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Al via il fondo per i risparmiatori delle banche finite in default

Per i 300.000 piccoli risparmiatori coinvolti dal crack delle banche risolute (Banca Etruria, Banca delle Marche, Carife, Carichieti) e delle banche venete (Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, BCC Crediveneto e BCC Padovana) è arrivata finalmente la soluzione. La Legge di Bilancio 2019 ha stanziato 525 milioni l’anno fino al 2021 per indennizzarli. Il fondo si chiama Fir, sarà gestito dal Ministero dell’Economia e Finanze ed erogherà indennizzi a favore dei risparmiatori che hanno subito un pregiudizio ingiusto da parte di banche e loro controllate a causa delle violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza.

 Chi potrà accedere: al Fondo potranno accedere i risparmiatori (persone fisiche, imprenditori individuali, anche agricoli, le associazioni, nonché microimprese che occupano meno di dieci persone e realizzano un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiori a 2 milioni di euro), in possesso delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle banche alla data del provvedimento di messa in liquidazione (2015 per le quattro banche Etruria, Marche, Carife e Carichieti, 2016 per le Venete). Ma anche chi ha ereditato, ricevuto o comprato in seguito tali titoli potrà accedere al Fondo. I primi a ricevere l’indennizzo saranno però coloro che nell’anno 2018 hanno un Isee inferiore ai 35 mila euro.
 
Gli indennizzi del Fir: Per gli azionisti l’entità dell’indennizzo è stabilita al 30% del costo di acquisto, entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro per ciascun risparmiatore. Molto più generoso il ristoro per gli obbligazionisti subordinati: fino al 95% del costo di acquisto, entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro. L’indennizzo sarà corrisposto al netto di eventuali rimborsi ricevuti a titolo di transazione con le banche nonché di ogni altra forma di ristoro, rimborso o risarcimento. Per le obbligazioni subordinate inoltre verrà calcolato e sottratto dall’indennizzo il differenziale cedole percepite rispetto a titoli di Stato di durata equivalente. E chi ha già percepito l’80% di indennizzo potrà beneficiare di un ulteriore ristoro del 15%.
 
Come accedere. Lo stabilirà un decreto del Ministro dell’Economia e Finanze che dovrà essere emanato entro il 30 gennaio. Verrà indicato quale sarà il procedimento amministrativo da seguire, mentre a decidere sull’attendibilità delle domande sarà una Commissione tecnica, composta da nove membri. La domanda di indennizzo, corredata di idonea documentazione attestante i requisiti richiesti (risparmiatore non qualificato, acquisto dei titoli, pregiudizio ingiusto da parte delle banche in liquidazione coatta amministrativa), dovrà essere inviata al Ministero dell’Economia anche a mezzo PEC, entro il termine di 180 giorni dalla pubblicazione del decreto.

La nostra associazione assiste già molti risparmiatori: chi fosse interessato a contattare i nostri esperti per ricevere consulenza in merito alla presentazione delle domande di accesso al fondo, potrà scrivere  alla email: banche@consumatori.it indicando nell’oggetto “FONDO DI RISTORO”.

Autore: Avv. Valentina Greco
Data: 21 gennaio 2019

 

ALIMENTAZIONE: un contest su salumi e carne suina rivolto agli studenti

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

“Pubblicitario per un giorno”: il concorso video su salumi e carne suina rivolto agli studenti delle scuole superiori di II° grado e delle Università, premierà i mini-video più originali e creativi. Coinvolte circa 3000 scuole superiori e 80 Università.

Roma, 18 gennaio 2019 – Siamo al rush finale per ‘Pubblicitario per un giorno’, il contest promosso dall’Istituto Valorizzazione Salumi Italiani (IVSI), in collaborazione con l’Unione Nazionale Consumatori (UNC), che si rivolge agli studenti delle scuole superiori di tutta Italia e alle Università e che termina il 15 febbraio. In cosa consiste? Gli studenti dovranno realizzare un mini-video pubblicitario della durata massima di 2 minuti che dovrà affrontare i messaggi chiave della campagna che sono: Qualità e sicurezza della filiera suinicola; Tradizione e gusto in tavola; L’importanza dell’equilibrio fra alimentazione e attività fisica; Carne suina e salumi nella dieta mediterranea.

L’iniziativa rientra nella campagna ‘Salumi e carne suina: energia che è un piacere’ un progetto di informazione e promozione dei prodotti della filiera suinicola realizzato con il contributo del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo e di ISMEA – Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare.

