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730: usa il modello precompilato oppure… rivolgiti a noi!

730_modello_precompilato

Fino al 30 giugno è attivo il nostro servizio di assistenza fiscale (compilazione 730, UNICO persone fisiche, ISEE, etc) presso la nostra sede di Roma (via Duilio 14). Per informazioni e appuntamento puoi chiamare il numero 06 32600239 (dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 14,30 alle 16,30) oppure scrivere via email a info@consumatori.it.

Per chi invece preferisce fare da sé la dichiarazione dei redditi può essere presentata anche utilizzando il nuovo modello 730 precompilato a cui si può accedere dal sito dell’Agenzia delle Entrate. Il modello contiene già tutte le informazioni sul reddito di ogni cittadino, sulle imposte che ha pagato e sulle spese che ha effettuato e che può detrarre. Al documento si può avere accesso dallo scorso 16 aprile, mentre dal 2 maggio oltre a scaricarlo è possibile modificarlo e inviarlo. Il nuovo 730 precompilato non manda però in “pensione” il vecchio modello che potrà continuare a essere utilizzato.

Chi può usufruire del nuovo servizio?

Al nuovo modello precompilato possono accedere le stesse categorie di persone che finora avevano sempre presentato la dichiarazione dei redditi tramite il 730: lavoratori dipendenti, pensionati, coloro che ricevono un’indennità sostitutiva da lavoro dipendente come la cassa integrazione, lavoratori con contratto a tempo determinato che duri meno di un anno, lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, parlamentari, cariche elettive, sacerdoti della Chiesa cattolica, alcuni soci di cooperative di produzione e lavoro. I lavori autonomi, invece, continueranno a usare il modello UNICO (Redditi Persone Fisiche). Anche di questo modello è disponibile una versione precompilata che può essere inviata a partire dal 10 maggio.

Quali sono le novità rispetto al vecchio 730?

Rispetto alla vecchia versione, nel nuovo modello 730 precompilato sono stati inseriti altri dati come le spese per gli asili nido e le donazioni versate a società di mutuo soccorso, Onlus, associazioni di promozione sociale e fondazioni. Non sono state inserite, invece, altre spese comuni per i cittadini come quelle per l’affitto sostenute dagli inquilini o dagli studenti fuori sede e quelle per le attività sportive dei ragazzi.

Come si accede al modello precompilato?

Il modello 730 precompilato si può scaricare sul sito dell’Agenzia delle Entrate. L’accesso si può effettuare nei seguenti modi consultabili a questa pagina:

  • tramite lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale);
  • tramite la sezione Fisconline con password e pin ottenuti dalll’Agenzia delle Entrate;
  • tramite la sezione NoiPa se si è dipendenti della pubblica amministrazione;
  • tramite la sezione INPS se si è in possesso del pin dispositivo dedicato;
  • come tutore o genitore e come erede con utenza Entratel o Fisconline;

Una volta effettuato l’accesso al proprio modello tramite le proprie credenziali, si presentano due possibilità. Dopo aver controllato che tutti i dati inseriti dall’Agenzia delle Entrate siano corretti, l’utente dà la propria conferma e, successivamente, deve indicare i dati del sostituto d’imposta e la destinazione dell’8, del 5 e del 2 per mille. Se invece alcuni dati inseriti dall’Agenzia delle Entrate risultano non corretti o mancano, il 730 può essere modificato. Le modifiche o integrazioni possono essere inserite in modo autonomo tramite la compilazione assistita accedendo al quadro E della dichiarazione.

In alternativa si può delegare l’operazione al CAF (Centro di assistenza fiscale) o al proprio commercialista. Saranno questi soggetti ad apportare il “visto di conformità” sul modello, assumendosi così la responsabilità dell’invio della dichiarazione. Responsabilità che torna invece al contribuente nel caso di “dichiarazione infedele”. In questo caso spetterà al contribuente pagare sia la maggiore imposta non versata che le sanzioni più gli interessi. 

Come si detraggono le spese sanitarie?

Tra le spese detraibili tramite la presentazione della dichiarazione dei redditi un’attenzione particolare spetta alle spese sanitarie. Si tratta, infatti, di spese che danno diritto a una detrazione fiscale del 19% per gli importi che superano la franchigia di 129,11 euro.

Sul modello 730 precompilato sono presenti gli scontrini per i medicinali acquistati in farmacia, i ticket e le visite specialistiche. Se si accetta il resoconto generato automaticamente dal sito dell’Agenzia delle Entrate, si può direttamente confermare e inviare il modulo. In caso contrario – vale a dire se si devono apportare modifiche o integrazioni ad esempio perché ci si è dimenticati di comunicare una visita specialistica – è necessario essere in possesso dei documenti giustificativi e conservarli in vista di possibili controlli.

Il Sole 24 Ore spiega come si può effettuare la verifica delle spese sanitarie già segnate sul modello precompilato e come intervenire nel caso in cui si vogliano modificare dei dati o se ne vogliano aggiungere di nuovi. Per visualizzare il dettaglio delle spese sanitarie elencate il percorso da seguire è il seguente: cliccare sul menu la voce ‘Visualizza i dati’, successivamente andare alla voce ‘Spese sanitarie relative al 2017’ e, infine, scaricare il file in formato .csv in modo da evidenziare le voci in Excel. In questo passaggio è importante “espandere” tutte le voci. In alcuni casi, spiega infatti Il Sole 24 Ore, “il totale dei singoli documenti include anche somme sotto la dicitura ‘AA – Altre spese’ che potrebbero non essere detraibili. Ad esempio, uno spazzolino da denti acquistato insieme a una farmaco o parafarmaco. Ma in altri casi, sotto ‘AA – Altre spese’ è indicato il bollo apposto sulle ricevute per visite specialistiche, che invece è detraibile”.

Per quanto riguarda i rimborsi, se le spese sanitarie sono state rimborsate completamente o solo in parte, il contribuente dovrà detrarre solo la parte di spesa che è stata a suo carico. Occorre però prestare attenzione anche a questo passaggio. Uno dei casi più diffusi è che un rimborso relativo a spese sostenute nel 2017 venga erogato nel 2018, motivo per cui non sarà presente nella precompilata e se non viene aggiunto sarà tassato l’anno prossimo. “Ma potrebbero esserci anche dei buchi nei rimborsi erogati già nel 2017 – prosegue Il Sole 24 Ore – e chi si dimentica di aggiungerli – di fatto – sfrutterà una detrazione più alta di quella cui ha diritto”.

