempo, si può trasformare in un’insidiosa deriva dei nostri attuali stili di vita: si corre il rischio infatti di mangiare di più e, forzatamente, di muoversi di meno. Le conseguenze le vedremo sulla bilancia al termine della quarantena.

 

Consigli antispreco e non solo

Cosa fare, dunque, per ridurre gli sprechi e consumare consapevolemente? Ecco alcuni consigli.

  • anche se arriviamo al supermercato dopo aver fatto una lunga fila, limitiamoci all’acquisto di quello che possiamo effettivamente conservare. Ricordiamo che c’è da mangiare per tutti.
  • facciamo molta attenzione alle date di scadenza dei cibi maggiormente deperibili e acquistiamo solo le quantità che effettivamente consumeremo
  • Se acquistiamo prodotti surgelati, ricordiamo che se vogliamo conservarli per più giorni, dobbiamo mantenerli alla temperatura del nostro freezer.
  • La data di scadenza degli alimenti a lunga conservazione vale fino al momento dell’apertura. Ad esempio il latte a lunga conservazione, una volta aperta la confezione, deve essere consumato rapidamente.
  • Se ci accorgiamo di avere fatto degli acquisti in eccesso troviamo il modo di utilizzarli. Ad esempio con la frutta si possono fare delle confetture .
  • Anche le pietanze cotte in abbondanza (arrosti di carne, lasagne, alcuni dolci, ecc.) e che avanzano si possono conservare sia in frigorifero, sia in freezer ed essere mangiati in un secondo tempo.
  • Il rispetto di ottime condizioni igieniche, dal momento dell’acquisto degli alimenti fino al consumo finale, è assolutamente irrinunciabile non tanto per il coronavirus che non si contrae attraverso gli alimenti, quanto per altri microrganismi causa di tossinfezioni alimentari.
  • Se vogliamo fare degli esperimenti di alta cucina teniamo presenti i rischi di insuccessi che possono terminare in inevitabili sprechi. Le ricette della nonna di solito ci tengono lontani da tali rischi.
  • Cerchiamo di ridurre le quantità di cibo che consumiamo. Evitiamo di eccedere nel sale, negli zuccheri e nei grassi e beviamo molta acqua. Un’insidia molto seria sono le bevande alcoliche; risulta infatti che gli acquisti sono aumentati enormemente e probabilmente si spreca molto poco. Ricordiamo però che se proprio vogliamo bere limitiamoci a un bicchiere di vino o di birra a pasto.
  • Infine cerchiamo di fare esercizio fisico e di stare al sole. Può bastare mettersi a un balcone e più semplicemente vicino a una finestra. 

Autore: Agostino Macrì
Data: 27 aprile 2020

#emergenzaconsumatori: segui la diretta su mutui e finanziamenti!

emergenza Coronavirus

Dopo il successo della scorsa settimana, tornano le dirette social di Unione Nazionale Consumatori dedicate alle emergenze dei consumatori al tempo del Coronavirus.

Vi diamo appuntamento a GIOVEDI’ 30 APRILE alle ore 12:00 insieme al nostro Presidente Massimiliano Dona. Questa settimana la nostra live di social sarà dedicata a finanziamenti, prestiti e mutui: come fare per sospendere le rate?

In questi giorni ai nostri sportelli riceviamo moltissime richieste di aiuto sulla sospensione del mutuo e alla gestione delle rate di prestiti, finanziamenti e credito al consumo.
Come si può gestire la rata?
È possibile sospenderla?
Chi sono i beneficiari di queste misure?
Come stanno rispondendo banche e finanziarie?

Scopriremo insieme la risposta a queste domande e, se avete dubbi o segnalazioni sul tema, potrete interagire durante la diretta con il nostro Presidente Massimiliano Dona.

La diretta facebook verrà trasmessa in contemporanea sulla pagina Facebook di Unione Nazionale Consumatori/ e su quella di Massimiliano Dona.