Il video è lo strumento preferito del mondo web e i giovani, sono fra i più attivi, sia quando si tratta di produrre video, che quando si tratta di guardarli. I dati forniti da YouTube, la principale piattaforma di video sharing, indicano che ogni mese accedono alla piattaforma oltre 1,9 miliardi di utenti e ogni giorno i visitatori guardano oltre un miliardo di ore di video, generando miliardi di visualizzazioni. Questi sono numeri che registrano più di una tendenza, sono un nuovo modo di intendere la relazione con i media, facendo diventare gli utenti stessi, dei comunicatori attivi ha affermato Monica Malavasi, Direttore dell’IVSI.

“L’educazione ai consumatori parte dai più giovani soprattutto quando riguarda le abitudini alimentari. Per questo ci teniamo a questa iniziativa rivolta alle scuole, che coinvolge gli studenti parlando il loro linguaggio, quello appunto dei video. Oggi purtroppo soprattutto in campo alimentare non mancano le fake news che rischiano di sedimentarsi nell’opinione collettiva creando grossi danni ai consumatori e all’industria: i ragazzi di oggi sono giovani consumatori ed è nostro dovere informali adeguatamente affinché compiano scelte consapevoli oggi e in futuro”, ha affermato Massimiliano Dona, Presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

Per questo, il nostro progetto chiede la partecipazione dei giovani, per intercettare la loro creatività, la voglia di esprimersi attraverso lo strumento del video, costruendo il messaggio nel modo più facilmente comprensibile dai propri coetanei.

Lo stile, lo scenario, l’ambientazione…tutto può essere scelto a piacimento dai ragazzi: non ci sono regole stilistiche da rispettare, per i video da presentare in gara. Ognuno sceglierà gli elementi che riterrà più utili per far arrivare i contenuti della campagna, in maniera innovativa ed efficace, immaginando di parlare al grande pubblico.

I lavori devono essere inviati entro e non oltre il 15 febbraio 2019 e, oltre ad essere valutati da una giuria tecnica, verranno votati anche dagli utenti in rete.

Dal 18 febbraio al 28 febbraio 2019 gli elaborati ritenuti idonei al concorso saranno caricati sui canali social di IVSI (SalumiAmo su Facebook e SalumiAmoTv su Youtube) per essere votati dal pubblico social. L’elaborato che riceverà più like, condivisioni e interazioni riceverà il premio “voto del pubblico”, mentre il migliore elaborato delle scuole superiori e quello del mondo universitario, saranno scelti dalla giuria di tecnici.

I migliori tre video saranno premiati durante un evento a Roma: in palio, tre gift card (due da 500 € e una da 300 €).

Maggiori dettagli sul contest e la campagna si possono trovare nella pagina dell’evento su Facebook o sul sito dell’UNC, alla pagina dedicata all’iniziativa: Salumi e carne suina: partecipa al contest “Pubblicitario per un giorno”.

LA CAMPAGNA “SALUMI E CARNE SUINA: ENERGIA CHE E’ UN PIACERE”

La campagna Salumi e carne suina: energia che è un piacere mira a sensibilizzare consumatori e media sull’importanza della presenza di proteine animali in una dieta equilibrata soprattutto per alcuni soggetti come i bambini in età pediatrica, gli sportivi o gli anziani e in associazione all’attività fisica e ad un corretto stile alimentare. Tra gli obiettivi perseguiti dalla campagna, anche attraverso l’iniziativa ‘Pubblicitario per un giorno’, ci sono la lotta alla disinformazione sul tema nutrizionale e sulla filiera suinicola, la promozione del patrimonio tradizionale e gastronomico del nostro Paese e la valorizzazione di sistemi produttivi legati al territorio di appartenenza, quali le produzioni DOP e IGP.

TRASPORTI: aeroporto Linate chiuso, ma si vendono biglietti

Comunicato stampa Unione Nazionale Consumatori

Dal 27 luglio al 27 ottobre 2019 l’aeroporto di Linate sarà chiuso per lavori, ma le compagnie aeree continuano a vendere biglietti per quelle date. Unc presenta un esposto all’Antitrust e all’Enac.

Roma, 10 ottobre 2018 – In relazione alla notizia apparsa sul Corriere della Sera dei voli fantasma all’aeroporto di Linate, l’Unione Nazionale Consumatori ha deciso di presentare un esposto all’Antitrust e all’Enac.

“E’ evidente che se l’aeroporto milanese chiude dal 27 luglio al 27 ottobre 2019 per il rifacimento della pista, le compagnie aeree non possono più vendere biglietti per voli relativi a quel periodo di tempo. Se lo fanno si configura un’evidente pratica commerciale scorretta” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

“Ecco perché abbiamo deciso di presentare un esposto urgente all’Enac e all’Antitrust, perché accertino immediatamente i fatti e sospendano una vendita che sarebbe ingannevole, considerato che è un diritto del consumatore sapere fin dall’inizio, e al momento della prenotazione del volo, se la partenza avverrà da Linate o se il volo sarà dirottato a Malpensa o Orio al Serio” prosegue Dona.