Per concludere, un capitolo a parte concerne i familiari a carico. I loro dati appaiono nella sezione ‘Visualizza i dati’. Sono da verificare, in particolare, la ripartizione della spesa tra i genitori dei figli (deve essere rispettata la percentuale di ripartizione in genere del 50%) e la singola voce di spesa relativa a un figlio a carico (per la quale occorre una conferma del dato ritornando però alla schermata dichiarante).

Quali sono le scadenze da rispettare?

  • Dal 28 maggio al 20 giugno è possibile annullare il 730 già inviato e presentare una nuova dichiarazione dei redditi. L’annullamento del 730 si può fare solo una volta. Dopo il 20 giugno ci sono tre opzioni: la prima è correggere la dichiarazione precedentemente inviata presentando un modello 730 integrativo entro il 25 ottobre; la seconda è inviare un modello Redditi correttivo entro il 31 ottobre; la terza è inviare un modello Redditi integrativo a partire dal 1 novembre.
  • Il 23 luglio è l’ultimo giorno utile per la presentazione del 730 precompilato.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 18 marzo 2019

Internet, a cosa servono i bollini dell’Agcom

Internet_fibra

Tre bollini di colore diverso per classificare le connessioni a internet e tutelare così i consumatori dal rischio di cadere nelle trappole tese dalle pubblicità ingannevoli. L’obbligo per gli operatori è stato introdotto da Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. I colori scelti, che dovranno essere indicati in modo chiaro sia nelle comunicazioni commerciali che nei contratti di vendita sottoposti ai clienti, sono quelli del semaforo: il bollino verde con la lettera ‘F’ al centro e la parola ‘fibra’ sotto per la fibra ultraveloce; il bollino giallo con le lettere ‘FR’ e la scritta ‘fibra mista rame’ o ‘fibra mista radio’ per la connessione mista; il bollino rosso con la lettera ‘R’ e la scritta ‘rame’ per la connessione in rame. Chi non rispetta la ‘segnaletica’ incorrerà in pene e sanzioni.

Bollino verde

Come detto, nel semaforo ideato da Agcom il colore verde e la lettera ‘F’ contraddistinguono le offerte di connessioni a internet con fibra ottica. Ciò significa che il servizio offerto dall’operatore si poggia esclusivamente su architetture FTTH/FFTB, acronimo che sta per Fibra Fiber-To-The-Home, vale a dire fibra fino a casa. Si tratta in pratica della rete a banda ultralarga: l’intera tratta della fornitura della connessione, dunque dalla centrale fino all’abitazione del cliente, è coperta da fibra ottica. Questo servizio garantisce di avere il massimo della velocità e la minor caduta di segnale.

Bollino giallo

Il bollino giallo indica le connessioni con fibra mista-rame o fibra mista-radio. Ciò significa che l’operatore nelle sue comunicazioni commerciali non può ricorre al termine ‘fibra’ in quanto i servizi che eroga non si poggiano su architetture FTTH bensì FTTN (Fiber To The Node per la fibra mista-rame) o FWA+ (Fixed Wireless Access per la fibra mista-radio).

Nello specifico, la rete fibra mista-rame è un’evoluzione della tradizionale rete in rame Adsl. Questa rete a banda ultralarga è realizzata con tecnologia FTTC (Fiber to the Cabinet), in quanto il cavo in fibra arriva fino alla cabina di distribuzione in strada e non direttamente fino all’abitazione del cliente, mentre il tratto fino all’abitazione è invece in rame.

Per ciò che concerne invece la rete fibra mista-radio, essa è realizzata con tecnologia FTTA (Fiber to the Antenna). Di conseguenza, il cavo in fibra arriva fino alla stazione radio base da dove viene emesso il segnale senza fili per raggiungere il terminale nell’abitazione del cliente. È un tipo di connessione che copre soprattutto le zone sub-urbane, montane, rurali o a bassa densità abitativa dove non arrivano le reti cablate. L’affidabilità della connessione dipende dalla copertura del segnale e dal fatto che non venga disturbata la visibilità ottica dell’antenna. Per tutti questi motivi l’operatore che vende questo tipo di connessione non può in nessun caso usare il termine ‘fibra’ nelle sue comunicazioni commerciali.

Bollino rosso

La rete in rame, infine, rappresenta il vecchio accesso alla rete con ADSL. Utilizza la tecnologia FTTE (Fiber to the Exchange, ‘fibra fino allo scambio’): il cavo in fibra alimenta la spina dorsale della rete non andando oltre la centrale della rete locale, il resto della tratta fino all’abitazione del cliente è coperto in rame. La qualità del servizio dipende dalla distanza tra la casa e la centrale. Anche in questo caso, ovviamente, l’operatore che vende questo tipo di servizio non può utilizzare il termine ‘fibra’.

Quali sono i vantaggi per i consumatori?

I bollini di diverso colore a cui da ora in avanti dovranno attenersi gli operatori che vendono connessioni a internet rappresentano certamente una tutela in più per i consumatori. In questo modo, infatti, il cliente avrà chiaro sia di fronte a una pubblicità che a un contratto che tipo di connessione sta per acquistare, se si tratta realmente di un servizio coperto da fibra e quale velocità può realmente raggiungere. Si tratta di informazioni necessarie che consentiranno a tutti di poter scegliere in modo più consapevole tra le varie offerte, ed evitare così di ritrovarsi a casa una connessione che non corrisponde a ciò che intendevano comprare.

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Autore: Rocco Bellantone
Data: 12 marzo 2019

Cartelle cliniche in condivisione, l’Ue accelera i tempi

L'immagine di un medico che consulta una cartella clinica al computer

Quando si soggiorna all’estero una delle preoccupazioni più comuni è cosa fare qualora, in caso di incidente o di problemi di salute, si debba ricorrere a cure mediche. Anche se ci si trova in Paesi europei spesso si tratta di situazioni complicate da gestire, e non solo per via della lingua diversa. L’ostacolo principale, infatti, è riuscire a comunicare al personale sanitario della struttura a cui ci si rivolge il proprio quadro clinico. Per ovviare a questa problematica a inizio febbraio la Commissione europea ha presentato una serie di raccomandazioni ai Paesi membri affinché collaborino per creare un sistema sicuro – in linea con quanto previsto dal Gdpr (General Data Protection Regulation) – che permetta ai professionisti sanitari di avere accesso ai documenti sanitari elettronici dei loro pazienti, a prescindere dallo Stato di provenienza di quest’ultimi purché sia dell’Ue.

