Concorrenza: legge depotenziata

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I mercati e la concorrenza sono sottoposti a critiche sempre più stringenti. Se globalizzazione e apertura dei mercati sono stati alcuni dei fondamentali pilastri  degli ultimi trent’anni, oggi sono messi radicalmente in discussione. Sta riscuotendo successo politico il nazionalismo economico, come attestato dalle elezioni americane, ed emerge insoddisfazione nei confronti dei mercati globali. In questo contesto, il commercio mondiale, dopo decenni di inarrestabile crescita, ha subito una battuta d’arresto. Il mondo sembra essere entrato in una fase di “deglobalizzazione”. Il fallimento dei negoziati che avrebbero dovuto condurre al TTIP ne costituisce un altro indizio evidente. Anche quel grandioso processo che in Europa ha portato alla libera circolazione delle persone, dei capitali, delle merci e dei servizi ha perso una parte della sua spinta propulsiva. Non è solo l’effetto della Brexit ma è anche il risultato delle difficoltà di consolidare l’integrazione economica. L’Europa, che è riuscita a liberalizzare mercati un tempo dominati da monopolisti pubblici, stenta a integrare i mercati nazionali in un unico mercato europeo (elettricità, gas, telecomunicazioni, commercio digitale, servizi, trasporti ferroviari).

Pure in ambito domestico non mancano le reazioni contro l’apertura dei mercati. È’ sufficiente pensare, limitandosi all’Italia, al complesso percorso parlamentare del disegno di legge “annuale” sulla concorrenza, che pare stia approdando per la prima volta alla sua approvazione, sebbene depotenziato rispetto ai suoi iniziali contenuti. E si pensi, altresì, alle reazioni protezionistiche della categoria dei tassisti di fronte alla spinta competitiva proveniente da piattaforme come Uber, ai tentativi di introdurre freni regolatori all’espansione della sharing economy, alle critiche provenienti da più fronti, anche molto autorevoli, contro la liberalizzazione del commercio e alle iniziative legislative regionali dirette a contrastarla, all’opposizione nei confronti dell’implementazione della “direttiva Bolkestein” sulla liberalizzazione dei servizi. Per non parlare, poi, delle liberalizzazioni lasciate a metà. Come quella del mercato elettrico, dove la maggioranza degli utenti domestici (68%) è rimasto nel regime di maggior tutela.

Globalizzazione e apertura dei mercati sono stati per decenni uno dei principali fattori della crescita economica. La concorrenza stimola l’innovazione, favorendo produttività, efficienza e riduzione dei costi, portando a prezzi più bassi. La riduzione dei prezzi nei settori più aperti alla concorrenza è evidente (esemplare il caso delle telecomunicazioni, specie mobile) e giova non soltanto al consumatore, ma riducendo il costo di input fondamentali rafforza la competitività delle imprese che utilizzano quegli input nel loro ciclo produttivo.

Al contrario, un elevato potere di mercato delle imprese a monte frena produttività e crescita delle imprese a valle, penalizzando soprattutto quelle manifatturiere. Inoltre, la concorrenza obbliga quei manager che altrimenti preferirebbero una “vita tranquilla” a intraprendere la via dell’innova-zione (Hicks). E l’innovazione è il principale driver della crescita economica.

Oggi, dopo la lunga recessione, crescita e commercio mondiale sembrano essere di nuovo in movimento. Nonostante questo, sul quadro globale pesano gravi minacce, costituite da alcuni problemi strutturali, e in particolare dalla bassa crescita della produttività e dalle elevate diseguaglianze nella distribuzione del reddito, con conseguente malessere sociale che alimenta la spinta al protezionismo.

Oggi il 10% più ricco della popolazione nei Paesi OCSE guadagna circa 9 volte di più del decile più povero della popolazione. L’incremento delle diseguaglianze ha riguardato almeno 16 tra i Paesi OCSE, tra cui l’Italia. La crescita delle diseguaglianze non soltanto minaccia la coesione sociale ma incide sulla crescita economica, perché impoverisce il capitale umano e riduce la domanda interna.

Le giuste preoccupazioni sul piano dell’equità sociale forniscono il combustibile che alimenta le politiche protezionistiche. Uno scenario di guerra commerciale si tradurrebbe in un aumento dei costi di molti input fondamentali dell’industria nazionale e dei prezzi di beni di consumo, in particolare di quelli consumati dalla fasce economicamente più deboli della popolazione. Venendo meno la pressione della concorrenza internazionale, si esaurirebbe la spinta all’innovazione e alla crescita della produttività. L’indebolimento della concorrenza nei mercati nazionali, a sua volta, accrescerebbe questi effetti, aumentando le rendite monopoliste, riducendo le possibilità di scelta dei consumatori, innalzando i prezzi di numerosi beni, disincentivando l’innovazione, favorendo il crony capitalism. Ne risulterebbero minacciati la crescita economica e il benessere generale.

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