“Non solo ora andranno rimborsati tutti quelli che hanno già acquistato il biglietto, ma anche risarciti di ogni eventuale danno derivante da questa gravissima trascuratezza informativa nei confronti dei consumatori che, proprio nel trasporto aereo, hanno diritto ad essere correttamente informati” conclude Dona.

AGGIORNAMENTO: nell’adunanza del 10 gennaio 2019, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha archiviato la segnalazione, ritenendo che “non sussistono elementi di fatto idonei a giustificare ulteriori accertamenti, in quanto le compagnie aeree interessate hanno interrotto la vendita dei biglietti da e per l’aeroporto di Milano Linate durante il periodo previsto di chiusura (27 luglio-27 ottobre) dovuto ai lavori di manutenzione della pista, nonché hanno adottato misure idonee a tenere indenni i consumatori che avevano già acquistato il titolo di viaggio del possibile disagio subito.”

 

Telefonia: come presentare un reclamo

Da un’analisi dei casi di telefonia che vengono sottoposti all’attenzione dei nostri esperti emergono alcuni problematiche ricorrenti che interessano quasi la totalità degli operatori del settore. Può essere utile riassumere il quadro dei reclami più frequenti così da individuare la migliore strategia per gestirli.

RECESSO ANTICIPATO

Una delle problematiche più diffuse è quella inerente le penali per recesso anticipato: gli operatori telefonici, in caso di chiusura del contratto, possono chiedere i costi “per la chiusura della posizione amministrativa e contabile”  (metterei così perchè con le nuove linee guida gli importi sono cambiati a seconda del tipo di contratto sottoscritto) oltre al prezzo per il servizio usufruito negli ultimi 30 giorni antecedenti la disdetta. La spese di recesso devono essere commisurate al valore del contratto e ai costi realmente sopportati dall’operatore, ovvero ai costi sostenuti per dismettere la linea telefonica o trasferire il servizio. Ricordiamo che con le nuove linee guida dell’Agcom, gli operatori devono sempre concedere agli utenti che decidono di recedere anticipatamente dal contratto la facoltà di scegliere se continuare a pagare le rate residue o pagarle in un’unica soluzione. Solo in questo modo all’utente sarà garantita la piena libertà di recedere dal contratto. 

Nel caso in cui l’azienda abbia applicato vere e proprie penali per recesso (anticipato) è necessario verificare se previste nelle condizioni generali di contratto (e sottoposte a doppia sottoscrizione del consumatore).

Se non stabiliti nel contratto queste somme non sono dovute e il consumatore dovrà contestarli attraverso l’invio di un reclamo scritto (raccomandata A/R); decorsi 30 giorni dall’invio, in caso di mancata risposta o risposta non soddisfacente da parte dell’operatore, si può attivare una conciliazione grazie agli esperti dell’Unione Nazionale Consumatori.

Qualora invece dette penali siano previste nel contratto è comunque consigliabile contattare i nostri sportelli per verificare se sono effettivamente dovuti.

Purtroppo può capitare che, anche se si esegue correttamente la procedura, la società continui ad inviare fatture per periodi successivi alla disdetta. In questo caso è necessario reclamare tempestivamente, tramite raccomandata A/R, chiedendo la lavorazione della richiesta di disdetta, lo storno delle fatture emesse e in corso di emissione e la chiusura della posizione amministrativa aperta (in questo caso si può chiedere tale chiusura senza oneri e spese in virtù dei disagi subiti e della mancata lavorazione della pratica).

Decorsi 30 giorni, in caso di mancata risposta al reclamo (ovvero questa non fosse soddisfacente) è possibile rivolgersi ai nostri esperti per risolvere la problematica e attivare una conciliazione paritetica oppure ricorrere al Co.Re.Com o al Conciliaweb, nuovo strumento dell’autorità attivo da luglio 2018.

VELOCITA’ DI NAVIGAZIONE

Molti consumatori, inoltre, ci scrivono lamentando di aver stipulato un contratto in cui viene garantita una certa velocità di navigazione che però non è poi concretamente assicurata.

In questo caso è necessario effettuare un controllo certificato sulla velocità della connessione: per questo l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha realizzato uno strumento, Nemesys, un software, scaricabile dal sito www.agcom.it  studiato per analizzare la velocità della nostra linea.

In caso di velocità più bassa rispetto al contatto sottoscritto con il gestore telefonico, il consumatore potrà formalizzare un formale reclamo tramite raccomandata A/R, per richiedere il rimborso forfettario per la scarsa qualità del servizio.

E’ bene ricordare che, in questo caso, qualora, invece, il consumatore decidesse a seguito del disservizio di recedere dal contratto (o di passare ad altro operatore) non potranno essere applicate penali.