Qual è la situazione attuale?

Nell’Unione Europea è in vigore attualmente la direttiva 2011/24 che consente ai cittadini europei di potersi curare in ogni Paese membro seppur con delle limitazioni che riguardano, nello specifico, l’assistenza sanitaria on line. Su questo specifico fronte nel 2012 è stato istituito a Bruxelles un eHealth Network, organismo il cui scopo è promuovere lo sviluppo e la diffusione dell’erogazione dei servizi sanitari sul web. Negli ultimi anni l’eHealth Network ha fatto molti passi in avanti, il più importante dei quali è rappresentato dalla creazione di un’infrastruttura connessa alle reti nazionali e che consente l’interscambio di dati dei fascicoli sanitari regionali di ogni Paese membro. In Italia le regioni più all’avanguardia in tal senso sono l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto, le quali hanno “aperto” agli altri Stati membri i fascicoli sanitari elettronici dei propri residenti. Mentre in Europa esperimenti interessanti sono portati avanti dalla Finlandia, i cui cittadini possono acquistare medicinali in Estonia con la ricetta del loro medico, e in Lussemburgo, i cui medici presto potranno consultare i profili sanitari sintetici dei pazienti cechi.

È chiaro che i Paesi più grandi, o con un maggior numero di abitanti, fanno più fatica a mettere in condivisione i dati sanitari dei loro cittadini. Ma la Commissione Europea è convinta che la strada da continuare a perseguire sia quella della comunicazione e dello scambio di informazioni, motivo per cui al più presto dovranno essere scaricabili e consultabili in ogni Stato membro i responsi delle analisi di laboratorio, le lettere di dimissione ospedaliera e i referti di imaging.

Quali sono i vantaggi della condivisione dei dati sanitari?

I vantaggi di questo nuovo corso sono facilmente intuibili. Come detto, in caso di incidente durante un viaggio in un Paese dell’Ue il paziente avrebbe modo di far conoscere al medico che lo ha preso in cura la propria cartella clinica in tempo reale, facendogli sapere preventivamente se soffre di patologie croniche, di allergie o intolleranze a determinati farmaci. Ciò renderebbe più tempestive ed efficaci le cure, oltre a far risparmiare tempo (perché non si ripeterebbero più esami a cui il paziente si è già sottoposto) e a ridurre i costi. Questa capillare condivisione di informazioni potrebbe inoltre favorire la ricerca medica nello studio di malattie croniche o neurodegenerative. Si tratta dunque di un progetto ambizioso, per realizzare il quale all’Europa di certo non mancano competenze e tecnologie. Il primo step sarà avviare un processo di coordinamento tra la Commissione europea e gli Stati membri in modo da raccogliere contributi e osservazioni dei professionisti sanitari e, ovviamente, dei pazienti.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 5 marzo 2019

Codice della Strada: cosa non convince tra le proposte di modifica

cellulare alla guida sanzioni

In Commissione Trasporti alla Camera prosegue l’iter per la riforma del Codice della Strada. Negli ultimi giorni sono state discusse diverse proposte. Tra quelle principali vi sono l’innalzamento del limite di velocità in autostrada, la possibilità per i ciclisti di circolare in contromano rispetto al senso di marcia degli altri veicoli, l’introduzione di pesanti sanzioni per il conducente che si distrae con lo smartphone mentre è al volante e il divieto di fumare in auto anche se a bordo non ci sono donne incinte o minorenni con un multe che, in quest’ultimo caso, andrebbero da 27,50 a 275 euro.

Innalzamento del limite di velocità in autostrada

Tra le proposte di modifica al Codice della Strada vi è, come detto, quella di aumentare il limite massimo di velocità sulle autostrade a tre corsie (più la corsia di emergenza) per ogni senso di marcia dagli attuali 130 km orari a 150. L’estensione del limite riguarderebbe soprattutto le tratte autostradali a lunga percorrenza. Il limite attuale di 130 km orari viene spesso disatteso dagli automobilisti, nonostante le autostrade a tre corsie siano dotate in molti punti di apparecchiature omologate per il calcolo della velocità media di percorrenza. Restano però alcune perplessità su questo provvedimento considerato che secondo una ricerca condotta in 27 paesi dall’Etsc, l’Istituto europeo per la sicurezza dei trasporti, la velocità è uno dei principali fattori che causano incidenti stradali e per la quale una riduzione dei limiti di 10 km orari salverebbe in Italia la vita a 2.000 persone ogni anno. Motivo per cui l’innalzamento della velocità a 150 km orari potrebbe anche essere una soluzione accettabile, ma a patto che valga esclusivamente per le autostrade a tre corsie e che siano presenti lungo i tragitti i controlli della velocità media. 

Quali novità per i ciclisti?

Per quanto riguarda i ciclisti, la proposta principale di cui si sta discutendo in Commissione Trasporti alla Camera riguarda la possibilità di circolare contromano rispetto agli altri veicoli all’interno dei centri abitati, dunque nelle cosiddette “zone 30”, vale a dire quelle aree della rete stradale urbana dove il limite di velocità è di 30 km orari invece dei consueti 50. Se approvata, questa concessione dovrà essere regolata da un’ordinanza del sindaco e segnalata con l’aggiunta di segnali verticali di divieto e di obbligo in appositi pannelli integrativi che dovranno indicare l’eccezione per le biciclette. Sempre per ciò che concerne i ciclisti, si stanno discutendo altre quattro proposte: permettere loro di utilizzare le “corsie gialle”, dunque quelle riservate agli autobus e ai taxi; obbligarli a indossare sempre il casco; prevedere per le biciclette dei parcheggi ad hoc sui marciapiede; negli incroci con semaforo indicare una linea di arresto in posizione avanzata rispetto a quella per tutti gli altri veicoli in modo da dare loro la precedenza (anche in quest’ultimo caso sarebbe necessaria una ordinanza comunale). Pur essendo condivisibili le finalità di queste proposte il timore è che, a differenza di altri Paesi come l’Olanda, in Italia queste misure non funzionerebbero adeguatamente dato il basso tasso esistente di conoscenza del Codice della strada da parte degli automobilisti. In particolare, l’avanzamento di una linea d’arresto negli incroci con semaforo per i ciclisti verrebbe spesso occupata dagli automobilisti generando confusione. Non sarebbe nemmeno funzionale l’utilizzo delle corsie preferenziali di taxi e autobus da parte dei ciclisti. Si tratta infatti di corsie in larga parte ricavate ex post e, pertanto, troppo strette per consentire anche il solo passaggio degli autobus.