Per restare aggiornati sui prossimi appuntamenti online o rivedere i video delle scorse dirette social partecipate all’evento Facebook dedicato alla rubrica #EmergenzaConsumatori  

PER PARTECIPARE CLICCA SUL BANNER QUI SOTTO

 

*video realizzati nell’ambito del progetto #ConsumerAngels, finanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico (DM 07/02/2018)

Leggi l’articolo “Consumer Angels, un progetto per avvicinare consumatori e imprese”

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 28 aprile 2020

Multa per “distanza da casa”: posso fare ricorso?

Uno dei dubbi che più attanaglia i consumatori che scrivono ai nostri sportelli è: cosa significa esattamente “massima distanza da casa”? Posso fare ricorso se ricevo una multa? E a chi devo rivolgermi? Ecco le risposte del nostro esperto, l’avv. Valentina Greco.

E’ bene sapere che per le infrazioni relative alle restrizioni per il coronavirus di questo tipo, contrariamente al solito, il ricorso si può fare solo presso il Prefetto, e non anche al giudice di Pace. Proprio perché non esiste una distanza precisa, accogliere o respingere il ricorso è a discrezione del Prefetto, e 700-800 metri, per esempio, difficilmente possono essere considerati prossimità di casa. Per questo bisogna essere molto cauti nel fare ricorso se si è più lontani da casa di 200 o 300 metri.

Diverso è il caso di chi si siede un attimo mentre magari ha portato il cane a fare i bisogni: in questo caso infatti il ricorso sembra giustificato perché siamo di fronte a un possibile abuso. Nei decreti infatti non c’è scritto che un cittadino non si può sedere, nell’ambito dell’attività lecita che sta svolgendo.

Per chi volesse fare ricorso, è bene sapere che normalmente si hanno 60 giorni di tempo per scrivere al Prefetto, ma, considerato il lockdown, questa scadenza è sospesa. Per quanto riguarda il tempo entro cui la richiesta deve essere accolta o respinta, si tratta di 210 giorni se ci si rivolge direttamente al Prefetto e 180 se il ricorso viene inviato al comando da cui proviene il verbale..

HAI BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO? SCRIVI ALLO SPORTELLO DEDICATO INVIANDO UNA MAIL A MULTE@CONSUMATORI.IT

Autore: Valentina Greco
Data: 29 aprile 2020
Aggiornamento: 19 maggio 2020

Pensioni e Coronavirus, ecco nel dettaglio cosa cambia

Pensioni

Per contribuire a contrastare la diffusione del Coronavirus, specialmente su quelle fasce d’età più esposte a rischio, si stanno mettendo in campo diverse iniziative.

A coinvolgere un gran numero di anziani sono, ad esempio, le nuove disposizioni firmate dal Capo della Protezione Civile in termini di ritiro della pensione.

 

Pensione aprile, maggio e giugno, dove ritirarla e quando

In tempi di Coronavirus tutto cambia, anche il ritiro della pensione: per evitare nuovi assembramenti presso gli uffici postali è stata pensata una nuova organizzazione che anticipi di alcuni giorni la data del pagamento pensionistico e sono stati inoltre, stabiliti degli scaglioni in base al cognome del titolare della prestazione.

Le date che sono state comunicate dall’INPS sono:

  • Dal 27 aprile al 2 maggio per la mensilità di maggio;
  • Dal 26 maggio al 30 maggio per la mensilità di giugno.

Nel caso in cui a riscuotere il denaro non sia il titolare della prestazione, bensì un delegato regolarmente autorizzato, per individuare la data del pagamento si dovrà fare riferimento comunque al cognome del titolare.

Poste Italiane ha inoltre specificato che i possessori di carta Postmat, carta libretto o di PostePay Evolution, potranno prelevare i contanti a loro dovuti presso uno dei 7000 ATM Postmat senza bisogno di recarsi presso lo sportello.

Per conoscere l’ufficio postale più vicino a te dove poter ritirare la pensione visita il sito PosteItaliane dedicato.

 

Carabinieri e Poste Italiane consegnano la pensione agli over 75

Una delle tante iniziative messe in campo per limitare l’esposizione degli anziani al virus è quella che vede la collaborazione di Poste Italiane e Arma dei Carabinieri.