Anche in questo caso decorsi 30 giorni, in caso di mancata risposta al reclamo (ovvero questa non fosse soddisfacente) sarà possibile attivare una procedura di conciliazione.

SERVIZI NON RICHIESTI

Un’altra problematica ricorrente è quella relativa all’attivazione di servizi non richiesti che si manifesta tutte le volte che riscontriamo nella bolletta la fatturazione di un servizio non autorizzato o mai accettato dal consumatore.

In questo caso la prima cosa da fare è inviare un reclamo scritto  raccomandata A/R, Pec, Fax, Social, Servizio clienti) all’azienda chiedendo la disattivazione del servizio, lo storno delle somme indebitamente fatturate e il rimborso di quanto pagato. Inoltre, per evitare il distacco della linea, è consigliabile pagare la bolletta al netto dei costi oggetto di contestazione (magari con la compilazione di un bollettino postale).

Decorsi 30 giorni, in caso di mancata risposta al reclamo (ovvero qualora questa non fosse soddisfacente), i nostri esperti sono a disposizione degli iscritti per attivare una conciliazione paritetica.

DOPPIA FATTURAZIONE

Tra i vari problemi legati all’utenza telefonica c’è anche il caso di doppia fatturazione. Il caso che più frequentemente dà luogo a doppia fatturazione è la portabilità ad altro numero telefonico (in modo particolare nel trasferimento di un contratto con voce e ADSL). Per questi servizi capita spesso che il servizio voce passa correttamente al nuovo operato mentre l’ADSL resta al vecchio. Da qui la doppia fatturazione che danneggia il consumatore.

Sebbene qualche operatore cerchi di imputare il disservizio all’utente, generalmente il problema non è causato dal consumatore (che ha come unico adempimento la comunicazione del “Codice di migrazione”) ma dalla cattiva gestione delle varie fasi del passaggio. Ecco allora che per la doppia fatturazione è consigliabile inviare un formale reclamo (tramite raccomandata A/R) a entrambe le società (il vecchio e il nuovo fornitore) e decorsi 30 giorni, in caso di mancata risposta (o in caso di risposta non soddisfacente), sarà possibile attivare una procedura di conciliazione.

SE SI RIMANE SENZA LINEA

Nel caso in cui, per svariati motivi (problemi di fatturazione, ritardo nella portabilità, ritardo del tecnico per attivazione della linea, ecc.) si rimanga senza linea telefonica o ADSL è possibile ricorrere al Conciliaweb oppure recarsi al Co.Re.Com. della propria regione per farsi aiutare dai funzionari dell’Autorità richiedendo l’attivazione urgente della linea.

Il Co.Re.Com. emetterà un provvedimento temporaneo richiedendo l’attivazione urgente della linea (che solitamente avviene in pochi giorni lavorativi) senza necessità di  attendere l’udienza di conciliazione. In seguito durante l’udienza si discuterà della problematica e si tenterà di risolvere il contenzioso attraverso un sistema stragiudiziale. In questi casi i nostri consulenti potranno aiutarvi ad attivare la linea a richiedere un indennizzo per i disagi subiti.

HAI BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO? CONTATTACI ALLO SPORTELLO TELEFONIA 

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 18 gennaio 2019

ISTAT: sale la spesa dei Comuni per i servizi sociali

Nel 2016 la spesa dei Comuni per i servizi sociali ammonta a circa 7 miliardi e 56 milioni di euro, pari allo 0,4% del Pil nazionale. Rispetto all’anno precedente si registra un incremento del 2%. Lo rileva l’Istat.

Per ciascun residente i Comuni hanno speso in media 116 euro nel 2016, contro i 114 del 2015. A livello territoriale le disparità sono sempre elevatissime: si passa dai 22 euro della Calabria ai 517 della Provincia Autonoma di Bolzano.

Al Sud, in cui risiede il 23% della popolazione, si spende solo il 10% delle risorse destinate ai servizi socio-assistenziali.

Famiglia e minori, anziani e persone con disabilità sono i principali destinatari della spesa sociale dei Comuni: su queste tre aree di utenza si concentra l’81,7% delle risorse impegnate.

I servizi per i minori e le famiglie con figli assorbono la quota più ampia della spesa sociale dei Comuni: circa 2,7 miliardi di euro, pari al 38,8% della spesa complessiva. Fra il 2003 e il 2016 le risorse aumentano decisamente in termini pro-capite, passando da 86 a 172 euro l’anno, pur rimanendo invariata la quota di spesa per quest’area di utenza rispetto al totale. Tra i servizi rivolti ai minori e al supporto delle famiglie con figli una quota importante della spesa (circa il 40%) è destinata agli asili nido e più in generale ai servizi educativi e di cura per la prima infanzia. I nidi e i servizi integrativi per la prima infanzia comunali o privati convenzionati accolgono circa il 12,6% dei bambini fra zero e 2 anni compiuti (fino a 35 mesi), quota che sale al 18,3% nel Centro Italia e scende al 4,6% al Sud.