Motocicli e ciclomotori

Per chi guida motocicli e ciclomotori potrebbe entrare in vigore l’obbligo non più solo del casco ma anche di “un abbigliamento tecnico protettivo omologato”. Inoltre per i motocicli con motore elettrico di potenza fino a 11 kW si potrebbe prevedere l’autorizzazione a circolare in autostrada.

Skateboard, monopattini e hoverboard

Per la prima volta si sta discutendo della necessità di normare all’interno del Codice della Strada anche l’uso di skateboard, monopattini e hoverboard. Il punto principale del dibattito riguarda il luogo in cui questi “mezzi” potranno circolare, molto probabilmente solo all’interno delle piste ciclabili.

Multe più salate per chi guida con lo smartphone

Una delle proposte di modifica del Codice della Strada che sta facendo più discutere riguarda sicuramente il divieto di utilizzare lo smartphone mentre si guida. Al momento il Codice vieta l’utilizzo di apparecchi radiotelefonici. La nuova proposta di legge punta a estendere il divieto anche a smartphone, computer portatili, notebook, tablet e dispositivi analoghi che comportino l’allontanamento delle mani dal volante anche solo per pochi secondi. Per comportamenti di questo tipo si pensa a un inasprimento delle multe dagli attuali 161 a 422 euro, la sospensione della patente e la perdita di 10 punti.

Si tratta però di misure eccessivamente pesanti che rischiano di andare a quasi esclusivo discapito dell’automobilista senza produrre alcun significativo miglioramento della sicurezza in strada. A dimostrarlo sono le statistiche ufficiali. Le multe date per tutte le violazioni dell’art. 173 del Codice della Strada, ossia quelle che comprendono l’uso del telefonino, sono infatti pari ad appena lo 0,36% del totale (61.929 multe). Una percentuale che, in pratica, equivale a zero considerato che l’uso del cellulare in auto è la violazione più frequente in Italia, ripetuta svariate volte al giorno dalla quasi totalità degli automobilisti. Stando ai dati Aci-Istat, se si prendono in riferimento tutte le multe comminate nel 2017 nei comuni capoluoghi di provincia dalla Polizia Municipale, su un totale di 17.690.524 infrazioni rilevate, quelle per l’uso del telefonino sono state appena 61.929. Ben il 79,55% delle multe, invece, sono state comminate per divieto di sosta  (art. 157 e 158 Cds, 3.199.604 multe, il 18,74%) e ztl (art. 7 Cds, 10.379.353, il 60,81%). Un’enormità rispetto a quelle fatte per le infrazioni realmente pericolose: per sorpassi (art. 148, 3.685 multe, lo 0,02%), per precedenze (art. 145, 20.488, lo 0,12%), per la distanza di sicurezza (art. 149, 4.727, lo 0,03%), per il semaforo rosso (art. 146, 336.804, l’1,97%), per guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti (art. 187, 853, lo 0,005%), per guida in stato di ebbrezza alcolica (art. 186, 4.941, lo 0,029%).

Alla luce di questi numeri è pertanto assolutamente inutile innalzare la sanzione per chi usa lo smartphone da 161 a 422 euro se poi, di fatto, non si viene mai multati. Per aumentare la sicurezza in strada l’unica soluzione è invertire questo rapporto, vigilando e sanzionando in modo più capillare quei comportamenti scorretti alla guida che sono realmente più pericolosi e che causano, purtroppo, il maggior numero di morti, feriti e incidenti nelle strade.  

Autore: Rocco Bellantone
Data: 26 febbraio 2019

L'immagine di un deumidificatore

Umidificatori, deumidificatori e condizionatori in casa: come regolarli?

Contro i malanni di stagione è importante limitare l’umidità degli ambienti regolando nel giusto modo umidificatori, deumidificatori e condizionatori, come abbiamo già spiegato in questo articolo. È una regola che vale soprattutto se si hanno dei bambini a casa.

Abbiamo chiesto qualche consiglio utile alla dottoressa Adima Lamborghini, componente del Comitato scientifico della FIMP, la Federazione italiana medici pediatri.

 

Troppa umidità in casa cosa può provocare?

Nel periodo invernale l’abbassarsi delle temperature favorisce la diffusione dei virus stagionali. In particolare, esistono degli standard stabiliti dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che precisano come livelli di umidità relativa maggiore al 50% incrementano il livello di acari della polvere, mentre valori maggiori al 60% favoriscono anche l’aumento di funghi e batteri. L’umidità relativa di un ambiente dipende, oltre che dalle condizioni esterne ambientali, dal microambiente domestico: isolamento, piccole perdite idriche, stato delle mura, numero delle persone conviventi. Essa, inoltre, può variare considerevolmente nell’arco della stessa giornata. Si calcola che nei Paesi occidentali una percentuale variabile tra il 10 e il 50% delle abitazioni sia caratterizzata da umidità eccessiva. Essa è associata a un maggiore rischio di sintomi respiratori, infezioni e riesacerbazioni dell’asma.

L'immagine di un deumidificatore

Quali sono i consigli da seguire per utilizzare correttamente umidificatori e deumidificatori?

L’utilizzo dei dispositivi per modificare l’umidità ambientale, sia che si tratti di umidificatori che di deumidificatori, deve essere regolato dal contemporaneo monitoraggio dell’umidità relativa attraverso l’uso dei misuratori. È molto importante prestare attenzione alla comparsa di muffe che indicano la presenza di eccessiva umidità all’interno di un ambiente. Queste muffe solitamente tendono a comparire nelle zone più fredde dove si forma la condensa.

Come ci si può proteggere dall’inquinamento domestico?

L’inquinamento domestico è la risultante di molti fattori, tra cui l’umidità eccessiva, la scarsa ventilazione e la crescita di acari e funghi, con una conseguente maggiore esposizione ad allergeni, tossine e irritanti. Soprattutto gli attacchi fungini sui materiali utilizzati per arredi e costruzioni ne aumentano la degradazione chimica e producono la liberazione di composti volatili organici, tra cui la formaldeide, costringendo spesso all’utilizzo – anche improprio – di altri composti chimici tra cui i pesticidi. Un’adeguata ventilazione rimuove e diluisce i contaminanti e l’umidità prodotti all’interno dell’ambiente e aumenta la variabilità della flora microbica presente internamente, contrastando l’eccessiva crescita di singole specie di germi.

Con l’arrivo delle stagioni più calde, come occorre utilizzare il condizionatore se si ha un bambino in casa?

