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Carta di credito clonata: 10 consigli per non farsi truffare

Per quanto possano essere considerati “sicuri”, i pagamenti con carta di credito e bancomat rimangono esposti a rischi, e ciò vale sia se si fanno acquisti on line sia se si fa la spesa al supermercato o si compra un prodotto in un negozio. Gli episodi di carte clonate purtroppo sono diffusissimi e le precauzioni basilari da seguire, come ad esempio stare attenti a non essere osservati quando si fa un prelievo allo sportello della propria banca, non sono sufficienti.

Ecco dieci consigli utili per evitare di incappare in questo genere di truffa e “limitare i danni” se si è già stati truffati.

1) Fare attenzione quando si fa un prelievo

Quando si fa un prelievo di contanti allo sportello occorre fare attenzione a non essere osservati e a coprire la tastiera quando si digita il codice PIN della carta. Ma non solo. È infatti consigliabile accertarsi che sullo sportello non siano collocati skimmer – ossia dei piccoli dispositivi elettronici che vengono inseriti nei bancomat per clonare le carte di pagamento e rubare i dati del codice segreto – e che nei pressi dello sportello non siano installate micro-telecamere. Inoltre, è bene stracciare la ricevuta del prelievo prima di buttarla nel cestino poiché vi sono riportati due dati sensibili, vale a dire il numero della carta di credito e la sua data di scadenza. Infine, è importante non conservare il PIN insieme alla carta di credito.

2) Controllare periodicamente l’estratto conto

La clonazione della carta di credito e del bancomat è un fenomeno molto insidioso perché solitamente il titolare della carta non si accorge immediatamente di aver subito una truffa. Per questo motivo occorre predisporre un controllo periodico dei movimenti e attivare servizi di notifica sms per ogni operazione, in modo da poter prendere subito precauzioni in caso di operazioni anomale.

3) Conservare gli scontrini di prelievi e pagamenti

Può essere utile conservare le ricevute per controllare l’estratto conto e riconoscere più agevolmente spese sospette.

4) Bloccare la carta di credito

Se guardando l’estratto conto si visualizza una transazione “sospetta” o della quale non ci si ricorda, la prima cosa da fare è bloccare la carta. Solo così si potranno evitare ulteriori addebiti. Per effettuare il blocco occorre chiamare il numero di telefono preposto della banca o dell’istituto che ha emesso la carta. Solitamente, si tratta di un numero verde di emergenza disponibile 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Se questo numero non è stato registrato nella rubrica del cellulare, lo si può cercare su Internet cliccando poche parole chiave, come “numero verde” e “bloccare carta di credito” oltre al nome della banca.

5) Presentare la denuncia ai carabinieri o alla polizia

Dopo aver bloccato la carta di credito, la seconda cosa da fare è sporgere denuncia presso la più vicina stazione dei carabinieri o della polizia. Si tratta di un passaggio fondamentale, perché saranno le autorità a fornire la copia della denuncia che poi l’utente truffato dovrà allegare alla documentazione necessaria per chiedere alla sua banca il rimborso della cifra che gli è stata sottratta illecitamente­.

6) Quando si ha diritto a chiedere il rimborso?

L’utente a cui è stata clonata la carta ha diritto a chiedere il rimborso alla sua banca (o al circuito della carta di credito) e a ottenere la restituzione della cifra che gli è stata sottratta, ma solo a tre condizioni: deve aver custodito con attenzione la carta che gli è stata clonata; deve aver bloccato la carta appena ha notato transazioni sospette sull’estratto conto; se ricevuta dalla sua banca notifica via sms di una transazione, ha provveduto a contestarla immediatamente.

7) Come si presenta la domanda di rimborso?

La domanda di rimborso, corredata dalla copia della denuncia presentata ai carabinieri o alla polizia, da copia dell’estratto conto e da copia fronte e retro della carta clonata tagliata in due, dovrà essere inviata entro sessanta giorni dal furto alla propria banca (o al circuito emittente la carta di credito) con lettera raccomandata con ricevuta di ritorno. La banca (o il circuito della carta di credito) sono obbligati alla restituzione della cifra non autorizzata. Nel caso in cui la banca disponga di una copertura assicurativa, è più facile ottenere la restituzione del denaro, ma anche in caso contrario e di fronte al rifiuto della banca si consiglia di insistere nella richiesta, eventualmente coinvolgendo la nostra organizzazione. Per i consumatori che avessero bisogno di assistenza nel contenzioso con la banca e l’attivazione della pratica di rimborso, possono rivolgersi ai nostri esperti, attraverso lo sportello Banche sul nostro sito.

8) Più tutele con la nuova normativa UE

Dal 13 gennaio 2018, con l’entrata in vigore di una nuova normativa europea che pone fine ai sovraprezzi sui pagamenti con carta di credito, bancomat e bonifici, i consumatori dei Paesi membri sono maggiormente tutelati nel caso di frode, furto, clonazione o smarrimento della carta e acquisto non autorizzato. Fino ad oggi il possessore della carta rubata o clonata veniva considerato responsabile dei primi 150 euro spesi in operazioni da lui non riconosciute ed effettuate prima della sua denuncia. Dal 13 gennaio 2018 la franchigia è di 50 euro. Per gli acquisti on line, la responsabilità è invece zero se la banca non ha richiesto un controllo di identità.

9) Acquisti on line: le precauzioni da seguire

Quando si fanno acquisti su Internet, occorre sempre verificare l’attendibilità dei siti di e-commerce e dei venditori (leggendo le recensioni pubblicate dagli utenti) e accertarsi che questi siti utilizzino il protocollo HTTPS (HyperText Transfer Protocol over Secure Socket Layer) riconoscibile dalla presenza di un lucchetto serrato nella barra degli indirizzi del browser usato. Gli acquisti vanno fatti usando dispositivi considerati sicuri e reti Wi-Fi non pubbliche ma private. È preferibile pagare con carta di credito o paypal e non comunicare mai i riferimenti o altri dati personali per email. Inoltre, è bene diffidare dalle email sospette, come quelle che chiedono di reimpostare la password d’accesso ai servizi di home banking o ai social network (si tratta del fenomeno molto diffuso del phishing).

10) Acquisti nei negozi: come comportarsi

Nel caso in cui si effettua un acquisto in un negozio con carta, è bene recarsi sempre personalmente alla cassa, evitando dunque di demandare il compito a uno sconosciuto (ad esempio un cameriere se si è al ristorante o l’addetto alla pompa di benzina se si sta facendo rifornimento di carburante). È inoltre consigliabile utilizzare sia carte prepagate (ad esempio HYPE, PostePay o PayPal) che non sono collegate a un conto corrente, sia sistemi di pagamento smart che utilizzano la tecnologia NFC, un sistema che permette di usare lo smartphone per effettuare pagamenti con carta di credito.

