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Trolley sull’aereo: per Antitrust è un diritto dei consumatori

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È scontro tra Antitrust, Ryanair e Wizz Air. Il 7 novembre l’Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato) ha avviato dei procedimenti di inottemperanza a carico delle due compagnie aree low coast in quanto non hanno rispettato i provvedimenti cautelari emessi nei loro confronti lo scorso 31 ottobre. Se Ryanair e Wizz Air decideranno di non cambiare le proprie regole potrebbero andare incontro a una sanzione che va da 10.000 euro a 5 milioni di euro. Ma andiamo per ordine ricostruendo quanto successo negli ultimi giorni.  

Cosa prevede la nuova policy di Ryan Air e Wizz Air

La nuova policy sui bagagli a mano introdotta a partire dall’1 novembre da Ryanair e Wizz Air prevede il trasporto gratuito di una sola borsa piccola o di uno zainetto di piccole dimensioni da collocare nello spazio sotto ai sedili. Per il trasporto di un secondo bagaglio a mano (dunque di un trolley che invece le altre compagnie consentono di norma di imbarcare gratuitamente), invece, si dovrà pagare un supplemento di prezzo che varia tra gli 8 e i 10 euro. Ryanair ha motivato queste regole più stringenti dichiarando che avrebbero reso l’imbarco di passeggeri e bagagli più rapido e diminuito così i ritardi dei loro voli. La compagnia ha inoltre stimato che il 60% dei suoi passeggeri non sarebbe stato interessato da queste modifiche.

Il perché del blocco imposto da Antitrust

Le nuove regole introdotte da Ryanair e Wizz Air sono state bocciate da Antitrust, che lo scorso 31 ottobre ha emesso dei provvedimenti cautelari nei confronti delle due compagnie. Un’azione forte, motivata fondamentalmente da quattro ragioni:  

1) Antitrust considera irregolare l’imposizione ai clienti di una spesa extra per il trasporto di un bagaglio a mano in quanto esso rappresenta “un onere non eventuale e prevedibile per il consumatore che dovrebbe essere ricompreso nella tariffa standard”.

2) Secondo l’Autorità scorporare il costo per imbarcare un trolley dal biglietto standard “fornisce una falsa rappresentazione del reale prezzo del biglietto e vizia il confronto con le tariffe delle altre compagnie, inducendo in errore il consumatore”.

3) Antitrust contesta inoltre a Ryanair di aver “ridotto di oltre il 60% lo spazio disponibile per il trasporto del bagaglio a mano”, visto che la dimensione massima consentita per l’imbarco gratuito passa da 55cm x 40cm x 20cm a 40cm x 20cm x 25cm.

4) Infine, secondo Antitrust non è vero – come sostiene invece Ryanair – che queste restrizioni imposte ai clienti si inseriscano nel trend commerciale seguito da altre compagnie. “Da un esame comparativo – replica in proposito l’Autorità – emerge che le altre compagnie consentono di trasportare un bagaglio ben più grande della borsa piccola”.

Definita l’irregolarità delle nuove policy introdotte da Ryanair e Wizz Air, l’Antitrust ha chiesto alle due aziende di ritirare con effetto immediato la richiesta ai consumatori di un supplemento di prezzo rispetto alla tariffa standard per il trasporto del trolley e di mettere gratuitamente a loro disposizione uno spazio a bordo dell’aereo dove depositare il bagaglio, vale a dire all’interno delle cappelliere. Per adeguarsi al richiamo, che ha validità esclusivamente nel territorio italiano, alle due compagnie sono stati dati 5 giorni di tempo.