Nella stagione calda l’umidità relativa elevata è un fattore negativo perché il processo di raffreddamento provoca la produzione di aria secca che, se non adeguatamente regolata, dà irritazione cutanea e delle mucose. Inoltre, in presenza di alte temperature l’acqua dispersa nell’aria aumenta di quantità. I sistemi di condizionamento provocano la formazione di condensa che precipita sui sistemi di raffreddamento. L’esposizione ai contaminanti indoor prodotti dalle attività domestiche e dai sistemi di ventilazione – con o senza condizionamento – può produrre una serie di sintomi di varia gravità, che vanno dalla percezione di odori sgradevoli fino a malattie vere e proprie – ad esempio la cosiddetta ‘malattia dei legionari’ – e che oggi vengono ricondotti a una sindrome detta della ‘sick building’. Soprattutto se si hanno bambini in casa, è necessario mantenere una buona disinfezione delle superfici che vengono a contatto con l’acqua, per il rischio di proliferazione di funghi e batteri, anche se questo espone all’immissione nell’aria delle sostanze ad azione disinfettante e di altri contaminanti, se non effettuata correttamente. È inoltre indispensabile assicurare un ricambio di aria che viene calcolato in almeno 20-25 l/sec per persona, per evitare l’insorgenza di sintomi di malessere. È poi opportuno non ridurre eccessivamente la temperatura, ma utilizzare soprattutto la funzione deumidificazione per evitare di ridurre eccessivamente il contenuto di acqua dell’aria dell’ambiente.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 19 febbraio 2019

L'immagine di un paio di scarpe in un negozio di abbigliamento

Abbigliamento e scarpe, scatta l’obbligo delle nuove etichette

L'immagine di un paio di scarpe in un negozio di abbigliamento

Capi di abbigliamento e calzature dovranno riportare obbligatoriamente indicazioni precise sulla provenienza e sulla composizione dei prodotti, pena una multa che può andare da un minimo di 3.000 euro a un massimo di 20.000 euro. A stabilirlo è una legge del gennaio del 2018, per la cui entrata in vigore i consumatori hanno però dovuto attendere un anno. Ecco quali sono gli obblighi previsti per negozianti, produttori e importatori

Cosa prevede la legge?

La legge prevede che capi di abbigliamento, accessori e calzature dovranno riportare indicazioni precise, scritte in italiano e per esteso su dove è stato realizzato un prodotto (con nome e indirizzo del produttore) e sulle materie prime con cui è stato realizzato. Di queste materie prime, in particolare, dovrà essere fornita la percentuale di utilizzo, ma non solo. Nel caso delle scarpe, infatti, nell’etichetta dovrà anche comparire una iconcina con le informazioni che riguardano le composizioni di tomaia, rivestimento, suola interna e suola esterna. Inoltre ogni negozio, sia che si tratti dell’attività di un piccolo commerciante che di un punto vendita di una catena della grande distribuzione, dovrà esporre una guida presentata in modo chiaro che spieghi ai clienti come leggere le etichette applicate sui prodotti in vetrina.

Perché è servito un anno per far entrare in vigore i nuovi obblighi?

La legge che introduce l’obbligo delle etichette sui capi di abbigliamento e sulle calzature esiste, come detto, già da un anno, da quando – a inizio gennaio 2018 – Ministero dello Sviluppo Economico ha emanato un decreto recependo una normativa europea in materia varata nel 2017. Da allora è stato però necessario risolvere una serie di problemi per adottare un sistema in grado di chiarire le responsabilità tra negozianti, produttori e importatori, attivare i controlli e definire le sanzioni da applicare.

Quali sanzioni sono previste?

I controlli vengono effettuati dalle autorità di vigilanza sulle etichette, vale a dire le Camere di Commercio, le Autorità delle Dogane e dei Monopoli. Sono dunque i funzionari di queste tre autorità a effettuare le ispezioni nei negozi. Nel caso in cui vengono riscontrate delle irregolarità sulle indicazioni apposte sui prodotti, le contestazioni vengono recapitate non ai negozianti – come era stato deciso inizialmente – ma direttamente ai produttori e agli importatori. Le multe vanno da un minimo di 3.000 euro a un massimo di 20.000 euro.

L’obbligo delle etichette vale anche per l’e-commerce?

Non sono esenti dai controlli e da possibili multe anche il mondo dell’e-commerce. Anche i portali di vendita su internet dovranno riportare in modo dettagliato le informazioni sulla provenienza e sulla composizione dei prodotti che vendono. Come spiegato nel regolamento europeo recepito dall’Italia (Regolamento Ue 1.007/2011), le indicazioni dovranno essere inserite nei cataloghi, nei prospetti, sugli imballaggi, sulle etichette e sui contrassegni. Le informazioni dovranno essere facilmente visibili, leggibili e chiare ed essere riportate con caratteri uniformi per quanto riguarda le dimensioni e lo stile.

Quali sono i vantaggi per i consumatori?

Con l’entrata in vigore di questa legge i consumatori potranno fare una comparazione più approfondita tra i prodotti, non avendo più come unico parametro di giudizio esclusivamente quello del prezzo ma anche quelli della provenienza e della composizione. A beneficiarne saranno soprattutto i prodotti di qualità e, nella fattispecie, quelli Made in Italy, considerato che da ora in avanti sarà chiaro se un capo di abbigliamento o una calzatura sono stati realizzati in Italia o se sono stati importati dall’estero. Altro aspetto da considerare riguardo infine il fatto che questa legge responsabilizza non solo produttori e importatori ma anche i negozianti. Stando alle ultime stime di FederModa, ad oggi solo il 33% delle imprese della distribuzione di abbigliamento e calzature in Italia hanno un sito internet, e di queste solo il 12% lo usa per proporre e finalizzare acquisti e non solo come vetrina. La nuova normativa impone adesso a queste realtà un aggiornamento sul web, in modo che le etichette dei prodotti che vendono siano facilmente visibili. Una maggiore trasparenza nei confronti dei consumatori dipenderà molto anche da come questi nuovi obblighi verranno osservati e fatti rispettare su internet. 