SE HAI BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO, SCRIVICI ALLO SPORTELLO BANCHE

Autore: Rocco Bellantone
Data: 15 gennaio 2019

Scheda carburante addio: si passa alla fatturazione elettronica

Scheda carburante addio: si passa alla fatturazione elettronica

A partire dal primo gennaio 2019 per l’acquisto di benzina e gasolio i titolari di partita Iva e le aziende non potranno più usare la scheda carburante ma dovranno adeguarsi al nuovo regime della fatturazione elettronica. È quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2018 (art.1, comma 920, L.205/2017), un provvedimento varato dal passato governo per prevenire e contrastare più efficacemente l’evasione fiscale e le frodi dell’Iva. Dal 10 luglio del 2018 per detrarre l’Iva e dedurre il costo sugli acquisti di carburanti era già necessario che il pagamento avvenisse sempre con mezzi tracciabili, dunque tramite carte di credito, di debito e prepagate. Dal primo gennaio di quest’anno, invece, la scheda carburante va definitivamente in pensione per essere sostituita dalle fatture elettroniche. L’obbligo non riguarda però i consumatori che non posseggono partita Iva, i quali potranno continuare ad acquistare carburante anche pagando in contanti e non dovranno richiedere la fatturazione elettronica.

Le novità

Nella fattura elettronica non sono indicati espliciti riferimenti sul veicolo al quale si sta facendo il pieno, vale a dire marca, targa e modello. Il possessore del veicolo, titolare di partita Iva, dovrà soltanto comunicare i propri dati fiscali e il proprio indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC) al quale verrà recapitata la fattura elettronica. Nel caso in cui dovesse essere effettuato più di acquisto in un’area di servizio, la fattura dovrà documentare tutte le spese oltre al rifornimento di carburante. Nel caso in cui dovessero essere effettuati più acquisti nella stessa area di servizio durante lo stesso mese, cliente e benzinaio possono accordarsi per l’emissione di un’unica fattura elettronica cumulativa entro il quindicesimo giorno del mese successivo. In generale, come in passato rimane fondamentale conservare gli scontrini rilasciati sia dall’operatore del distributore che da un’attrezzatura automatica.

Le percentuali di deducibilità dell’Iva sull’acquisto di carburante

In base alla norma vigente, società e ditte individuali per autocarri (a partire dai 35 quintali) e per veicoli strumentali all’attività svolta possono dedurre e detrarre totalmente l’Iva sull’acquisto di carburante. La detrazione è pari al 40% negli altri casi. È dell’80% nel caso di agenti e rappresentanti di commercio, del 70% se il veicolo è affidato a un dipendente della società, del 20% per i liberi professionisti e per le ditte individuali.

Le opzioni

Per offrire più opzioni a ditte e titolari di partita Iva, le società che gestiscono i distributori di carburante hanno puntato su diversi servizi. Uno di questi è il Qr code: può essere stampato o memorizzato sullo smartphone dal titolare di partita Iva, viene attivato su richiesta dall’Agenzia delle Entrate e consente al distributore di acquisire tutti i dati in pochi secondi al momento del pagamento. È un sistema innovativo, anche se per legge i distributori non hanno l’obbligo di essere muniti di lettore di Qr code. Un’altra opzione è quella delle carte petrolifere. Permettono l’acquisto di carburante, sono disponibili sia in versione classica che prepagata e consentono di ricevere in automatico la fatturazione elettronica. Ci sono poi app che consentono di avere saldato sul proprio smartphone il conto del rifornimento. I dati necessari per gestire la fatturazione elettronica vengono inseriti nell’applicazione al momento della registrazione e per i rifornimenti successivi vengono utilizzati in automatico. In questo modo si evita così di fornire i propri dati al benzinaio per ogni pieno, una pratica che comporta sempre dei rischi.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 14 gennaio 2019

Legge “antisprechi”: intervista all’on. Maria Chiara Gadda

Vale 12 miliardi di euro ogni anno lo spreco alimentare in Italia. A dirlo sono gli ultimi numeri diffusi dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Per abbattere questa montagna di scarti, prodotti per circa il 50% tra le mura domestiche, l’Italia si è dotata di una legge ad hoc, la n. 166/2016.

Gadda

L’onorevole Maria Chiara Gadda

Onorevole Gadda, da quali esigenze nasce questa legge?

Trasformare lo spreco in una opportunità e ridare valore ai prodotti in eccedenza, a partire dal cibo. Recuperare significa dare nuova vita a beni assolutamente utilizzabili, e questo ha un impatto ambientale, economico e sociale, a partire dal contrasto alla povertà. La norma fornisce un quadro normativo su tutto ciò che riguarda la donazione di beni in materia di fiscalità, rispetto delle prassi igienico-sanitarie, responsabilità civile. In sintesi, chiarisce chi può fare cosa, e con quale responsabilità. Con l’approvazione della legge di bilancio 2018 il suo ambito di applicazione è stato ampliato: oltre a farmaci e alimenti, da oggi sarà possibile donare anche prodotti per l’igiene personale e della casa e la cancelleria.

È possibile tracciare un primo bilancio dei risultati ottenuti finora?

Questa legge ha avuto anche un forte impatto culturale e oggi finalmente si parla di questi temi. Le donazioni di cibo sono aumentate in qualità e quantità. È in crescita il numero dei donatori, degli enti del terzo settore impegnati e si è registrato un +20% sulla media nazionale con numeri molto elevati al Nord, mentre al Sud si è attivato un percorso che in passato stentava a decollare. La legge interviene in tutti i luoghi in cui si genera eccedenza all’interno della filiera agro-alimentare.

In questo processo virtuoso quanto conta il concetto di rete?

Perché questa legge funzioni è necessario il gioco di squadra di tutta la filiera del dono: le istituzioni pubbliche e gli enti locali, le imprese, il terzo settore, gli ordini professionali e tutti quei soggetti che possono contribuire alla divulgazione di questa iniziativa, come i media, gli insegnanti e, ovviamente, le associazioni dei consumatori.

È in quest’ottica che si sviluppano progetti come LIFE-Food.Waste.StandUp, di cui è promotrice anche l’UNC. Come valuta questa iniziativa?

L’UNC ha un ruolo fondamentale dal punto di vista culturale per informare, formare ed educare i cittadini sull’uso consapevole delle risorse e sul tema degli sprechi, buona parte dei quali viene prodotta proprio nelle nostre case. Ciò è dovuto spesso a errate abitudini di acquisto, consumo e conservazione dei prodotti. Ad esempio, molte persone non conoscono la differenza tra data di scadenza e termine minimo di conservazione. Con questa legge viene assegnato un ruolo chiave all’eccedenza prima che diventi rifiuto, quindi a prodotti che sono buoni, sani e consumabili, ma che non sono più commercializzati per carenza di domanda o per difetti nel confezionamento che non ne pregiudicano la salubrità. Partendo da questa consapevolezza ognuno può contribuire a rendere l’economia del Paese realmente circolare, sostenibile sul piano ambientale e sociale.