Le risorse destinate ai servizi per i minori e per le famiglie sono aumentate nel corso degli anni, ma non si riducono le differenze territoriali in rapporto alla popolazione di riferimento: ciascun componente delle famiglie con minori può contare su circa 234 euro l’anno se risiede al Nord-est, 222 al Nord-ovest, 210 al Centro, 132 nelle Isole e solo 74 al Sud.

Per quanto riguarda la spesa rivolta ai disabili, è aumentata sia in valore assoluto che in rapporto alla popolazione di riferimento: da 1.478 euro annui pro-capite nel 2003 (19,7% l’incidenza sulla spesa sociale dei Comuni) a 2.854 nel 2016 (25,5%), ossia quasi il doppio. Anche in questo caso, le differenze territoriali sono rilevanti: mediamente un disabile residente al Nord-est usufruisce di servizi e interventi per una spesa annua di oltre 5.150 euro mentre al Sud il costo dei servizi ricevuti è di quasi 865 euro pro-capite.

Venendo alle risorse destinate agli anziani, sono diminuite gradualmente, a fronte di un aumento della popolazione di riferimento. La spesa pro-capite per gli anziani è passata da 122 euro nel 2010 a 92 euro annui nel 2016. Scende anche la quota rivolta agli anziani sul totale della spesa sociale dei Comuni, che cala dal 25% del 2003 al 17% nel 2016.

Le principali voci di spesa per l’area anziani sono le strutture residenziali, comunali o private convenzionate, che assorbono circa il 38% delle risorse. A risiedere nelle strutture comunali o finanziate dai Comuni è lo 0,8% degli anziani, valore stabile nel tempo ma contraddistinto da importanti differenze territoriali: dal 2,1% del Nord-est scende allo 0,1% nel Sud, dove i Comuni che offrono questo tipo di assistenza sono solo il 16,9%, contro il 56,9% al Nord-est e il 33,3% a livello nazionale.

I Comuni destinano il 37% della spesa sociale per gli anziani all’assistenza domiciliare.

Per quanto riguarda, infine, le risorse dedicate all’area povertà ed il disagio adulti, sono sempre risultate una componente minoritaria rispetto al totale della spesa, di cui rappresentano il 7,6% nel 2016. L’Italia, del resto, si colloca agli ultimi posti fra i paesi dell’Unione europea per le risorse destinate alle politiche di inclusione, per le misure di sostegno al reddito e per il contrasto alla povertà. Negli anni successivi al 2009, nonostante le difficoltà economiche nella popolazione, le risorse impegnate per quest’area di utenza diminuiscono, seguendo lo stesso andamento osservato per il totale della spesa sociale dei Comuni. Dal 2015 si rileva una lieve ripresa, ma nel periodo 2009-2016 la spesa dei Comuni per la povertà è in calo del 9% a livello nazionale. Le riduzioni di spesa si concentrano principalmente nelle regioni del Centro-sud e in Sicilia (sebbene la ripartizione delle Isole sia controbilanciata dall’aumento di spesa in Sardegna). Le variazioni di segno positivo si rilevano principalmente al Nord-est, che nel suo insieme mostra un incremento del 32%. Per gran parte del territorio, quindi, non si riscontra una funzione di compensazione da parte dei sistemi di welfare locali per contenere l’impatto della crisi sulle famiglie, probabilmente a causa della limitatezza delle risorse disponibili.

Quasi la metà della spesa per la povertà e il disagio adulti riguarda i trasferimenti in denaro verso le famiglie: i più importanti sono i contributi economici per l’alloggio e quelli a integrazione del reddito familiare, che hanno importi medi di circa 796 e 920 euro annui per utente.

Tra il 2009 e il 2016 la spesa destinata ai contributi per l’alloggio diminuisce a livello nazionale del 35%, quella per i contributi a sostegno del reddito del 24% mentre gli utenti si riducono rispettivamente del 46% e del 32%.

E’ vero che il burro è più grasso dell’olio?

 

La domanda dei consumatori: è vero che il burro è più grasso dell’olio?

 

La risposta di Marcello Ticca, nutrizionista e dietologo

Non è affatto vero, anzi è vero il contrario. Il burro contiene in media l’83,5% di grassi contro il 100% di qualunque tipo di olio, dato che nella sua composizione entra anche un 17% circa di acqua contro lo 0% dell’olio. Di conseguenza 100 grammi di burro forniscono circa 760 chilocalorie, contro le 900 di qualunque tipo di olio (senza nessuna differenza fra quello crudo e quello cotto, al contrario di quanto in tanti pensano). Naturalmente, in un confronto dal punto di vista nutrizionale fra il burro e l’olio d’oliva, questo è in pratica l’unico aspetto positivo a favore del primo. E in fondo si tratta anche di un aspetto di scarso rilievo. Nella valutazione di un grasso per la alimentazione umana, infatti, il punto fondamentale da considerare è la qualità degli acidi grassi che compongono quel prodotto. Ebbene, sotto questo profilo l’olio di oliva, e quello extravergine in particolare, non teme confronti per quanto riguarda il tipo di acidi grassi presenti ed il loro equilibrio complessivo.