Autore: Rocco Bellantone
Data: 5 febbraio 2019

L'immagine di una confezione di sacchetti biodegradabili

Sacchetti biodegradabili, un anno dopo la norma restano tanti problemi irrisolti

L'immagine di una confezione di sacchetti biodegradabili

A un anno di distanza i sacchetti biodegradabili per l’acquisto di prodotti sfusi nei supermercati non hanno inciso sui comportamenti dei consumatori. A dirlo è una recente ricerca condotta dall’Istituto Nielsen. Dallo studio è emerso che il 97% degli italiani conosce sia la normativa con cui sono stati introdotti gli shopper biodegradabili e compostabili ultraleggeri (il decreto del 3 agosto 2017 n. 123, nel quale all’articolo 9-bis è stato aggiunto il recepimento della direttiva 2015/0720/Ue), sia che per utilizzarli per pesare e prezzare i prodotti sfusi nei punti vendita della distribuzione moderna è previsto un pagamento. Al contempo, però, l’indagine rivela che la normativa, tesa ridurre l’utilizzo di plastica, è stata recepita in due modi diametralmente opposti dai cosiddetti ‘alto-acquirenti’ e ‘basso-acquirenti’ di ortofrutta. Per i primi, ovvero per coloro che acquistano quantità sopra la media di prodotti nel comparto, i contenuti della normativa sono condivisibili in quanto incentivano comportamenti maggiormente rispettosi nei confronti dell’ambiente (all’interno di questa categoria lo pensa il 14% degli intervistati in più rispetto alla media degli italiani). Per i secondi, invece, l’introduzione dei sacchetti biodegradabili ha avuto come principale effetto l’aumento dei prezzi di frutta e verdura (7% in più rispetto alla media). Quest’ultima categoria, dunque, non si è fatta influenzare dallo ‘spirito ambientalista’ della normativa continuando a preferire i prodotti confezionati piuttosto che quelli sfusi perché più comodi e pratici.

Servono sacchetti più resistenti

I dati più interessanti della ricerca sono però altri due. Il primo è che nessuno dei due gruppi di acquirenti (alto-acquirenti e basso-acquirenti) ha dichiarato di aver cambiato le proprie abitudini di acquisto a seguito dell’introduzione dei sacchetti biodegradabili. Il secondo, invece, riguarda i player del settore. A loro il 69% degli intervistati chiede sacchetti bio più resistenti in modo da poter percorrere tragitti medi-lunghi con la spesa in mano senza il timore che la sporta si rompa. Inoltre il 64% suggerisce una diversificazione dei formati delle buste così da poterle riciclare e usarle a casa per la raccolta dei rifiuti organici.

Metà delle buste è fuori norma

Come dimostrato da questa ricerca, la legge che un anno fa ha introdotto i sacchetti biodegradabili per i prodotti sfusi nei supermercati non ha affatto risolto tutti i problemi del comparto. La criticità principale è connessa ai controlli, considerato il fatto che secondo le ultime stime di Assobioplastiche degli 80 milioni di chili di buste della spesa in circolazione circa la metà non è a norma.

Le nostre richieste

Quello segnalato da Assobioplastiche non è però l’unico problema da risolvere. Almeno altri due riguardano, infatti, direttamente i consumatori, costretti a pagare un extra per i sacchetti biodegradabili (tra 1 e 5 centesimi per quelli della grande distribuzione, fino a 10 centesimi nei piccoli esercizi). Insomma, una vera e propria tassa nonostante la direttiva Ue 2015/720, recepita dalla norma italiana, non prevede questo costo aggiuntivo. L’altro problema rimanda alle tante segnalazioni arrivate in questi mesi ai nostri sportelli di scontrini su cui è stato battuto automaticamente il sovraprezzo delle buste nonostante non fossero state utilizzate.

Qualcosa si è mosso nel marzo scorso quando una sentenza del Consiglio di Stato ha dichiarato che i sacchetti di plastica per frutta e verdura si possono portare da casa purché “idonei a preservare l’integrità della merce e rispondenti alla caratteristiche di legge”, dunque monouso, nuovi, adatti per gli alimenti e compostabili (vale a dire biodegradabili in 3 mesi). Questa decisione, però, non risolve il problema del rispetto della normativa sulla tara. Segno che c’è ancora molto da lavorare per trovare la giusta sintesi tra diminuzione della produzione di plastica, tutela dell’ambiente e del consumatore. Con quest’ultimo che, finora, in questa vicenda ha pagato il prezzo più caro. 

Autore: Rocco Bellantone
Data: 28 gennaio 2019

Smartphone, quali rischi per la salute?

smartphone

Una campagna informativa da realizzarsi entro il 16 luglio 2019 sui modi corretti di utilizzo dei telefoni cellulari e cordless. È quanto prevede una sentenza del Tar del Lazio che obbliga i ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Istruzione a informare i cittadini sui rischi di un uso improprio di questi dispositivi, “nonostante ad oggi le conoscenze scientifiche non dimostrino alcun nesso di causalità tra esposizione a radiofrequenze e patologie tumorali”. I giudici amministrativi hanno così accolto parzialmente il ricorso dell’Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog che aveva contestato l’immobilismo sul tema da parte dei dicasteri, ciascuno per il proprio ambito di competenza.

Gli obiettivi della campagna informativa

La campagna d’educazione e informazione ambientale, si legge nella sentenza del Tar del Lazio, sarà “rivolta all’intera popolazione” e avrà come oggetto “l’individuazione delle corrette modalità d’uso degli apparecchi di telefonia mobile (dunque, come detto, telefoni cellulari e cordless) e l’informazione dei rischi per la salute e per l’ambiente connessi a un uso improprio di tali apparecchi”. Nel predisporre la campagna i ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Istruzione dovranno avvalersi “dei mezzi di comunicazione più idonei ad assicurare una diffusione capillare delle informazioni in essa contenute”. Particolare attenzione deve essere rivolta soprattutto ai bambini, considerato che utilizzano lo smartphone in età sempre più precoce. Far capire ai genitori che una sovraesposizione dei loro figli a questi dispositivi fin da quando sono piccoli potrebbe nuocere alla loro salute e al loro regolare sviluppo, è uno dei compiti che si deve prefiggere la campagna.

Ma è vero che l’uso eccessivo di smartphone fa male alla salute?

Al netto della sentenza del Tar del Lazio, ad oggi non esistono prove scientifiche che dimostrino che un utilizzo oltre il dovuto degli smartphone sia connesso direttamente a un maggior rischio di contrarre tumori. In questo campo le ricerche delle massime organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali, comprese quelle portate avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono ancora in corso. Detto ciò, in Italia la questione è attenzionata dal Ministero della Salute almeno dal 2012, anno in cui il dicastero aveva confermato che non vi erano certezze sulla presenza di un nesso di causalità tra esposizione a radiofrequenze e patologie tumorali, specificando però che un collegamento non potesse essere del tutto escluso motivo per cui ci sarebbe stata continua sorveglianza sul tema. La campagna informativa che adesso viene imposta ai tre ministeri dal Tar del Lazio è un provvedimento che va pertanto interpretato in quella direzione.