Data: 11 gennaio 2019
Autore: Rocco Bellantone

Cotton fioc, stop a quelli in plastica e non biodegradabili

Immagine di cotton fioc in plastica

Stop ai cotton fioc in plastica e non biodegradabili. Dal primo gennaio di quest’anno in Italia i bastoncini per la pulizia delle orecchie non potranno più essere né prodotti né messi in commercio. Saranno sostituiti da cotton fioc realizzati con materiale biodegradabile e compostabile. Cambiano anche le confezioni che dovranno riportare in modo ben visibile l’esplicito divieto di buttare questi prodotti nel wc e indicare il modo corretto per smaltirli. La novità viene introdotta in base a quanto previsto in un emendamento inserito nella legge di Bilancio per il 2018 firmato da Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera nella scorsa legislatura.

Un passo avanti per la difesa dell’ambiente

L’entrata in vigore di questo divieto consentirà di porre un argine alla dispersione di cotton fioc nell’ambiente. Un’emergenza non di poco conto, considerato che in base ai dati pubblicati dall’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), i bastoncini rappresentano circa il 4% dei rifiuti censiti sulle spiagge europee. La maggiore concentrazione è stata riscontrata nelle spiagge affacciate sul Mar Mediterraneo, il 5,2%, valore superiore rispetto a quelli registrati sulle spiagge dell’Oceano Atlantico nord-orientale (4,6%), del Mar Baltico (0,75%) e del Mar Nero (0,49%).

L’emergenza riguarda dunque direttamente anche l’Italia, come hanno dimostrato i monitoraggi e le attività di pulizia delle spiagge condotti negli ultimi anni dai volontari di Legambiente. Negli ultimi cinque anni l’associazione ambientalista ha monitorato 245 spiagge, censendo 162.936 rifiuti, di cui il 9% è rappresentato proprio dai cotton fioc (14.342), una media di 60 bastoncini di plastica per ogni spiaggia. Ma non solo. Secondo quanto emerso dall’indagine ‘Beach Litter 2018’, condotta sempre da Legambiente, i cotton fioc sono al terzo posto della top ten dei rifiuti spiaggiati, pari al 7,8% del totale di quelli trovati. Ciò significa che ogni 2 metri di sabbia si raccoglie un bastoncino per la pulizia delle orecchie.

Questa enorme quantità di cotton fioc usati rivenute sulle nostre spiagge dipende principalmente da due fattori. Il primo rimanda alla cattiva gestione dei rifiuti solidi urbani e all’inefficienza dei sistemi di depurazione. Il secondo riconduce, invece, alla diseducazione delle persone. Se questi rifiuti dalle nostre case arrivano in riva al mare è infatti perché siamo noi a buttare i bastoncini nel wc dopo averli usati. A ciò va aggiunto anche un altro elemento di criticità, vale a dire i lunghissimi tempi di degradazione di questi prodotti, stimati dall’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) in 10-30 anni.

Dal 2020 stop anche ai prodotti con microplastiche

La stessa norma che ha introdotto il divieto ai cotton fioc in plastica e non biodegradabili prevede anche lo stop, dal primo gennaio del 2020, al commercio dei prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche. Quest’ultime sono le particelle di plastica grandi non oltre i 5 millimetri. A prima vista sembrerebbero dei rifiuti ‘innocui’, ma in realtà le microplastiche sono disperse nell’ambiente in grandissime quantità, e venendo ingerite soprattutto dalla fauna marina (ad esempio pesci e molluschi che finiscono sulle nostre tavole) rischiano di creare degli scompensi anche alla nostra catena alimentare. Per le violazioni al divieto sulle microplastiche sono previsti controlli e sanzioni pecuniarie dai 2.500 fino a 100mila euro. In caso di recidiva c’è la sospensione dell’attività produttiva di almeno un anno.

Cosa possiamo fare di più per l’ambiente

Prevenire la dispersione nell’ambiente di questo genere di rifiuti è possibile. Ogni cittadino può fare la sua parte usando il cestino piuttosto che lo scarico dei servizi igienici per smaltirli. A ciò va aggiunto l’impegno costante da parte dell’istituzioni e di associazioni da sempre in prima linea per la tutela dell’ambiente, come Legambiente, affinché con una maggiore informazione si aumenti la sensibilità delle persone verso questi temi. A tale scopo Legambiente ha rilanciato la campagna #NoRifiutinelWC per stimolare il cambio di abitudini da parte dei cittadini e invitato tutti a segnalare confezioni o cotton fioc ‘sospetti’.

Anche la nostra associazione si è impegnata per sensibilizzare i consumatori alla riduzione della plastica: l’estate scorsa abbiamo lanciato la campagna #nientecannuccia per dire basta all’utilizzo delle cannucce in commercio fatte di polipropilene, plastica di bassa qualità e non biodegradabile. Chissà se nei prossimi mesi riusciremo a ottenere la diffusione di cannucce di carta o bambù.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 8 gennaio 2019

Dal 31 dicembre 2018 modem libero per tutti

Modem libero per tutti dal 31 dicembre 2018. L’ultimo giorno del 2018 è infatti entrata in vigore la delibera con cui Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ha stabilito che tutti gli utenti hanno il diritto di poter scegliere quale modem utilizzare per la connessione a internet, a prescindere dalla soluzione proposta dall’operatore telefonico da cui sono serviti. Per i nuovi contratti questo diritto vale già dal 1 dicembre 2018, mentre per i contratti che erano già stati stipulati prima di questa data si è dovuto attendere il 31 dicembre. I consumatori che hanno già un contratto in essere, e intendono dotarsi autonomamente di un modem, non devono preoccuparsi: possono infatti chiedere e ottenere dall’operatore la rescissione gratuita del contratto, senza penali per il modem che dovrà essere restituito.

Cosa dice la delibera di Agcom

La delibera di Agcom che spiana la strada al modem libero in Italia è la 348/18/CONS, con la quale il nostro Paese si uniforma alla direttiva europea n. 2015/2120, emanata nel 2016. Il Regolamento Ue dice che nel vendere l’allaccio a internet le compagnie telefoniche non devono fornire obbligatoriamente anche il modem (in acquisto o in noleggio), ma devono lasciare che questa scelta spetti al consumatore. “Gli utenti finali – spiega chiaramente il Regolamento – hanno il diritto di […] utilizzare apparecchiature terminali di loro scelta (modem o router, ndr), indipendentemente dalla sede dell’utente finale o del fornitore o dalla localizzazione, dall’origine o dalla destinazione delle informazioni, dei contenuti, delle applicazioni o del servizio, tramite il servizio di accesso a internet”. Ciò significa che i consumatori nel momento in cui optano per una tariffa proposta da una compagnia telefonica, non hanno l’obbligo di comprare o prendere in comodato d’uso il modem proposto dall’operatore, ma possono decidere di comprarlo autonomamente andando, ad esempio, in un negozio di fiducia. Con la delibera 348/18/CONS l’Agcom conferma questo diritto degli utenti, specificando che qualora dovessero fare questa scelta ovviamente spetterebbero a loro i costi di installazione e manutenzione del modem.