Gli ultimi sviluppi

Sei giorni dopo lo stop dell’Autorità, le due aziende hanno continuato a vendere i biglietti chiedendo ai clienti un extra per imbarcare un bagaglio oltre a una borsa o uno zainetto di piccole dimensioni. Per questo motivo il 7 novembre Antitrust ha deliberato l’avvio di due procedimenti di inottemperanza nei confronti delle due compagnie. Un mancato rispetto delle direttive dimostrato, si legge in un comunicato stampa diffuso dall’Autorità, “dalle rilevazioni effettuate sui siti delle due compagnie, dalle relazioni da esse depositate e dalle segnalazioni pervenute da parte dei consumatori”. Lo scontro potrebbe andare avanti a lungo, considerato che le due aziende già nei giorni scorsi avevano annunciato che avrebbero fatto ricorso al Tar del Lazio. I disagi per i consumatori potrebbero però essere immediati. Questo iter legale, infatti, potrebbe portare all’interruzione dei voli fino a un mese.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 13 novembre 2018

Auto elettrica, cosa ne pensano gli italiani?

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Conosce poco dei costi e delle prestazioni di un’auto elettrica, teme che avrà difficoltà a fare rifornimento e che dovrà far fronte a spese eccessive in caso di guasto. È questa la fotografia del consumatore medio scattata dall’inchiesta “Presa in pieno! Gli italiani alle prese con le colonnine di ricarica”, ideata e condotta dal periodico specializzato nelle tematiche dello sviluppo sostenibile “Nuova Energia” e i cui risultati sono stati presentati a Milano il 25 e 26 settembre nel corso dell’evento “That’s Mobility”, organizzato da Reed Exhibitions Italia in partnership con l’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano.

La survey ha coinvolto mille persone: maschi e femmine, sopra i 18 anni e residenti in tutta Italia. Al campione sono stati somministrati questionari su internet e interviste frontali. Le risposte raccolte parlano chiaro. Gli italiani rimangono ancora molto legati all’auto tradizionale, continuando a considerarla come il principale termine di paragone nel momento in cui gli viene chiesto cosa pensano di un veicolo elettrico. Ciò significa che, al netto della rivoluzione tecnologica che anche nel nostro Paese sta conoscendo questo nuovo settore dell’automotive, manca quel cambiamento culturale che, nell’ottica di una guida più ecologica e rispettosa dell’ambiente, dovrebbe spingere ogni possessore di auto a pensare diversamente a ogni piccolo gesto che compie quando si mette al volante. Accade così che vecchie abitudini, come ad esempio fare il pieno perché l’auto è rimasta ferma in garage per un po’ di tempo e non perché è andata in riserva, fatichino a essere messe definitivamente da parte. 

Cosa emerge dall’indagine

Dai risultati dell’indagine condotta da “Nuova Energia” emerge che, nel caso in cui dovessero acquistare l’unica auto di famiglia con i costi interamente coperti da incentivi, sei intervistati su dieci sceglierebbero un veicolo ibrido (benzina più elettrico, 31,% delle risposte). Distanziate non di molto le formule “senza ricarica” e “plug in con ricarica”, che hanno ottenuto entrambe il 27,1% delle preferenze. Molto più indietro c’è, invece, l’elettrico puro con il 14,4%, soluzione a cui guardano con maggiore scetticismo soprattutto le donne (il 7% in più rispetto agli uomini). Scarsa, infine, è l’attenzione rivolta al metano (7,4%).

In assenza di incentivi, per l’acquisto dell’unica auto di famiglia il consumatore medio dimostra di guardare più alla sostanza che alla forma facendo pesare nelle sue risposte aspetti come il tipo di alimentazione (30%), il prezzo (27%) e la sicurezza (13%), a discapito della linea, dell’estetica e delle prestazioni. Per gli over 55, nella fattispecie, il prezzo scala di posizione rispetto al fattore sicurezza.

I punti deboli dell’auto elettrica

Considerando l’auto elettrica come unica auto di famiglia, il 60% degli intervistati teme le difficoltà di fare rifornimento (lo è il 63% degli uomini e il 57% delle donne), oltre il 26% lamenta l’assenza di un’alternativa al self service, mentre il 18% ha paura di cosa potrebbe accadere in caso di guasti.