Affidiamoci alle cifre. 100 grammi di olio d’oliva extravergine contengono circa 83 grammi di acidi grassi insaturi (quelli più salutari anche in quanto tendono a far diminuire il livello di colesterolo nel sangue) di cui la massima parte (75 grammi) sono acido oleico (il migliore sia in quanto monoinsaturo sia perché, oltre a far calare il colesterolo “cattivo” nel sangue, non modifica o addirittura fa aumentare quello “buono”), e soltanto 16 grammi di acidi grassi saturi, quelli che invece per lo più tendono ad innalzare i livelli di colesterolo nel sangue ancor più di quanto non faccia l’apporto alimentare del colesterolo stesso. E poi, naturalmente, nessuna presenza di colesterolo.

Per il burro le cifre corrispondenti sono nettamente meno favorevoli: 100 grammi di prodotto apportano soltanto 26,5 grammi di acidi grassi insaturi (inclusi 21 grammi di acido oleico), e ben 49 grammi di acidi grassi saturi, accompagnati da 250 milligrammi di colesterolo, contro gli zero milligrammi dell’olio d’oliva. Le differenze sono ben evidenti e depongono in modo unanime a favore dell’olio d’oliva, ed anche, in modo meno pronunciato, anche di svariati altri oli vegetali. Ma i vantaggi dell’olio extravergine d’oliva non sono soltanto quelli fin qui esposti, in quanto quest’olio vanta molti pregi nutritivi e salutari che il burro non ha o ha solo in minima parte: è ricco di vitamina E, contiene più di cento tipi di sostanze antiossidanti e di sostanze insaporenti, è molto digeribile ed è capace anche di migliorare la digeribilità complessiva del pasto, in quanto stimola la secrezione della bile e quella di vari enzimi digestivi. Ma non basta: varie ricerche hanno permesso da anni di accertare che l’uso abituale dell’olio d’oliva extravergine esercita anche una serie di altre azioni positive, quali quelle sulla cute, sulla crescita ossea, sulla maturazione del sistema nervoso centrale ed altre ancora.

Questo non significa assolutamente che il burro sia da demonizzare o da escludere a priori dalla nostra tavola e dalla nostra cucina: le indicazioni sono soltanto quelle di utilizzarlo saltuariamente e, soprattutto, in quantità moderate: le Linee Guida italiane suggeriscono una porzione standard di circa 10 grammi, ossia l’equivalente di un cucchiaino da caffé colmo. Fra l’altro va anche precisato che il burro, oltre ad essere una buona fonte di vitamina A, è piuttosto digeribile e ben tollerabile anche perché buona parte dei suoi acidi grassi saturi sono a catena corta, ossia più facili da attaccare da parte dei nostri enzimi digestivi.

 

 


Vuoi saperne di più sull’alimentazione? Anche tu ti trovi davanti ai grandi dilemmi della tavola? Vuoi leggere tutti i luoghi comuni sul cibo? Li trovi nel libro di Marcello Ticca: Miraggi alimentari, 99 idee sbagliate su cosa e come mangiamo

 

Vuoi fare anche tu una domanda al nostro esperto? Scrivi a esperto@consumatori.it, ricordandoti di mettere in oggetto “nutrizionista”. I quesiti più interessanti saranno selezionati per avere una risposta in questa rubrica, continua a seguirci!

 

 

 

 

 

Si può vietare l’accesso ai cani nei parchi pubblici?

Può essere previsto un divieto generalizzato di accesso ai cani nei parchi pubblici, anche quando sono al seguito del proprietario (o di un detentore responsabile) e muniti di guinzaglio o museruola?

In generale, i Comuni possono stabilire regole in merito all’accesso degli animali nei parchi o giardini pubblici, ne sono un esempio i cosiddetti “Regolamenti del verde” che in genere ogni città possiede e che consentono la corretta gestione di tali aree e la disciplina delle attività che in esse possono essere svolte.

Ma a livello nazionale, l’accesso ai cani nei luoghi pubblici e aperti al pubblico è attualmente disciplinato dal Regolamento di Polizia Veterinariache prevede “l’obbligo di idonea museruola per i cani non condotti al guinzaglio quando si trovano nelle vie o in altro luogo aperto al pubblico”.