Quali sono i doveri degli operatori

Dal canto loro gli operatori, sempre secondo la delibera di Agcom, non possono né “rifiutare di collegare apparecchiature terminali alla rete se l’apparecchiatura scelta dall’utente soddisfa i requisiti di base previsti dalla normativa europea e nazionale, né imporre all’utente finale oneri aggiuntivi o ritardi ingiustificati, ovvero inibire l’utilizzo o discriminare la qualità dei singoli servizi inclusi nell’offerta, in caso di collegamento a un modem di propria scelta”. Ma non solo. Gli operatori, infatti, devono inoltre assicurare la diffusione di informazioni utili sulle specifiche e i parametri che il cliente deve seguire per accedere alla loro rete internet e configurare il modem o il router che ha acquistato da altri canali. Inoltre, nel caso in cui gli operatori promuovano servizi integrati di accesso a Internet e/o di connessione alla rete tramite offerte in abbinamento con l’apparecchiatura, devono rispondere a due obblighi: separare – anche nei documenti di fatturazione – il costo dell’apparecchio da quello di installazione e manutenzione e assistenza; mettere a disposizione un’offerta alternativa che non includa la fornitura dell’apparecchio.

Lo scontro tra Agcom e gli operatori telefonici

Nei mesi scorsi la delibera di Agcom era stata impugnata dalle principali società telefoniche che operano in Italia: Tim, Fastweb, Vodafone e Wind Tre. Tim ha fatto ricorso al Tar del Lazio chiedendone la sospensione, ma la sua richiesta è stata respinta. Successivamente anche Fastweb e Vodafone hanno tentato il ricorso al Tar. A oggi sembra che sia Tim che Fastweb si stiano adeguando al nuovo corso, mentre non è del tutto chiaro cosa faranno Vodafone e Wind Tre.

Qualche consiglio utile da ricordare

Dunque, se siete in procinto di attivare internet a casa o di passare a una nuova tariffa che ritenete più vantaggiosa, prestate molta attenzione al contratto che vi propongono le compagnie telefoniche. Sia che si tratti di Adsl che di fibra ottica, prima di firmare accertatevi non solo dei prezzi ma anche delle condizioni che riguardano l’acquisto o il noleggio del modem. In Italia, però, sono pochi i casi in cui quanto previsto dal Regolamento europeo viene seguito alla lettera. Accade molto più spesso, invece, che la scelta a cui ha diritto il consumatore si trasformi automaticamente nell’obbligo di acquistare o prendere in noleggio un modem dalla stessa compagnia telefonica con cui è stato firmato il contratto per l’attivazione di Internet.

Finora, utilizzando l’escamotage dei servizi aggiuntivi le compagnie sono riuscite a far passare per obbligatorio ciò che invece non lo era. In questo modo da un lato sono riuscite a vendere con facilità un loro apparecchio al cliente; dall’altro, facendo entrare nella casa del cliente il loro terminale sapevano di avere più gioco facile nel proporgli in futuro degli aggiornamenti. E così, infatti, è stato per molti casi.

Il nostro impegno

L’arbitrarietà con cui le compagnie telefoniche continuano a presentarsi e interagire con i consumatori è testimoniata dalle continue segnalazioni che riceviamo ai nostri sportelli. I casi più frequenti sono quelli di operatori telefonici che inseriscono “in automatico” nei loro contratti l’obbligo di noleggio o acquisto del modem. Problemi si riscontrano anche nei casi di recesso dei contratti, con diversi consumatori che si sono visti addebitare tutte le rate dell’acquisto del modem in un’unica soluzione, anche se il recesso è avvenuto in seguito a modifiche contrattuali. In situazioni del genere attiviamo delle conciliazioni chiedendo lo storno totale dell’importo del modem a seguito della restituzione dello stesso all’operatore.

Se hai bisogno di aiuto, contattaci attraverso lo Sportello Telefonia sul nostro sito cliccando sul logo del tuo operatore per ricevere la nostra assistenza personalizzata.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 2 gennaio 2019

Natale_spreco_cibo

Un Natale senza sprechi con LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP.

Natale_spreco_cibo

Anche per questo Natale 2018 ci sono tanti modi per trascorrere le festività in modo sostenibile, il che significa fare regali ecologici e rispettosi dell’ambiente e, soprattutto, evitare sprechi a tavola. Stando alle ultime previsioni di Coldiretti, per le feste ogni famiglia spenderà circa 541 euro, il 3% in più rispetto allo scorso anno. Tra i settori che registrano la maggiore crescita sotto la spinta dei tradizionali pranzi di Natale e cenoni di fine anno, c’è il settore alimentare (+3,8%). Il 26% del budget complessivo sarà infatti destinato proprio all’acquisto di cibo. Il problema, però, è che buona parte di esso dalle tavole imbandite finirà dritto nella pattumiera senza venire nemmeno sfiorato.

La nuova survey del Progetto LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP.

Un modo per impedire che tutto questo cibo venga buttato c’è, e la prima cosa da fare è informarsi. È questo l’obiettivo del Progetto LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP., co-finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma per l’ambiente e l’azione per il clima (LIFE 2014 – 2020), e a cui partecipano tutti i soggetti della filiera dell’alimentazione: Federalimentare (capofila), Unione Nazionale Consumatori, Federdistribuizone e Fondazione Banco Alimentare Onlus.

Per dare continuità al suo impegno il Progetto ha lanciato una nuova survey per “tastare il polso” dello spreco alimentare a livello nazionale. Nell’indagine viene chiesto agli italiani quante porzioni dei prodotti che acquistano gettano nella pattumiera in media ogni mese, a quanto ammonta la quantità del cibo sprecato rispetto a quello comprato, per quali motivi buttano il cibo, se lo buttano tutto nella spazzatura o se usano gli avanzi per dare da mangiare ai propri animali domestici, per fare il compost o per donarlo a chi ne ha bisogno.

Attraverso la survey i partner del Progetto cercano anche di capire se i consumatori conoscono realmente il significato delle diciture presenti sulle etichette degli alimenti (come ad esempio la classica formula “da consumare preferibilmente entro”) e se, quando pranzano o cenano fuori casa, sarebbero propensi a portare a casa il cibo avanzato nel piatto. Con queste semplici domande il Progetto punta far capire ai consumatori che, anche con piccoli gesti quotidiani, possono ridurre lo spreco di alimenti tra le mura domestiche e risparmiare sulla spesa.

Partecipa alla survey.