Aspetto interessante che la dice lunga sulla strada che l’elettrico deve ancora percorrere per attecchire veramente in Italia, riguarda gli under 34 i quali appaiono meno predisposti ad abbandonare le auto tradizionali rispetto alle fasce d’età più adulte. A confermare queste difficoltà è anche la scarsa conoscenza che gli italiani hanno di questo settore. Molti sono convinti di essere aggiornati a sufficienza, ma in realtà sono davvero in pochi a sapere qualcosa di prestazioni e costi dell’auto elettrica.

Quanto costa andare da Roma a Milano?

Ipotizzando un viaggio da Roma a Milano, per il quale vanno percorsi circa 600 chilometri quasi tutti in autostrada, il 21% degli intervistati pensa che guidando un veicolo elettrico non dovrebbe fare neppure una sosta, mentre il 40% sceglie l’opzione “1 sosta, 7 ore”. In entrambi i casi vengono sovrastimate le reali prestazioni della batteria e sottovalutati i tempi necessari per la sua ricarica. Inoltre, sei italiani su dieci non hanno alcuna idea del costo del pieno da fare per coprire questa distanza, il 28% lo quota attorno ai 30 euro, sottostimando anche in questo caso le spese reali. Nella fascia 40-50 euro, ad oggi il valore più plausibile, si posiziona solo l’11% del campione.

Più colonnine e incentivi

Infine, secondo il 56% degli italiani il modo migliore per favorire la diffusione dell’auto elettrica nel nostro Paese è installare le colonnine per il rifornimento nelle stazioni dei benzinai, soluzione caldeggiata soprattutto dalle donne. Per il 55% sono necessari incentivi all’acquisto. Per il 35% le colonnine andrebbero piazzate all’esterno dei supermercati. Prevederne l’obbligo negli edifici di nuova costruzione convince invece il 32,3% degli intervistati.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 5 novembre 2018

Obsolescenza programmata, multe per Apple e Samsung: il parere dell’esperto

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Per Apple e Samsung è arrivata la prima condanna al mondo per obsolescenza programmata. Lo scorso 24 ottobre le due multinazionali sono state infatti multate dall’Antitrust al pagamento rispettivamente di 10 e 5 milioni di euro. Le due società, si legge in una nota dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, hanno infatti «indotto i consumatori – mediante l’insistente richiesta di effettuare il download e anche in ragione dell’asimmetria informativa esistente rispetto ai produttori – a installare aggiornamenti su dispositivi non in grado di supportarli adeguatamente, senza fornire adeguate informazioni, né alcun mezzo di ripristino delle originarie funzionalità dei prodotti». Per capire cos’è l’obsolescenza programmata, e avere un quadro completo del ciclo di “vita” delle batterie che alimentano gli smartphone e tutti gli altri apparecchi che acquistiamo, abbiamo chiesto il parere di un esperto, il direttore del Dipartimento Tecnologie Energetiche di Enea Gian Piero Celata.

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Gian Piero Celata, direttore del Dipartimento Tecnologie Energetiche di Enea.

Che cosa significa obsolescenza programmata?

Obsolescenza programmata o pianificata significa progettare e realizzare un’attrezzatura – un elettrodomestico, un computer o un cellulare – facendo in modo che non duri più di un periodo prefissato. Dunque, superato questo arco di tempo stabilito dai produttori, l’apparecchio acquistato inizia a non funzionare più, per cui siamo costretti a sostituirlo comprandone uno nuovo.

Secondo l’Antitrust qual è stato il danno provocato ai consumatori da Apple e Samsung?

Partiamo dal presupposto che gli smartphone sono dei piccoli computer. Gli sviluppatori producono periodicamente nuove versioni dei sistemi operativi di questi cellulari per migliorarne le capacità. Nel caso di Apple, l’ultimo sistema operativo che ha lanciato è stato iOS 11, tarato per i modelli più nuovi (8 e X). Il problema, per chi possiede i modelli precedenti, è che questo aggiornamento è troppo pesante. In pratica, i processori degli smartphone più vecchi, a causa dell’aggiornamento, vengono “tirati per il collo” sottoponendo le batterie a una richiesta di energia eccessiva, anche considerando lo stato di usura delle stesse dovuto ai 2-3 anni di esercizio. Ciò avrebbe potuto provocare lo spegnimento improvviso degli apparecchi. Trattandosi di un’anomalia che può danneggiare il cellulare, Apple ha deciso di modificare il sistema operativo pochi giorni dopo il suo lancio. La società ha confessato quanto accaduto e, come contropartita, ha offerto ai possessori dei modelli più obsoleti di cambiare la batteria degli iPhone al prezzo scontato di 29 euro piuttosto che di 89 euro.

