FMI: italiani guadagnano meno di 20 anni fa

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L’economia italiana sta sperimentando il terzo anno di moderata ripresa economica. Dopo il +0,9% del 2016, si prevede un Pil al +1,3% per il 2017 e all’1% nel 2018.

Lo afferma il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che rivede al rialzo le stime di crescita: quest’anno 1,3%, +0,5 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di aprile, nel 2018 +1%, +0,2 punti rispetto alle stime precedenti. Il pil italiano tornerà ai livelli pre-crisi alla metà degli anni 2020.

Ma per gli italiani, la strada è ancora lunga. Infatti guadagnano in media meno di 20 anni fa, con i salari e la ricchezza della popolazione in età lavorativa scesi sotto i livelli del 1995, prima dell’ingresso nell’euro. I redditi pro-capite torneranno a livelli ai livelli pre-crisi solo fra dieci anni. La quota degli italiani a rischio povertà è aumentata al 29%, con un picco del 44% al Sud. In un quadro così difficile e senza migliori prospettive per il futuro, lavoratori e giovani lasciano il Belpaese, alle prese con un’emigrazione elevata che rischia di ridurre il potenziale di crescita.

Anche se la ripresa è prevista continuare ci sono rischi significativi. Fra questi l’incertezza politica, possibili ostacoli al processo di riforma, fragilità finanziarie ed una rivalutazione del rischio di credito durante la normalizzazione della politica monetaria.

L’azione del Governo Renzi prima e di quello Gentiloni è stata positiva, con il debito elevato che si è stabilizzato sul 133% e gli interventi sul settore della finanza. Importanti riforme avanzate hanno avuto successo nel sostenere la crescita. I progressi compiuti dall’Italia su più fronti, dai conti pubblici alla riforma del sistema bancario, dovrebbero essere riconosciuti meglio. Il sistema finanziario si è mostrato resistente alla luce della severità della crisi. Ma nonostante i progressi l’economia italiana resta vulnerabile a shock negativi. L’elevato debito lascia l’Italia esposta a shock.

Approfittando del recupero dell’economia di Eurolandia e della politica monetaria della Bce, la priorità dovrebbe essere data ora a misure pro-crescita, incluse il taglio delle spese, un ampliamento della base imponibile ed un taglio del cuneo. La ricetta passa per le riforme strutturali, essenziali per aumentare il potenziale di crescita e migliorare la competitività, assicurando la stabilità del settore finanziario e indirizzando il debito su una traiettoria di calo, da portare avanti anche con un taglio delle spese.

Sul fronte delle pensioni importanti misure sono state già prese, ma ci sono ancora aree in cui è possibile realizzare risparmi così come dovrebbe essere migliorata l’efficienza della spesa sanitaria. I risparmi potrebbero essere usati per la riduzione del debito e gli investimenti. Un’altra area di possibili riforme è la spesa pubblica e la tassazione. Nel decennio che ha preceduto la crisi finanziaria, la spesa italiana è cresciuta più velocemente dei redditi, e questo in parte per l’aumento nelle pensioni.

Dalla crisi il Governo ha avuto successo nel contenere la spesa, congelando i salari e le assunzioni nel settore pubblico e tagliando gli investimenti pubblici.  Nonostante i progressi non è però riuscito a invertire gli eccessi pre-crisi. Il peso fiscale è alto e i tre quarti è diretto ai salati, alle pensioni, alla spesa sanitaria e agli interessi sul debito. Questo lascia poco spazio per gli investimenti pubblici e per la tutela dei più deboli. Un migliore mix di politiche può sostenere la crescita e aiutare i più deboli, instradando il debito in una traiettoria di calo.

Ad avviso dell’UNC la ricetta passa in primo luogo per una difesa dei salari che in questi ultimi 20 anni non sono stati salvaguardati e adeguati all’aumento del costo della vita e delle tasse, sempre maggiori e sempre meno rispettose del criterio della capacità contributiva, come per i rialzi di Iva e accise sui carburanti.

Ci sono stati progressi sul fronte dei crediti deteriorati, calati da 360 miliardi di euro alla fine del 2015 a 349 miliardi della fine del 2016, ma gli npl rappresentano quasi il 21% del Pil e sono fra i più elevati d’Europa. Le sofferenze restano elevate a circa 203 miliardi. Da qui l’invito a ulteriori misure per ridurre i crediti deteriorati con strategie ambiziose e credibili. Ridurli è d’obbligo per rilanciare il credito e sostenere la crescita. Il settore è frammentato con 635 società nel secondo trimestre del 2016. Un consolidamento tramite fusioni e acquisizioni è una delle possibili vie da seguire ma non deve essere visto come una panacea per risolvere i problemi del settore. La redditività delle banche italiane è fra le più basse d’Europa. Le banche italiane sono quelle che hanno i costi strutturali più elevati e hanno speso circa il 2% dei loro asset in spese operative nel 2015, una cifra significativamente superiore a quelle di altre grandi economie europee. Affrontare il nodo dell’efficienza dei costi è centrale per migliorare significativamente la redditività, insieme a misure per pulire i bilanci delle banche.

La crescita lenta dell’Italia, così come i persistenti effetti della crisi, fanno pagare il prezzo più alto ai giovani, fra i quali il tasso di disoccupazione è molto alto, al 35%. Va migliorata la contrattazione salariale: allineando i salari alla produzione per lavoratore a livelli aziendale invece che a livello nazionale si tradurrebbe in un aumento del 4% del numero degli impiegati. Si prevede un tasso di disoccupazione in calo all’11,4% nel 2017 e all’11,0% nel 2018.

Le stime di crescita per il 2017 sono state riviste al rialzo per l’Eurozona (+1,9% nel 2017, +0,2 punti percentuali rispetto alle previsioni di aprile, +1,7% nel 2018, + 0,1), incluse Germania (quest’anno +1,8%, +0,2 punti, il prossimo +1,6%, +0,1 punti), Francia (+1,5% nel 2017, +0,1 e +1,7% nel 2018, +0,1) e Spagna (+3,1% nel 2017, +0,5 punti e +2,4% nel 2018, +0,3 punti).

Al ribasso le stime di crescita per Gran Bretagna (+1,7% nel 2017 e +1,5% nel 2018) e Stati Uniti (+2,1 sia nel 2017 che nel 2018). Invariate le previsioni per il mondo: + 3,5% nel 2017 e +3,6% nel 2018.

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