Non solo: per aiutare i consumatori a organizzare la spesa e monitorare lo stato dei prodotti alimentari contenuti in dispensa è disponibile l’App Spesa Facile, realizzata dall’Unione Nazionale Consumatori e scaricabile su Apple store e Play store. Tutte le informazioni sul Progetto LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP. e sul nostro impegno per eliminare gli sprechi alimentari sono disponibili sul sito foodwaste.consumatori.it.

I nostri consigli per non sprecare cibo durante le feste natalizie

Sapevate che con alcuni accorgimenti, anche durante le festività natalizie, si può arrivare a risparmiare fino al 40% della spesa? Scegliendo con cura il canale di vendita, a seconda dei prodotti da acquistare, infatti, si possono contenere i costi senza rinunciare ad alcuna prelibatezza. Ecco alcuni importanti consigli da seguire:

  • Dove acquistare. Scegliete con cura il canale di vendita: discount, supermercato, ipermercato, negozio, mercato. Non ce n’è uno che è sempre più vantaggioso rispetto all’altro, dipende dal tipo di prodotto (frutta, carne…) e dalle offerte in corso.
  • Non fermatevi al primo canale di vendita: fate un giro prima di procedere all’acquisto per vedere se trovate offerte migliori altrove.
  • Meno etti. Riducete i quantitativi. Comprate pure tutti i tipi di affettati che volete ma ricordatevi che deve durare al massimo fino a Santo Stefano, non fino all’Epifania. Idem per la frutta e tutto il resto.
  • Andate con la lista dettagliata della spesa e obbligatevi a rispettarla. Avete tutto il tempo per prepararla senza scordare nulla e decidere i relativi quantitativi. Eviterete sprechi e acquisti inutili.
  • No alle primizie. A Natale i negozi si riempiono dei frutti più strani e singolari che provengono da tutti i Paesi possibili e immaginabili, ma è sempre consigliato acquistare frutta e verdura di stagione.
  • Attenti alle scadenze. A Natale si ha fretta di acquistare e, inevitabilmente, non si presta attenzione a molte cose, come la scadenza dei prodotti. Ricordatevi che il passo dallo scaffale del supermercato alla spazzatura può essere breve, specie nel periodo natalizio. Attenti anche ai pacchi regalo, che possono contenere prodotti in scadenza.
  • Offerte sottocosto. Specie nella grande distribuzione offrono alcuni prodotti sottocosto. Sono i cosiddetti prodotti “civetta”, fatti per attirarvi nel supermercato e poi vendervi anche tutto il resto. Approfittatene, ma attenti alle scadenze, potrebbero essere ravvicinate.
  • Offerte promozionali: 3×2, 2×1… Alcune sono realmente vantaggiose, altre no. Verificate, quindi, con attenzione l’effettiva convenienza sia in termini di prezzo (è effettivamente più basso?) che di quantità (vi servono tre confezioni o ve ne basta una?).
  • Cesti natalizi. I cesti gastronomici sono un regalo utile e gradito, ma fate attenzione: non sempre i prodotti offerti, poi, sono di qualità.
  • Ci sono ottime marche di spumanti italiani a prezzi ragionevoli. Fatevi consigliare da qualche amico che se ne intende. È inoltre importante scegliere spumanti a fermentazione naturale in luogo di vini gassificati, ai quali viene aggiunta anidride carbonica al termine del processo di lavorazione proprio per permettere di stappare la bottiglia per il brindisi.
  • Infine, ricordatevi che anche durante questi tradizionali pranzi e cene tradire le tradizioni prestando però, al contempo, un occhio di riguardo alla salute del pianeta. E allora meglio comprare prodotti locali e di stagione e, possibilmente, poca carne. Attenzione, poi, a ciò che portiamo a tavola: niente foie gras, caviale (a meno che non sia certificato MSC-Marine Stewardship Council), datteri di maree (la cui pesca è severamente vietata) aragoste, anguilla. No a stoviglie usa e getta, considerato che il packaging rappresenta il 60% dei rifiuti che produciamo e, una volta sparecchiata la tavola, fare sempre la raccolta differenziata. In generale, evitare di cucinare troppo: è proprio a casa, infatti, che si producono i 4/5 dello spreco di alimenti in Italia.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 11 dicembre 2018

Blocchi alle auto: perché complicano la vita ai consumatori

auto_diesel_Euro_3_blocco

Dallo scorso primo ottobre in molte città italiane sono state introdotte delle severe limitazioni alla circolazione delle vetture più inquinanti, tra cui le auto diesel di tipo Euro 3 o di categoria inferiore. Tra le città interessate da questi blocchi ci sono Milano, Torino, Bologna e Verona, mentre divieti più stringenti scatteranno a Roma dall’inizio del 2019. L’obiettivo è tenere ferme il maggior numero di giorni possibile le auto che inquinano di più e spingere sempre più automobilisti a muoversi con i mezzi pubblici. I problemi per i consumatori, però, non mancano. Vediamo di cosa si tratta.

Dove sono stati introdotti i blocchi

Ad oggi le limitazioni alla circolazione delle vetture più inquinanti sono state introdotte in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto e saranno in vigore fino al 31 marzo del 2019. Queste regioni hanno aderito all’Accordo bacino padano, un programma sottoscritto nel 2017 insieme al Ministero dell’Ambiente e finalizzato a migliorare la qualità dell’aria. Il programma si applica nelle aree urbane dei comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti. Le limitazioni saranno estese alla categoria Euro 4 entro il 1 ottobre 2020 e alla categoria Euro 5 entro il 1 ottobre 2025. L’accordo prevede inoltre misure per regolare l’uso degli impianti di riscaldamento a legna, limitare l’accesso alle Ztl, promuovere il car-sharing, incentivare la sostituzione delle auto vecchie con vetture meno inquinanti, ridurre le emissioni inquinanti delle attività agricole.

A Milano per le auto diesel Euro 3 e per i diesel di categoria inferiore il divieto è previsto da lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 19.30. Dal 21 gennaio 2019 entrerà inoltre in vigore l’area B: si tratta di una zona a traffico limitato e a basse emissioni estesa per circa il 72% dell’intero territorio comunale e sorvegliata attraverso 186 telecamere ai varchi d’ingresso. Nel capoluogo lombardo da ottobre 2019 anche le auto Euro 4 saranno bloccate, mentre lo stop per le Euro 5 sarà valido dal 2022.

A Torino il blocco per i diesel Euro 3 e inferiori è in vigore dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 19. In Emilia Romagna il blocco è invece già stato esteso anche ai veicoli Euro 4. A Bologna e negli altri centri interessati lo stop è dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30 e durante le domeniche ecologiche. Stessi giorni e stessi orari, ma solo per i diesel Euro 3 e inferiori, valgono anche per il Veneto.