È stata infatti firmata una convenzione, che avrà validità per tutta la durata dell’emergenza, grazie alla quale chi ha più di 75 anni e ha una prestazione previdenziale da ritirare in contati presso gli uffici postali, potrà richiedere di ricevere gratuitamente il denaro direttamente a casa propria: la delega al ritiro verrà fatta ai carabinieri.

Per ottenere questo servizio sarà sufficiente chiamare il numero verde 800 55 66 70 o contattare la stazione dei carabinieri più vicina per maggiori informazioni.

Questo servizio però non riguarderà coloro che hanno già delegato altri alla riscossione, chi possiede un libretto o un conto postale o chi vive nella stessa casa o nelle vicinanze dei famigliari.

Questa nuova modalità di ritiro permetterà di ridurre i possibili furti o scippi ai danni di anziani, prestare comunque massima attenzione a tutte le altre truffe che si potrebbero subire, anche (e soprattutto) in questo periodo. Leggi a tal proposito Truffe agli anziani: come difendersi.

Per maggiori informazioni visita il sito dell’INPS dedicato.

Autore: Lorenzo Cargnelutti
Data: 28 aprile 2020

L’esperto risponde… canone Rai fra conviventi

La Rai mi chiede dal 2016 al 2019 il canone Rai anche se già lo prendono dalla bolletta della luce perché è intestata alla mia compagna. Siamo conviventi, residenti e proprietari della casa al 50% dal 2004 . Il problema è che non siamo sullo stesso stato di famiglia. Dimostrando comunque che viviamo assieme dal 2004 posso rifiutarmi di pagare? 

Purtroppo l’Agenzia delle entrate non ha ben chiarito la situazione dei conviventi. I conviventi, infatti, rientrano nella definizione dell’art. 4 del DPR n. 223/89 di famiglia anagrafica (“Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinita’, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”, ossia si è famiglia anche se non si è sposati ma si è legati da vincoli differenti) e quindi dovrebbero pagare un solo canone, visto che la legge di stabilità richiama proprio quell’articolo 4 per dire che va pagato un solo canone per ogni famiglia anagrafica. Il canone, insomma, è dovuto una sola volta per tutti gli apparecchi detenuti nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica. Ma l’Agenzia delle entrate tiene per buono, ai fini dei controlli, quanto risulta al Comune e non la definizione sostanziale di famiglia anagrafica nella quale rientrano i conviventi.

https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/web/guest/schede/agevolazioni/canone-tv/faq-canone-tv

Ecco perché suggeriamo, per evitare fastidi, di fare un solo stato di famiglia, se avete la stessa residenza. Questo perché se siete considerate da agenzia delle entrate due distinte famiglie e avete due tv, se ognuna ha una disponibilità esclusiva della tv, dovete pagare due canoni, la sua amica in bolletta e lei, non avendo utenza elettrica, in unica soluzione entro il 31 ottobre. Questo non è il suo caso, visto che voi avete una sola tv e non due, ma certo le arriveranno richieste di chiarimento e dovrà stare attenta a come risponde per evitare altri problemi (non dovrà dire di avere la disponibilità della tv, di averla nella sua cameretta ecc ecc). 

Ecco perché, per tagliare la testa al toro, sarebbe preferibile fare un unico stato di famiglia prima dell’incrocio dei dati.

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 28 aprile 2020

BORRACCE: più moda che sostanza

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Gli italiani scelgono le borracce perché sono oggetti di tendenza e rispettano l’ambiente; in pochi però sono realmente consapevoli su come utilizzarle. E’ quanto emerge da un’indagine UNC.

Roma, 27 aprile 2020 – L’81.7% dei cittadini considera l’uso della borraccia “più alla moda” rispetto alle bottigliette in PET. Non solo: il 61.6% degli intervistati utilizza la borraccia principalmente perché non inquina l’ambiente. C’è poi il tema della salute: con il 73.2% degli intervistati che indica la borraccia come maggiormente salubre rispetto alla bottiglietta. E’ quanto emerge da un’indagine realizzata da Euromedia Research per Unione Nazionale Consumatori sul tema dell’utilizzo delle borracce.

Per i risultai completi vai sul sito leggi Borracce, cosa pensano i consumatori? 

“Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad una crescente diffusione delle borracce -afferma Massimiliano Dona, Presidente di Unione Nazionale Consumatori- le troviamo sulle scrivanie dei manager, all’università, negli studi televisivi, nelle borse delle signore. Quello che fino a qualche tempo fa era un prodotto legato allo sport o a eventi particolari come una gita, è diventato un vero e proprio status symbol. Come emerge dall’indagine c’è un tema sociale: per cui si tratta di un oggetto che parla di noi e delle nostre scelte, ma non va sottovalutato l’aspetto della salute: fa riflettere, da una parte, la percezione sbagliata del 73.2% degli intervistati che indica la borraccia come maggiormente salubre rispetto al PET (non si sa bene secondo quale criterio) ma d’altro canto, 1 italiano su 4 sembra non essere a conoscenza che le borracce necessitino di manutenzione o pulizia particolare. Insomma, abbiamo un problema di consapevolezza dei consumatori sull’utilizzo delle borracce influenzato dal fascino di un oggetto diventato ormai di tendenza”.

L’altro tema di consapevolezza è legato alle norme igieniche: 1 italiano su 5 ammette di non saper riconoscere i contenitori destinati a venire a contatto con gli alimenti e che seguono i dettami di legge: “in un momento come questo di grande incertezza, sono proprio i temi della salute e della sostenibilità sui quali i consumatori vogliono delle risposte -commenta Dona- non sorprende che il 90.2% del campione chieda una legge che preveda l’obbligatorietà di indicare chiaramente le borracce destinate a venire a contatto con gli alimenti. C’è infatti un tema di certificazione sul quale è necessario fare chiarezza: se il marchio CE è imprescindibile per la commercializzazione di presidi medici come le mascherine, dovrebbe esserlo anche per prodotti come le borracce che invece sono tranquillamente diffuse senza alcuna etichetta”Borr

L’indagine di Euromedia Research evidenzia anche il rapporto degli italiani con le tradizionali bottiglie in PET: il 65% dei consumatori intervistati è affezionato alle bottigliette per consumare acqua fuori casa e il 32.4% di questi le considera comode e di facile manutenzione.

“La praticità e la forza dell’abitudine spingono i consumatori ad utilizzare le bottigliette in plastica fuori casa -conclude l’avvocato Dona- chi sceglie la borraccia, invece lo fa per motivazioni ambientali e di tendenza. La salute è l’aspetto che deve mettere d’accordo tutti: per questo è necessario coinvolgere le Istituzioni per dare sicurezza ai cittadini attraverso norme chiare e facilmente applicabili. Le normative attuali sui materiali a contatto con gli alimenti non sempre, infatti, vengono rispettate e andrebbero richiamate da parte delle autorità sanitarie. Non possiamo permettere che sia la moda a dettare le regole in un campo importate come quello della salute dei cittadini.”

FISCO: Evasione, 82% reddito da dipendenti e pensionati

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

La solita vergogna! Imprenditori battono dipendenti ma per soli 120 euro, contro i 1550 dello scorso anno.

Roma, 23 aprile 2020 –”E’ la solita vergogna! L’evasione resta il problema irrisolto di questo Paese. Ora considerata l’emergenza Coronavirus ed il buco di bilancio che si sta creando, speriamo che a pagare non siano i soliti noti” afferma l’avv. Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando i dati del Ministero dell’Economia, secondo i quali i redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano l’82% del reddito complessivo dichiarato.

“Per la terza volta di seguito il reddito medio degli imprenditori supera quello dei lavoratori dipendenti, 20.940 contro 20.820 euro. Bene, pur essendo il traguardo solo simbolico. Peccato che il differenziale scende dai 1550 euro (22.110 – 20.560) dello scorso anno ad appena 120 euro. Un netto peggioramento. Anche se è vero che gli imprenditori, essendo titolari di ditte individuali, non sono i datori di lavoro dei dipendenti, resta il fatto che il dato in passato aveva suscitato indignazione, visto che un reddito troppo basso degli imprenditori rappresenta comunque un evidente problema di evasione” conclude Dona.