Con leggi regionali o con i regolamenti comunali si possono stabilire ulteriori norme, specifiche sulle modalità di accesso e permanenza con il cane nelle zone a verde pubblico.

Utilizzando questa facoltà, molti Comuni hanno adottato provvedimenti restrittivi, in genere motivandoli con:

  • la necessità di evitare il rischio che la presenza dei cani possa creare problemi di natura igienico/sanitaria o per la pulizia dei luoghi, a causa, in particolare, delle deiezioni  degli animali, spesso non raccolte;
  • lo scopo di tutelare la sicurezza e l’incolumità dei cittadini, che frequentano abitualmente tali luoghi, per via di possibili aggressioni.

Obiettivi ragionevoli. Resta, però, il quesito se la scelta di ottenerli impedendo l’accesso ai cani sia altrettanto legittima.

Cosa dice la giustizia amministrativa

Una risposta può essere trovata nelle sentenze amministrative che, negli ultimi anni, hanno riguardato casi di altrettante ordinanze comunali, emanate dai sindaci per disporre il divieto di introdurre cani nei parchi cittadini.

Il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, per esempio, nel 2016, ha annullato l’ordinanza di un comune che aveva stabilito il divieto assoluto e indiscriminato di accesso dei cani in tutte le aree verdi. L’ordinanza è stata dichiarata nulla sulla base del fatto che, il provvedimento del divieto assoluto è sproporzionato rispetto agli altri interessi tutelati ed eccessivamente limitativo della libertà di circolazione delle persone.

Nelle motivazioni del giudice, si rimarcava il fatto che il problema delle deiezioni non raccolte, così come quello dei cani talvolta lasciati liberi o incustoditi, possono essere risolti aumentando i controlli da parte dell’Autorità preposta.

Inoltre, i provvedimenti del sindaco possono avere solo un’efficacia temporale limitata, legata alla necessità di affrontare una situazione straordinaria di emergenza.

La medesima posizione è stata assunta un anno dopo dal TAR Toscana, che ha osservato che la sola presenza di “escrementi canini in ambito urbano comunale” non può corrispondere all’esistenza effettiva di un’emergenza sanitaria o di igiene pubblica. E altri esempi simili si possono trovare nella giurisprudenza amministrativa di Lombardia, Veneto, Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, Sardegna.

Più di recente, il TAR Puglia (sentenza 16 marzo 2018) ha ribadito che lo scopo di mantenere il decoro urbano e l’igiene pubblica può essere ottenuto attivando i mezzi di prevenzione, vigilanza controllo e i poteri sanzionatori di cui dispone la Pubblica Amministrazione. Questo orientamento giurisprudenziale, che caratterizza l’ambito amministrativo ha iniziato a trovare applicazione anche nei processi civili.

Di recente, infatti, il Giudice di Pace di Lodi (procedimento civile n. 1083 R.G. 2016) ha ritenuto illegittima una sanzione elevata per aver introdotto un cane nel parco pubblico della città, in violazione del regolamento comunale.

Richiamando proprio le sentenze dei TAR, il giudice ha confermato che igiene, sanità e incolumità pubblica possono essere fatte rispettare mediante i divieti e le sanzioni già previsti dalla legislazione vigente, quali l’obbligo del guinzaglio e di raccolta delle deiezioni, senza ulteriore necessità di limitare a priori la libertà di movimento dei proprietari e dei detentori degli animali d’affezione.

Conclusioni

Quindi,  all’obbligo di custodire i cani (con guinzaglio ed eventualmente museruola) e di rimuovere le deiezioni, nelle aree pubbliche; no al divieto assoluto di introdurre cani nelle aree destinate a verde pubblico.

Cosa fare per uscire con il cane seguendo le regole

Attualmente, per essere in regola con la normativa nazionale vigente, quando si esce di casa con il cane, è necessario che questo sia legato a un guinzaglio di lunghezza non superiore a 1,50 metri. Inoltre, bisogna portare sempre con sé una museruola, da applicare al cane all’occorrenza, cioè in caso di rischio per l’incolumità delle persone o di altri animali oppure su richiesta delle autorità competenti.

Attenzione, comunque, alle norme comunali, perché ad esempio possono contenere il divieto di introdurre cani in aree particolari, come quelle destinate e attrezzate per il gioco dei bambini. In questi casi, poiché si tratta di divieti circoscritti, che saranno segnalati con appositi cartelli, la misura non può essere ritenuta troppo limitativa e, quindi, non è considerata illegittima e deve essere rispettata.

Autore: Paola Fossati (animalidacompagnia.it)
Data: 15 gennaio 2019

L’esperto risponde su… copertura cellulare

Abito in un paesino di montagna e parlare al cellulare è un’impresa, c’è sempre poca linea! Ho chiamato il servizio clienti dicendo di voler disdire il contratto che avevo sottoscritto, ma l’operatore mi ha risposto che devo pagare una penale per recesso anticipato. Io credo che la scarsa copertura sia una loro responsabilità e non credo di dover pagare nessuna penale, ho ragione?