Sanzioni e deroghe

Chi non rispetta questi divieti va incontro a multe salate. Il Codice della Strada prevede infatti sanzioni che vanno da un minimo di 163 euro a un massimo di 658 euro per chi circola con veicoli soggetti a limitazione del traffico senza autorizzazione.

Le limitazioni non sono uguali in tutti i Comuni delle quattro regioni che hanno aderito all’Accordo. Sono diverse le città in cui sono infatti previste delle deroghe. A Verona, ad esempio, possono non rispettare il divieto le persone che hanno un Isee (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) pari o inferiore a 16.700 euro, che hanno più di 70 anni e i portatori di handicap.

Inoltre, in base alle rilevazioni sui livelli di emissioni di PM10 effettuate periodicamente dall’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale), le limitazioni alla circolazione possono essere estese per un determinato lasso di tempo anche ai veicoli diesel Euro 4.

I problemi per i consumatori

Come detto, le restrizioni possono dunque variare di regione in regione e, in alcuni casi, anche di comune in comune nella stessa provincia. Questa situazione frammentata implica non pochi problemi per i possessori di auto. In linea di massima, per sapere se la sua auto in regola il consumatore può consultare le informazioni aggiornate sul sito del proprio Comune o della propria Regione. I casi critici, però, non mancano. Come fa ad essere certo di non incappare in sanzioni un lavoratore che deve attraversare in macchina nell’arco della stessa giornata più province? Per non parlare del fatto che ci sono strade con tratti in deroga e altri, invece, in cui è in vigore il divieto. Accade, per esempio, nella provincia di Como dove la strada provinciale 41 è in deroga dal confine con il Comune di Milano fino al Comune di Inverigo. Da qui, poi, inizia il divieto fino al Comune di Erba. È chiaro che in situazioni del genere consultare Internet potrebbe non bastare e bisognerebbe chiamare gli uffici competenti del Comune, della Regione o dei vigili urbani. Difficile però sperare di avere risposte chiare e in tempi brevi.

È giusto che ogni regione abbia un certo margine di manovra rispetto alla definizione di queste limitazioni, considerato che ognuna di esse ha a che fare con livelli di inquinamento diversi. Ma l’assenza di una normativa a livello nazionale, e dunque di paletti validi in tutta Italia, non potrò che creare situazioni ambigue, disagi, abusi, nonché una sistematica violazione del diritto del consumatore a essere correttamente informato su questi divieti.

A ciò si aggiungono almeno altri due aspetti critici. Il primo riguarda la violazione del criterio di proporzionalità dell’azione amministrativa. Tradotto in termini più semplici, significa che seppur per livelli di emissioni di sostanze inquinanti di pochissimo superiori, ci sono automobilisti impossibilitati a circolare con il proprio mezzo per tutta la settimana lavorativa e altri che, invece, possono farlo. L’altro aspetto, ancora più grave, riguarda il fatto che questi blocchi non considerano le condizioni economiche che impediscono a tantissime famiglie e lavoratori di avere da parte i soldi necessari per sostituire la vettura che hanno con una più nuova ed ecologica. In questi anni sono stati concessi incentivi – peraltro pochi e insufficienti – solo per sostenere l’acquisto di veicoli nuovi e mai usati. Ma molti liberi professionisti – dall’idraulico all’elettricista, magari anche vicini alla pensione – non hanno né la possibilità né l’interesse a fare un investimento del genere perché non potrebbero recuperarlo negli anni in cui potranno continuare a svolgere la loro attività.

Il tema, purtroppo, è complesso perché, oltre che i problemi alla salute dovuti all’inquinamento, c’è l’aspetto più ampio legato alle questioni ambientali ed energetiche. Il comparto della mobilità rappresenta infatti una delle principali cause di inquinamento e di emissione di gas nocivi causa del riscaldamento globale, i cui drammatici effetti sono sotto gli occhi di tutti. Gli interventi necessari ad affrontare questa emergenza sono impellenti ed è ormai tracciata la strada che vedrà nei prossimi anni la transizione a veicoli completamente elettrici, ibridi o alimentati da carburanti meno impattanti come il gpl e il metano.

In conclusione, se il principio alla base di questi blocchi è giusto e condivisibile perché mira a diminuire le fonti di inquinamento nelle nostre città e dell’intero pianeta, a non andare bene sono i criteri utilizzati per metterlo in pratica. Rivederli è un’azione necessaria per venire incontro alle necessità quotidiane di milioni di consumatori.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 26 novembre 2018

Trolley sull’aereo: per Antitrust è un diritto dei consumatori

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È scontro tra Antitrust, Ryanair e Wizz Air. Il 7 novembre l’Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato) ha avviato dei procedimenti di inottemperanza a carico delle due compagnie aree low coast in quanto non hanno rispettato i provvedimenti cautelari emessi nei loro confronti lo scorso 31 ottobre. Se Ryanair e Wizz Air decideranno di non cambiare le proprie regole potrebbero andare incontro a una sanzione che va da 10.000 euro a 5 milioni di euro. Ma andiamo per ordine ricostruendo quanto successo negli ultimi giorni.  

Cosa prevede la nuova policy di Ryan Air e Wizz Air

La nuova policy sui bagagli a mano introdotta a partire dall’1 novembre da Ryanair e Wizz Air prevede il trasporto gratuito di una sola borsa piccola o di uno zainetto di piccole dimensioni da collocare nello spazio sotto ai sedili. Per il trasporto di un secondo bagaglio a mano (dunque di un trolley che invece le altre compagnie consentono di norma di imbarcare gratuitamente), invece, si dovrà pagare un supplemento di prezzo che varia tra gli 8 e i 10 euro. Ryanair ha motivato queste regole più stringenti dichiarando che avrebbero reso l’imbarco di passeggeri e bagagli più rapido e diminuito così i ritardi dei loro voli. La compagnia ha inoltre stimato che il 60% dei suoi passeggeri non sarebbe stato interessato da queste modifiche.

Il perché del blocco imposto da Antitrust

Le nuove regole introdotte da Ryanair e Wizz Air sono state bocciate da Antitrust, che lo scorso 31 ottobre ha emesso dei provvedimenti cautelari nei confronti delle due compagnie. Un’azione forte, motivata fondamentalmente da quattro ragioni:  

1) Antitrust considera irregolare l’imposizione ai clienti di una spesa extra per il trasporto di un bagaglio a mano in quanto esso rappresenta “un onere non eventuale e prevedibile per il consumatore che dovrebbe essere ricompreso nella tariffa standard”.

2) Secondo l’Autorità scorporare il costo per imbarcare un trolley dal biglietto standard “fornisce una falsa rappresentazione del reale prezzo del biglietto e vizia il confronto con le tariffe delle altre compagnie, inducendo in errore il consumatore”.

3) Antitrust contesta inoltre a Ryanair di aver “ridotto di oltre il 60% lo spazio disponibile per il trasporto del bagaglio a mano”, visto che la dimensione massima consentita per l’imbarco gratuito passa da 55cm x 40cm x 20cm a 40cm x 20cm x 25cm.

