Confcommercio: 63.826 negozi in meno (-11,1%) tra 2008 e 2018

In Italia si è verificato un calo di 63.826 negozi (-11,1%) tra il 2008 e il 2018. Sono i dati della ricerca di Confcommercio “Imprese e città – Demografia d’impresa nelle città italiane”, giunta alla 4° edizione.

In 10 anni, il totale delle attività considerate è sceso del 2,1%, -20.845, il commercio al dettaglio in sede fissa dell’11,1%, pari a 63.826 chiusure, il commercio ambulante è diminuito dell’11,7%, -11.441, mentre alberghi, bar e ristoranti sono aumentati del 15,1% (+44.924) e altro commercio (commercio elettronico e porta a porta) sale del 91,2% (+9.498).

Per quanto riguarda i centri storici, analizzando 120 comuni, nel periodo 2008-2018 vi è stata una perdita del 13% dei negozi in sede fissa, -14% al sud con divario di 3,9 punti percentuali rispetto al centro-nord (-10,2%), -9% per commercio ambulante, +18,6% per alberghi, bar e ristoranti.

Lo studio mostra che il calo dei negozi non ha riguardato tutte le tipologie e che nei centri storici, a fronte di una riduzione media del 13%, tengono le botteghe alimentari (+0,8%), tabacchi (+2,6%) e sono sempre di più i negozi di computer e telefonia (+26,3%) e le farmacie (i negozi in maggiore espansione, +29,2%). Chiudono, invece, i negozi di vestiario e calzature (-15,4%), di libri e giocattoli (-22,9%), di mobili e ferramenta (-23,2%) ed i distributori di carburanti (-27,9%).

Secondo l’Unc, sono dati molto negativi, che attestano però la necessità di tenere aperti i negozi anche di domenica e che le aperture nei giorni festivi non c’entrano nulla con la crisi dei piccoli esercizi. Tengono, infatti, le botteghe alimentari nei centri storici, ossia quelle che in teoria avrebbero dovuto maggiormente risentire della competizione dei supermercati. A chiudere sono negozi come quelli che vendono vestiti e calzature, ossia prodotti non indispensabili il cui acquisto, in un momento di crisi e di difficoltà, può essere rinviato a tempi migliori. Per risolvere la crisi dei piccoli esercizi, quindi, è prioritario rilanciare la capacità di spesa delle famiglie. Inoltre, in molti casi sono i negozianti stessi che decidono di spostare il loro negozio dal centro storico al centro commerciale in periferia. Vi è poi la competizione con l’e-commerce, in netta crescita, una ragione in più per consentire al commerciante tradizionale di poter tenere aperto quando vuole.

Per la Confcommercio, invece, il 70-80% della riduzione del totale dei negozi non è dovuto alla crisi dei consumi ma a razionalizzazioni e scelte imprenditoriali per l’insufficiente redditività, oltre alla competizione di commercio elettronico, centri commerciali e outlet. In periferia le dinamiche del commercio sono attenuate rispetto a quelle dei centri storici, anche per effetto del calo maggiore dei canoni di locazione: in un decennio, nelle periferie delle città, il commercio in sede fissa diminuisce del 10,3% (contro il 13% dei centri storici), quello ambulante del 14,4% mentre alberghi, bar e ristoranti crescono del 17,7%.

In relazione alle determinanti, secondo le stime, la contrazione dei consumi reali pro capite nel decennio (-3,4%) ha comportato una perdita di 1.300 negozi per i 120 comuni medio grandi considerati (su una perdita di oltre 16mila unità); estrapolando al totale Italia, la perdita dovuta ai consumi è di 5.200 negozi (sul totale di 63.826), quindi circa l’8%. Quando i consumi pro capite scendono il numero di negozi diminuisce, quando salgono il numero di negozi resta costante perché si fa efficienza (cresce il fatturato per mq ed il numero di abitanti serviti per negozio in sede fissa: +15% circa nel decennio). La popolazione, infine, ha un impatto positivo sull’offerta commerciale: ciò implica che il suo calo nel corso dell’ultimo biennio costituisce un ulteriore e nuovo pericolo di desertificazione delle città, a parità di altre condizioni.

Per il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, la riduzione dell’offerta commerciale di 64 mila negozi negli ultimi 10 anni e la convulsa e disordinata evoluzione delle strutture di ristorazione e alloggio stanno impoverendo le nostre città, che ora più che mai devono essere rilanciate. C’è bisogno, dunque, di un piano nazionale di rigenerazione urbana fondato sul riconoscimento del rapporto strettissimo tra commercio e vivibilità delle città e di misure destinate all’innovazione per le piccole superfici di vendita. Città più belle e attrattive danno fiducia e sicurezza e costituiscono un grande valore sociale ed economico per i nostri territori. Commercio, turismo e servizi vivono delle città e le fanno vivere.

Stilata anche una classifica delle città i cui centri sono più vitali. Al primo posto c’è Siracusa che vanta una crescita delle attività commerciali sia fisse (+24,2% negli ultimi dieci anni) sia ambulanti (+23,1%) ed un raddoppio delle imprese di alloggio e ristorazione (+98,3%). Seguono Pisa, Matera, Grosseto, Lucca, Latina e Avellino. All’estremo opposto della lista ci sono i comuni a rischio declino commerciale. La situazione peggiore è quella dell’Aquila che, nel decennio iniziato con il terremoto, ha perso il 42,9% dei propri negozi e il 20,1% di alberghi, bar e ristoranti. Tra le città con minore vitalità del centro anche Gorizia, Ascoli Piceno, Genova, Chieti, Ancona e Biella.

 

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