Smartphone, qualche consiglio per usarlo correttamente

Ci sono alcuni semplici consigli da seguire per usare in modo corretto lo smartphone ogni giorno, evitando inutili utilizzi eccessivi di questo dispositivo. Quando si acquista uno smartphone è consigliabile scegliere dispositivi con un basso Tas (in inglese Sar), la sigla che indica il livello delle emissioni elettromagnetiche. Se si è a casa o in ufficio meglio usare il telefono fisso in quanto in ambienti chiusi il cellulare aumenta la potenza di emissione. Utilizzare sempre l’auricolare o il vivavoce per limitare gli effetti delle onde elettromagnetiche del dispositivo sul cervello. Se non si hanno degli auricolari a portata di mano, è bene evitare chiamate lunghe e, se necessario, alternare un orecchio con l’altro durante la conversazione. Le chiamate vanno effettuate solo c’è pieno campo, altrimenti il cellulare aumenta la sua potenza di emissione per riuscire a garantire la chiamata. Quando si dorme lo smartphone non va né tenuto né caricato vicino al letto. Mentre di giorno va tenuto il più possibile lontano dal proprio corpo: dunque non in tasca, ma sul tavolo se si è a casa o in ufficio, oppure nello zaino o in borsa se si è in movimento. Ci sono poi dei luoghi specifici in cui è sempre meglio spegnere il cellulare, come quando si è in ospedale o di fronte a persone con pacemaker e apparecchi acustici: in questo modo le onde del dispositivo non potranno interferire con le apparecchiature elettromedicali. Le donne in gravidanza sono molto più ricettive all’elettromagnetismo, motivo per cui è bene che evitino l’uso eccessivo degli smartphone. Capitolo a parte meritano, infine, i bambini. A scuola, come noto, l’utilizzo dello smartphone è vietato per legge. Se viene concesso ai più piccoli l’utilizzo del telefonino quando non sono a casa, i genitori devono attivare i filtri di sicurezza dedicati e raccomandare loro di usarlo solo per le chiamate di emergenza.

Leggi anche USARE IL CELLULARE FA MALE AL CERVELLO? IL PARERE DELL’ESPERTO

Autore: Rocco Bellantone
Data: 22 gennaio 2019

Carta di credito clonata: 10 consigli per non farsi truffare

Per quanto possano essere considerati “sicuri”, i pagamenti con carta di credito e bancomat rimangono esposti a rischi, e ciò vale sia se si fanno acquisti on line sia se si fa la spesa al supermercato o si compra un prodotto in un negozio. Gli episodi di carte clonate purtroppo sono diffusissimi e le precauzioni basilari da seguire, come ad esempio stare attenti a non essere osservati quando si fa un prelievo allo sportello della propria banca, non sono sufficienti.

Ecco dieci consigli utili per evitare di incappare in questo genere di truffa e “limitare i danni” se si è già stati truffati.

1) Fare attenzione quando si fa un prelievo

Quando si fa un prelievo di contanti allo sportello occorre fare attenzione a non essere osservati e a coprire la tastiera quando si digita il codice PIN della carta. Ma non solo. È infatti consigliabile accertarsi che sullo sportello non siano collocati skimmer – ossia dei piccoli dispositivi elettronici che vengono inseriti nei bancomat per clonare le carte di pagamento e rubare i dati del codice segreto – e che nei pressi dello sportello non siano installate micro-telecamere. Inoltre, è bene stracciare la ricevuta del prelievo prima di buttarla nel cestino poiché vi sono riportati due dati sensibili, vale a dire il numero della carta di credito e la sua data di scadenza. Infine, è importante non conservare il PIN insieme alla carta di credito.

2) Controllare periodicamente l’estratto conto

La clonazione della carta di credito e del bancomat è un fenomeno molto insidioso perché solitamente il titolare della carta non si accorge immediatamente di aver subito una truffa. Per questo motivo occorre predisporre un controllo periodico dei movimenti e attivare servizi di notifica sms per ogni operazione, in modo da poter prendere subito precauzioni in caso di operazioni anomale.

3) Conservare gli scontrini di prelievi e pagamenti

Può essere utile conservare le ricevute per controllare l’estratto conto e riconoscere più agevolmente spese sospette.

4) Bloccare la carta di credito

Se guardando l’estratto conto si visualizza una transazione “sospetta” o della quale non ci si ricorda, la prima cosa da fare è bloccare la carta. Solo così si potranno evitare ulteriori addebiti. Per effettuare il blocco occorre chiamare il numero di telefono preposto della banca o dell’istituto che ha emesso la carta. Solitamente, si tratta di un numero verde di emergenza disponibile 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Se questo numero non è stato registrato nella rubrica del cellulare, lo si può cercare su Internet cliccando poche parole chiave, come “numero verde” e “bloccare carta di credito” oltre al nome della banca.

5) Presentare la denuncia ai carabinieri o alla polizia

Dopo aver bloccato la carta di credito, la seconda cosa da fare è sporgere denuncia presso la più vicina stazione dei carabinieri o della polizia. Si tratta di un passaggio fondamentale, perché saranno le autorità a fornire la copia della denuncia che poi l’utente truffato dovrà allegare alla documentazione necessaria per chiedere alla sua banca il rimborso della cifra che gli è stata sottratta illecitamente­.

6) Quando si ha diritto a chiedere il rimborso?

L’utente a cui è stata clonata la carta ha diritto a chiedere il rimborso alla sua banca (o al circuito della carta di credito) e a ottenere la restituzione della cifra che gli è stata sottratta, ma solo a tre condizioni: deve aver custodito con attenzione la carta che gli è stata clonata; deve aver bloccato la carta appena ha notato transazioni sospette sull’estratto conto; se ricevuta dalla sua banca notifica via sms di una transazione, ha provveduto a contestarla immediatamente.

7) Come si presenta la domanda di rimborso?