Purtroppo no, perché il servizio di telefonia mobile non garantisce una copertura territoriale: se quindi abbiamo poca linea, non possiamo pretendere la disdetta gratuita.

In generale, il consiglio che possiamo dare è quello di fare sempre prima una verifica con una scheda che non preveda la sottoscrizione di un contratto di durata minima, così da non trovarci poi nella spiacevole situazione non solo di non riuscire a parlare al telefono ma anche di dover pagare una penale per disdire il contratto!

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Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 15 gennaio 2019

Il notaio risponde su… beni “trust”

Quali beni possono essere conferiti in trust?

Si possono conferire in trust tutte le tipologie di beni. A titolo meramente esemplificativo: beni immobili, beni mobili iscritti in pubblici registri, denaro, qualsiasi tipo di investimento finanziario, crediti, partecipazioni societarie, beni mobili di pregio e non, quadri, opere d’arte, e in genere qualunque bene, diritto, potere, facoltà o aspettativa suscettibile di valutazione economica. I beni conferiti nel trust devono essere formalmente intestati al trustee.

Guida “Dopo di noi” Consiglio Nazionale del Notariato

Leggi anche Ho sentito parlare di “trust”: di che si tratta?

Offerta PLACET luce e gas: conviene?

Con il decreto “milleproroghe” è stata ulteriormente prorogata la fine del Mercato di Tutela di elettricità e gas al 1° luglio 2020 lasciando come unica possibilità da quel momento in poi l’adesione a contratti di Mercato Libero.

La posizione di UNC in merito a questo è possibile leggerla in La fine del mercato di tutela e le problematiche del settore energia: le nostre proposte ai partiti.

In Fine del mercato di tutela di luce e gas: 10 cose da sapere cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su cosa comporterà questo passaggio e di dare un po’ di consigli per evitare problemi.

Per cercare di informare i consumatori e per indirizzarli ed aiutarli nella scelta del fornitore, il legislatore e l’ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente)  hanno previsto alcuni strumenti quali il Portale offerte (di cui parliamo in Il Portale Offerte per l’energia aiuterà i consumatori?) e l’offerta PLACET (acronimo di  offerta a Prezzo Libero A Condizioni Equiparate di Tutela).

La PLACET è, di fatto, un’offerta standard che tutti i venditori (che sono centinaia) sono obbligati ad avere nel proprio pacchetto di proposta commerciali. Le offerte PLACET devono prevedere sia per l’elettricità che per il gas una proposta di fornitura a prezzo fisso (in cui il prezzo dell’energia è mantenuto fisso per un certo periodo di tempo) e almeno una proposta a prezzo variabile (in cui il prezzo varia automaticamente in base alle variazioni di un indice di riferimento) in cui

  • le condizioni economiche (prezzo) sono liberamente decise dal venditore e rinnovate ogni 12 mesi
  • la struttura di prezzo e le condizioni contrattuali (ad esempio garanzie, rateizzazione) sono stabilite dall’Autorità e inderogabili

L’uniformità della struttura di prezzo e delle condizioni contrattuali rendono le offerte PLACET più facilmente confrontabili tra loro a differenza delle offerte del Mercato Libero dove le condizioni contrattuali, ed i servizi associati al contratto, possono variare di molto tra i diversi operatori pur nel rispetto della regolazione dell’Autorità.

I contratti delle offerte PLACET hanno durata indeterminata e entro tre mesi dalla scadenza annuale di tali condizioni, il venditore deve informare il cliente circa le nuove condizioni che applicherà a partire dal tredicesimo mese; il cliente è comunque libero di accettarle o meno, essendo sempre valida la facoltà del cliente di recedere dal contratto passando ad altro fornitore del Mercato Libero o rientrando nel Servizio di Tutela fino a quando sarà disponibile.

E’ fondamentale sottoscrivere un offerta (anche una PLACET) solo dopo aver verificato con attenzione se effettivamente la proposta è quella più in linea con le nostre esigenze. Infatti il prezzo non è l’unica variabile di cui tener conto ma ce ne sono altre qualitative (la numerosità dei clienti, la presenza di sportelli territoriali, la capacità di gestione delle eventuali controversie, la possibilità di servizi accessori utili) che possono essere anche molto più importanti rispetto al solo prezzo e, quindi, nella scelta del nuovo fornitore, anche se accettassimo un’offerta PLACET, dovremmo tener in debito conto questi aspetti e non inseguire il solo risparmio.

SE HAI BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO, SCRIVICI ALLO SPORTELLO ENERGIA

Autore: Marco Vignola
Data: 15 gennaio 2019