Ritiene giusto, quindi, l’apertura di un procedimento da parte dell’Antitrust?

Non credo che Apple, nello specifico, abbia tutte le colpe che le vengono attribuite in Francia (dove l’8 gennaio la Procura di Parigi ha aperto un’indagine preliminare nei confronti della società per obsolescenza pianificata, ndr). Detto ciò, il fatto che si vada a indagare sul comportamento di queste società non può che far bene e contribuisce a tutelare i consumatori. Ci sono certamente dei casi più gravi, come quello dei produttori di stampanti.

Anche nel caso delle stampanti si registrano pratiche scorrette nei confronti dei consumatori?

Vi ricordate le prime stampanti a getto d’inchiostro? A un certo punto si bloccavano e mostravano la scritta “sostituire la cartuccia”. All’epoca si trattava di cartucce abbastanza costose che, addirittura, avevano un costo superiore rispetto a quello della stampante stessa. Eppure, prendendo in mano una cartuccia si sentiva che aveva un certo peso pur essendo “scarica”. Bastava aprirla, togliere e rimettere la cartuccia, l’inchiostro riprendeva regolarmente a uscire, e la cartuccia funzionava ancora per un numero di copie non lontano da quello al quale la stampa si era bloccata. In quel caso non c’era dietro una programmazione per far rompere il prodotto dopo un determinato periodo di tempo, ma veniva costretto l’utente a sostituire la cartuccia anche se in realtà c’era ancora dell’inchiostro. Quindi, truffa per l’utente e danno anche per l’ambiente.

Ci sono dei consigli che i consumatori possono seguire per “allungare” la vita degli apparecchi che acquistano? 

Non è possibile dire che un telefono è migliore rispetto a un altro. In termini di utilizzo, invece, qualche accorgimento si può avere. La cosa più importante di cui tenere conto riguarda i cicli di carica e scarica delle batterie che non possono andare oltre un certo numero. Oggi, se si usa al massimo uno smartphone – quindi mandando messaggi su WhatsApp, usando i social network, navigando su internet – arrivati alla sera il cellulare è scarico. Ciò vuol dire che si fanno almeno 365 ricariche all’anno, quindi una al giorno, se non di più. Considerato che una batteria ne sopporta in media complessivamente 1.000-1.500, dopo un certo numero di anni lo smartphone dovrà essere sostituito. Qualcosa si può fare: ad esempio, evitare che le batterie vadano sotto il 20%, non lasciarle sotto carica tutta la notte e, per non svegliarsi nel cuore della notte, attivare un dispositivo che blocca la ricarica una volta che ha raggiunto il 100%. Il modo più pratico è ricaricare il cellulare ogni volta che si può. In generale, non bisogna abusare di questi apparecchi e non ci si deve lasciare prendere dalla voglia di avere sempre e subito l’ultimo modello proposto dal mercato. 

UNC chiede che il parlamento italiano si doti di una legge contro l’obsolescenza programmata così come avvenuto in Francia. È d’accordo con questa proposta?