4) Infine, secondo Antitrust non è vero – come sostiene invece Ryanair – che queste restrizioni imposte ai clienti si inseriscano nel trend commerciale seguito da altre compagnie. “Da un esame comparativo – replica in proposito l’Autorità – emerge che le altre compagnie consentono di trasportare un bagaglio ben più grande della borsa piccola”.

Definita l’irregolarità delle nuove policy introdotte da Ryanair e Wizz Air, l’Antitrust ha chiesto alle due aziende di ritirare con effetto immediato la richiesta ai consumatori di un supplemento di prezzo rispetto alla tariffa standard per il trasporto del trolley e di mettere gratuitamente a loro disposizione uno spazio a bordo dell’aereo dove depositare il bagaglio, vale a dire all’interno delle cappelliere. Per adeguarsi al richiamo, che ha validità esclusivamente nel territorio italiano, alle due compagnie sono stati dati 5 giorni di tempo.

Gli ultimi sviluppi

Sei giorni dopo lo stop dell’Autorità, le due aziende hanno continuato a vendere i biglietti chiedendo ai clienti un extra per imbarcare un bagaglio oltre a una borsa o uno zainetto di piccole dimensioni. Per questo motivo il 7 novembre Antitrust ha deliberato l’avvio di due procedimenti di inottemperanza nei confronti delle due compagnie. Un mancato rispetto delle direttive dimostrato, si legge in un comunicato stampa diffuso dall’Autorità, “dalle rilevazioni effettuate sui siti delle due compagnie, dalle relazioni da esse depositate e dalle segnalazioni pervenute da parte dei consumatori”. Lo scontro potrebbe andare avanti a lungo, considerato che le due aziende già nei giorni scorsi avevano annunciato che avrebbero fatto ricorso al Tar del Lazio. I disagi per i consumatori potrebbero però essere immediati. Questo iter legale, infatti, potrebbe portare all’interruzione dei voli fino a un mese.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 13 novembre 2018

Auto elettrica, cosa ne pensano gli italiani?

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Conosce poco dei costi e delle prestazioni di un’auto elettrica, teme che avrà difficoltà a fare rifornimento e che dovrà far fronte a spese eccessive in caso di guasto. È questa la fotografia del consumatore medio scattata dall’inchiesta “Presa in pieno! Gli italiani alle prese con le colonnine di ricarica”, ideata e condotta dal periodico specializzato nelle tematiche dello sviluppo sostenibile “Nuova Energia” e i cui risultati sono stati presentati a Milano il 25 e 26 settembre nel corso dell’evento “That’s Mobility”, organizzato da Reed Exhibitions Italia in partnership con l’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano.

La survey ha coinvolto mille persone: maschi e femmine, sopra i 18 anni e residenti in tutta Italia. Al campione sono stati somministrati questionari su internet e interviste frontali. Le risposte raccolte parlano chiaro. Gli italiani rimangono ancora molto legati all’auto tradizionale, continuando a considerarla come il principale termine di paragone nel momento in cui gli viene chiesto cosa pensano di un veicolo elettrico. Ciò significa che, al netto della rivoluzione tecnologica che anche nel nostro Paese sta conoscendo questo nuovo settore dell’automotive, manca quel cambiamento culturale che, nell’ottica di una guida più ecologica e rispettosa dell’ambiente, dovrebbe spingere ogni possessore di auto a pensare diversamente a ogni piccolo gesto che compie quando si mette al volante. Accade così che vecchie abitudini, come ad esempio fare il pieno perché l’auto è rimasta ferma in garage per un po’ di tempo e non perché è andata in riserva, fatichino a essere messe definitivamente da parte. 

Cosa emerge dall’indagine

Dai risultati dell’indagine condotta da “Nuova Energia” emerge che, nel caso in cui dovessero acquistare l’unica auto di famiglia con i costi interamente coperti da incentivi, sei intervistati su dieci sceglierebbero un veicolo ibrido (benzina più elettrico, 31,% delle risposte). Distanziate non di molto le formule “senza ricarica” e “plug in con ricarica”, che hanno ottenuto entrambe il 27,1% delle preferenze. Molto più indietro c’è, invece, l’elettrico puro con il 14,4%, soluzione a cui guardano con maggiore scetticismo soprattutto le donne (il 7% in più rispetto agli uomini). Scarsa, infine, è l’attenzione rivolta al metano (7,4%).

In assenza di incentivi, per l’acquisto dell’unica auto di famiglia il consumatore medio dimostra di guardare più alla sostanza che alla forma facendo pesare nelle sue risposte aspetti come il tipo di alimentazione (30%), il prezzo (27%) e la sicurezza (13%), a discapito della linea, dell’estetica e delle prestazioni. Per gli over 55, nella fattispecie, il prezzo scala di posizione rispetto al fattore sicurezza.

I punti deboli dell’auto elettrica

Considerando l’auto elettrica come unica auto di famiglia, il 60% degli intervistati teme le difficoltà di fare rifornimento (lo è il 63% degli uomini e il 57% delle donne), oltre il 26% lamenta l’assenza di un’alternativa al self service, mentre il 18% ha paura di cosa potrebbe accadere in caso di guasti.

Aspetto interessante che la dice lunga sulla strada che l’elettrico deve ancora percorrere per attecchire veramente in Italia, riguarda gli under 34 i quali appaiono meno predisposti ad abbandonare le auto tradizionali rispetto alle fasce d’età più adulte. A confermare queste difficoltà è anche la scarsa conoscenza che gli italiani hanno di questo settore. Molti sono convinti di essere aggiornati a sufficienza, ma in realtà sono davvero in pochi a sapere qualcosa di prestazioni e costi dell’auto elettrica.

Quanto costa andare da Roma a Milano?

Ipotizzando un viaggio da Roma a Milano, per il quale vanno percorsi circa 600 chilometri quasi tutti in autostrada, il 21% degli intervistati pensa che guidando un veicolo elettrico non dovrebbe fare neppure una sosta, mentre il 40% sceglie l’opzione “1 sosta, 7 ore”. In entrambi i casi vengono sovrastimate le reali prestazioni della batteria e sottovalutati i tempi necessari per la sua ricarica. Inoltre, sei italiani su dieci non hanno alcuna idea del costo del pieno da fare per coprire questa distanza, il 28% lo quota attorno ai 30 euro, sottostimando anche in questo caso le spese reali. Nella fascia 40-50 euro, ad oggi il valore più plausibile, si posiziona solo l’11% del campione.