La domanda di rimborso, corredata dalla copia della denuncia presentata ai carabinieri o alla polizia, da copia dell’estratto conto e da copia fronte e retro della carta clonata tagliata in due, dovrà essere inviata entro sessanta giorni dal furto alla propria banca (o al circuito emittente la carta di credito) con lettera raccomandata con ricevuta di ritorno. La banca (o il circuito della carta di credito) sono obbligati alla restituzione della cifra non autorizzata. Nel caso in cui la banca disponga di una copertura assicurativa, è più facile ottenere la restituzione del denaro, ma anche in caso contrario e di fronte al rifiuto della banca si consiglia di insistere nella richiesta, eventualmente coinvolgendo la nostra organizzazione. Per i consumatori che avessero bisogno di assistenza nel contenzioso con la banca e l’attivazione della pratica di rimborso, possono rivolgersi ai nostri esperti, attraverso lo sportello Banche sul nostro sito.

8) Più tutele con la nuova normativa UE

Dal 13 gennaio 2018, con l’entrata in vigore di una nuova normativa europea che pone fine ai sovraprezzi sui pagamenti con carta di credito, bancomat e bonifici, i consumatori dei Paesi membri sono maggiormente tutelati nel caso di frode, furto, clonazione o smarrimento della carta e acquisto non autorizzato. Fino ad oggi il possessore della carta rubata o clonata veniva considerato responsabile dei primi 150 euro spesi in operazioni da lui non riconosciute ed effettuate prima della sua denuncia. Dal 13 gennaio 2018 la franchigia è di 50 euro. Per gli acquisti on line, la responsabilità è invece zero se la banca non ha richiesto un controllo di identità.

9) Acquisti on line: le precauzioni da seguire

Quando si fanno acquisti su Internet, occorre sempre verificare l’attendibilità dei siti di e-commerce e dei venditori (leggendo le recensioni pubblicate dagli utenti) e accertarsi che questi siti utilizzino il protocollo HTTPS (HyperText Transfer Protocol over Secure Socket Layer) riconoscibile dalla presenza di un lucchetto serrato nella barra degli indirizzi del browser usato. Gli acquisti vanno fatti usando dispositivi considerati sicuri e reti Wi-Fi non pubbliche ma private. È preferibile pagare con carta di credito o paypal e non comunicare mai i riferimenti o altri dati personali per email. Inoltre, è bene diffidare dalle email sospette, come quelle che chiedono di reimpostare la password d’accesso ai servizi di home banking o ai social network (si tratta del fenomeno molto diffuso del phishing).

10) Acquisti nei negozi: come comportarsi

Nel caso in cui si effettua un acquisto in un negozio con carta, è bene recarsi sempre personalmente alla cassa, evitando dunque di demandare il compito a uno sconosciuto (ad esempio un cameriere se si è al ristorante o l’addetto alla pompa di benzina se si sta facendo rifornimento di carburante). È inoltre consigliabile utilizzare sia carte prepagate (ad esempio HYPE, PostePay o PayPal) che non sono collegate a un conto corrente, sia sistemi di pagamento smart che utilizzano la tecnologia NFC, un sistema che permette di usare lo smartphone per effettuare pagamenti con carta di credito.

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Autore: Rocco Bellantone
Data: 15 gennaio 2019

Scheda carburante addio: si passa alla fatturazione elettronica

Scheda carburante addio: si passa alla fatturazione elettronica

A partire dal primo gennaio 2019 per l’acquisto di benzina e gasolio i titolari di partita Iva e le aziende non potranno più usare la scheda carburante ma dovranno adeguarsi al nuovo regime della fatturazione elettronica. È quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2018 (art.1, comma 920, L.205/2017), un provvedimento varato dal passato governo per prevenire e contrastare più efficacemente l’evasione fiscale e le frodi dell’Iva. Dal 10 luglio del 2018 per detrarre l’Iva e dedurre il costo sugli acquisti di carburanti era già necessario che il pagamento avvenisse sempre con mezzi tracciabili, dunque tramite carte di credito, di debito e prepagate. Dal primo gennaio di quest’anno, invece, la scheda carburante va definitivamente in pensione per essere sostituita dalle fatture elettroniche. L’obbligo non riguarda però i consumatori che non posseggono partita Iva, i quali potranno continuare ad acquistare carburante anche pagando in contanti e non dovranno richiedere la fatturazione elettronica.

Le novità

Nella fattura elettronica non sono indicati espliciti riferimenti sul veicolo al quale si sta facendo il pieno, vale a dire marca, targa e modello. Il possessore del veicolo, titolare di partita Iva, dovrà soltanto comunicare i propri dati fiscali e il proprio indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC) al quale verrà recapitata la fattura elettronica. Nel caso in cui dovesse essere effettuato più di acquisto in un’area di servizio, la fattura dovrà documentare tutte le spese oltre al rifornimento di carburante. Nel caso in cui dovessero essere effettuati più acquisti nella stessa area di servizio durante lo stesso mese, cliente e benzinaio possono accordarsi per l’emissione di un’unica fattura elettronica cumulativa entro il quindicesimo giorno del mese successivo. In generale, come in passato rimane fondamentale conservare gli scontrini rilasciati sia dall’operatore del distributore che da un’attrezzatura automatica.

Le percentuali di deducibilità dell’Iva sull’acquisto di carburante

In base alla norma vigente, società e ditte individuali per autocarri (a partire dai 35 quintali) e per veicoli strumentali all’attività svolta possono dedurre e detrarre totalmente l’Iva sull’acquisto di carburante. La detrazione è pari al 40% negli altri casi. È dell’80% nel caso di agenti e rappresentanti di commercio, del 70% se il veicolo è affidato a un dipendente della società, del 20% per i liberi professionisti e per le ditte individuali.

Le opzioni

Per offrire più opzioni a ditte e titolari di partita Iva, le società che gestiscono i distributori di carburante hanno puntato su diversi servizi. Uno di questi è il Qr code: può essere stampato o memorizzato sullo smartphone dal titolare di partita Iva, viene attivato su richiesta dall’Agenzia delle Entrate e consente al distributore di acquisire tutti i dati in pochi secondi al momento del pagamento. È un sistema innovativo, anche se per legge i distributori non hanno l’obbligo di essere muniti di lettore di Qr code. Un’altra opzione è quella delle carte petrolifere. Permettono l’acquisto di carburante, sono disponibili sia in versione classica che prepagata e consentono di ricevere in automatico la fatturazione elettronica. Ci sono poi app che consentono di avere saldato sul proprio smartphone il conto del rifornimento. I dati necessari per gestire la fatturazione elettronica vengono inseriti nell’applicazione al momento della registrazione e per i rifornimenti successivi vengono utilizzati in automatico. In questo modo si evita così di fornire i propri dati al benzinaio per ogni pieno, una pratica che comporta sempre dei rischi.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 14 gennaio 2019