Che ci sia anche nel nostro Paese una legge che regoli questo tipo di situazioni è una cosa doverosa. Posso anche accettare che un apparecchio abbia una vita programmata ad esempio di tre anni, però mi deve essere comunicato nel momento in cui lo sto per comprare. È giusto dunque che si introduca una legge che tuteli in tal senso i consumatori. Non deve essere necessariamente una normativa aggressiva come quella francese, che prevede due anni di carcere e multe pari al 5% del fatturato annuo per chi commette illeciti, ma è importante che il cliente sia difeso. L’obsolescenza programmata è uno dei tre pilastri dell’economia capitalista insieme alla pubblicità e al credito al cliente. Va tutto bene purché tutto sia regolamentato e ci sia sempre la consapevolezza piena da parte di chi fa un acquisto.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 30 ottobre 2018

Spreco alimentare: LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP. lancia una nuova survey

Immagine di una pattumiera piena di cibo sprecato

Del cibo prodotto nel mondo un terzo finisce nella spazzatura. Il dato è stato diffuso dalla FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, lo scorso 16 ottobre in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione. A contribuire a questo spreco globale sono anche le famiglie italiane. Secondo gli ultimi dati emersi da un’indagine condotta da Coldiretti/Ixè, gli sprechi domestici rappresentano infatti il 54% del totale prodotto nel nostro Paese, superiori a quelli della ristorazione (21%), della distribuzione commerciale (15%), dell’agricoltura (8%) e della trasformazione (2%). Si tratta di una vera e propria emergenza, i cui risvolti non sono solo etici e sociali, considerato che 2,7 milioni di italiani devono fare ricorso alle mense dei poveri o ai pacchi di aiuti alimentari per mangiare, ma anche economici. Tutto questo cibo sprecato vale infatti 16 miliardi di euro ogni anno, e i suoi impatti negativi si riversano sul dispendio energetico e sullo smaltimento dei rifiuti.

La nuova survey del Progetto LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP.

Nonostante sempre secondo i dati di Coldiretti/Ixè 7 italiani su 10 abbiano deciso di dare un taglio agli sprechi alimentari, ad esempio facendo più attenzione alla data di scadenza degli alimenti o puntando sulla spesa a chilometro zero per consumare più prodotti freschi, è necessario continuare a fare sensibilizzazione su questo tema.

È questo l’obiettivo del Progetto LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP., co-finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma per l’ambiente e l’azione per il clima (LIFE 2014 – 2020), e a cui partecipano tutti i soggetti della filiera dell’alimentazione: Federalimentare (capofila), Unione Nazionale Consumatori, Federdistribuizone e Fondazione Banco Alimentare Onlus.

Per dare continuità al suo impegno il Progetto ha lanciato una nuova survey per “tastare il polso” dello spreco alimentare a livello nazionale. Nell’indagine viene chiesto agli italiani in media ogni mese quante porzioni dei prodotti che acquistano gettano nella pattumiera, a quanto ammonta la quantità del cibo sprecato rispetto a quello comprato, per quali motivi buttano il cibo, se lo buttano tutto nella spazzatura o se usano gli avanzi per dare da mangiare ai propri animali domestici, per fare il compost o per donarlo a chi ne ha bisogno.

Attraverso la survey i partner del Progetto cercano anche di capire se i consumatori conoscono realmente il significato delle diciture presenti sulle etichette degli alimenti (come ad esempio la classica formula “da consumare preferibilmente entro”) e se, quando pranzano o cenano fuori casa, sarebbero propensi a portare a casa il cibo avanzato nel piatto. Con queste semplici domande il Progetto punta far capire ai consumatori che, anche con piccoli gesti quotidiani, possono ridurre lo spreco di alimenti tra le mura domestiche e risparmiare sulla spesa. Partecipare è facilissimo, basta cliccare questo link.

Non solo: per aiutare i consumatori a organizzare la spesa e monitorare lo stato dei prodotti alimentari contenuti in dispensa è disponibile l’App Spesa Facile, realizzata dall’Unione Nazionale Consumatori e scaricabile su Apple store e Play store. Tutte le informazioni sul Progetto LIFE-FOOD.WASTE.STAND.UP. e sul nostro impegno per eliminare gli sprechi alimentari sono disponibili a questo link.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 29 ottobre 2018

Contratti fantasma: le nostre proposte per fermare le truffe

immagine firma contratto

Con l’avvicinarsi della fine del mercato di tutela nel settore energetico si registra in Italia un aumento dei contratti fantasma per le forniture di luce e gas. Lo certificano le segnalazioni che continuano ad arrivare agli sportelli dell’Unione Nazionale Consumatori. Sono tante, infatti, le persone che si sono viste attivare a loro insaputa nuove utenze. Ma come è possibile che un consumatore si ritrovi a essere cliente di un gestore senza aver mai firmato un contratto? Proviamo a fare chiarezza su cosa sta succedendo, sugli escamotage e sulle tecniche utilizzate dai truffatori per fare questi raggiri e sulle contromisure che andrebbero adottate per arginare questo fenomeno.