Più colonnine e incentivi

Infine, secondo il 56% degli italiani il modo migliore per favorire la diffusione dell’auto elettrica nel nostro Paese è installare le colonnine per il rifornimento nelle stazioni dei benzinai, soluzione caldeggiata soprattutto dalle donne. Per il 55% sono necessari incentivi all’acquisto. Per il 35% le colonnine andrebbero piazzate all’esterno dei supermercati. Prevederne l’obbligo negli edifici di nuova costruzione convince invece il 32,3% degli intervistati.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 5 novembre 2018

Obsolescenza programmata, multe per Apple e Samsung: il parere dell’esperto

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Per Apple e Samsung è arrivata la prima condanna al mondo per obsolescenza programmata. Lo scorso 24 ottobre le due multinazionali sono state infatti multate dall’Antitrust al pagamento rispettivamente di 10 e 5 milioni di euro. Le due società, si legge in una nota dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, hanno infatti «indotto i consumatori – mediante l’insistente richiesta di effettuare il download e anche in ragione dell’asimmetria informativa esistente rispetto ai produttori – a installare aggiornamenti su dispositivi non in grado di supportarli adeguatamente, senza fornire adeguate informazioni, né alcun mezzo di ripristino delle originarie funzionalità dei prodotti». Per capire cos’è l’obsolescenza programmata, e avere un quadro completo del ciclo di “vita” delle batterie che alimentano gli smartphone e tutti gli altri apparecchi che acquistiamo, abbiamo chiesto il parere di un esperto, il direttore del Dipartimento Tecnologie Energetiche di Enea Gian Piero Celata.

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Gian Piero Celata, direttore del Dipartimento Tecnologie Energetiche di Enea.

Che cosa significa obsolescenza programmata?

Obsolescenza programmata o pianificata significa progettare e realizzare un’attrezzatura – un elettrodomestico, un computer o un cellulare – facendo in modo che non duri più di un periodo prefissato. Dunque, superato questo arco di tempo stabilito dai produttori, l’apparecchio acquistato inizia a non funzionare più, per cui siamo costretti a sostituirlo comprandone uno nuovo.

Secondo l’Antitrust qual è stato il danno provocato ai consumatori da Apple e Samsung?

Partiamo dal presupposto che gli smartphone sono dei piccoli computer. Gli sviluppatori producono periodicamente nuove versioni dei sistemi operativi di questi cellulari per migliorarne le capacità. Nel caso di Apple, l’ultimo sistema operativo che ha lanciato è stato iOS 11, tarato per i modelli più nuovi (8 e X). Il problema, per chi possiede i modelli precedenti, è che questo aggiornamento è troppo pesante. In pratica, i processori degli smartphone più vecchi, a causa dell’aggiornamento, vengono “tirati per il collo” sottoponendo le batterie a una richiesta di energia eccessiva, anche considerando lo stato di usura delle stesse dovuto ai 2-3 anni di esercizio. Ciò avrebbe potuto provocare lo spegnimento improvviso degli apparecchi. Trattandosi di un’anomalia che può danneggiare il cellulare, Apple ha deciso di modificare il sistema operativo pochi giorni dopo il suo lancio. La società ha confessato quanto accaduto e, come contropartita, ha offerto ai possessori dei modelli più obsoleti di cambiare la batteria degli iPhone al prezzo scontato di 29 euro piuttosto che di 89 euro.

Ritiene giusto, quindi, l’apertura di un procedimento da parte dell’Antitrust?

Non credo che Apple, nello specifico, abbia tutte le colpe che le vengono attribuite in Francia (dove l’8 gennaio la Procura di Parigi ha aperto un’indagine preliminare nei confronti della società per obsolescenza pianificata, ndr). Detto ciò, il fatto che si vada a indagare sul comportamento di queste società non può che far bene e contribuisce a tutelare i consumatori. Ci sono certamente dei casi più gravi, come quello dei produttori di stampanti.

Anche nel caso delle stampanti si registrano pratiche scorrette nei confronti dei consumatori?

Vi ricordate le prime stampanti a getto d’inchiostro? A un certo punto si bloccavano e mostravano la scritta “sostituire la cartuccia”. All’epoca si trattava di cartucce abbastanza costose che, addirittura, avevano un costo superiore rispetto a quello della stampante stessa. Eppure, prendendo in mano una cartuccia si sentiva che aveva un certo peso pur essendo “scarica”. Bastava aprirla, togliere e rimettere la cartuccia, l’inchiostro riprendeva regolarmente a uscire, e la cartuccia funzionava ancora per un numero di copie non lontano da quello al quale la stampa si era bloccata. In quel caso non c’era dietro una programmazione per far rompere il prodotto dopo un determinato periodo di tempo, ma veniva costretto l’utente a sostituire la cartuccia anche se in realtà c’era ancora dell’inchiostro. Quindi, truffa per l’utente e danno anche per l’ambiente.

Ci sono dei consigli che i consumatori possono seguire per “allungare” la vita degli apparecchi che acquistano? 

Non è possibile dire che un telefono è migliore rispetto a un altro. In termini di utilizzo, invece, qualche accorgimento si può avere. La cosa più importante di cui tenere conto riguarda i cicli di carica e scarica delle batterie che non possono andare oltre un certo numero. Oggi, se si usa al massimo uno smartphone – quindi mandando messaggi su WhatsApp, usando i social network, navigando su internet – arrivati alla sera il cellulare è scarico. Ciò vuol dire che si fanno almeno 365 ricariche all’anno, quindi una al giorno, se non di più. Considerato che una batteria ne sopporta in media complessivamente 1.000-1.500, dopo un certo numero di anni lo smartphone dovrà essere sostituito. Qualcosa si può fare: ad esempio, evitare che le batterie vadano sotto il 20%, non lasciarle sotto carica tutta la notte e, per non svegliarsi nel cuore della notte, attivare un dispositivo che blocca la ricarica una volta che ha raggiunto il 100%. Il modo più pratico è ricaricare il cellulare ogni volta che si può. In generale, non bisogna abusare di questi apparecchi e non ci si deve lasciare prendere dalla voglia di avere sempre e subito l’ultimo modello proposto dal mercato. 

UNC chiede che il parlamento italiano si doti di una legge contro l’obsolescenza programmata così come avvenuto in Francia. È d’accordo con questa proposta?

Che ci sia anche nel nostro Paese una legge che regoli questo tipo di situazioni è una cosa doverosa. Posso anche accettare che un apparecchio abbia una vita programmata ad esempio di tre anni, però mi deve essere comunicato nel momento in cui lo sto per comprare. È giusto dunque che si introduca una legge che tuteli in tal senso i consumatori. Non deve essere necessariamente una normativa aggressiva come quella francese, che prevede due anni di carcere e multe pari al 5% del fatturato annuo per chi commette illeciti, ma è importante che il cliente sia difeso. L’obsolescenza programmata è uno dei tre pilastri dell’economia capitalista insieme alla pubblicità e al credito al cliente. Va tutto bene purché tutto sia regolamentato e ci sia sempre la consapevolezza piena da parte di chi fa un acquisto.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 30 ottobre 2018