Come “funzionano” le truffe?

Se fino a pochi anni fa i venditori porta a porta falsificavano le firme degli utenti sui contratti o, in tempi più recenti, erano gli operatori telefonici a estorcere un “sì” alla cornetta per attivare forniture non richieste, oggi le tecniche utilizzate per far firmare a utenti inconsapevoli i contratti fantasma sono ancora più aggressive. Uno dei casi più comuni è quello dell’agente che prende di mira un condominio, citofona a un appartamento a caso e con una scusa banale (dicendo, ad esempio, di dover consegnare un pacco) si intrufola nell’androne del palazzo andando in cerca di bollette lasciate dal postino sul bancone della portineria o che fuoriescono dalle cassette della posta. Preso possesso della bolletta, l’agente ha in mano una serie di dati personali dell’utente malcapitato molto importanti: nome e cognome della persona, il suo indirizzo, il suo codice fiscale e, soprattutto, il numero che identifica la fornitura energetica (per il gas è il PDR, per l’elettricità il POD). Per il truffatore sono informazioni più che sufficienti per avviare il trasferimento dell’utenza: gli basterà, infatti, falsificare la firma su un contratto precompilato.

Come viene aggirata la legge?

Purtroppo non c’è più l’obbligo da parte dei venditori della cosiddetta check-call per verificare la correttezza dell’attivazione di una nuova utenza. In pratica, si trattava di una chiamata di conferma che il fornitore doveva fare al nuovo cliente per sapere se fosse stato veramente lui a richiedere il contratto. Alcune aziende continuano comunque ad effettuare la chiamata, ma questa contromisura è facilmente aggirabile: il truffatore, infatti, inserisce sul contratto precompilato il suo numero di telefono. In questo modo, sarà lui a rispondere a nome dell’utente alla chiamata di verifica dell’operatore. L’unico obbligo rimasto è quello dell’invio del contratto in forma cartacea o di metterlo a disposizione dell’utente su supporto durevole. Anche questa, però, è una contromisura poco efficace aggirabile indicando un indirizzo di spedizione o di email errato.

Attenzione a chi vi contatta a nome dell’Associazione dei Consumatori

Ma non solo. Da molti consumatori abbiamo ricevuto delle segnalazioni di sedicenti operatori che chiamano per proporre nuovi contratti a nome della nostra Associazione. Dunque i truffatori non solo si fingono operatori di un gestore di energia (ma anche di telefonia) inventando aumenti e costi non veritieri delle bollette, ma si stanno spingendo oltre citando nel corso della telefonata con gli utenti anche una fantomatica “Tutela del Consumatore” che rappresenterebbe una sorta di garanzia nella scelta di un altro gestore. Purtroppo non sono pochi quelli che cadono in questo tranello. Senza dimenticare che per la nostra Associazione si tratta di un evidente danno di immagine. L’utente che infatti digita sui motori di ricerca le parole “Tutela del Consumatore” finirà quasi sicuramente sul nostro sito.

Le nostre proposte

Tutto ciò dimostra che le tutele previste dall’Autorità per l’energia si stanno rivelando inadeguate per smascherare i contratti fantasma. Ecco le nostre proposte per far fronte a questa truffa e tutelare i diritti dei consumatori: 

  • I gestori di energia non possono più limitarsi a dichiararsi parte lesa dalle agenzie che operano per loro conto nel libero mercato: devono fare di più verificando in modo puntuale l’attendibilità di queste agenzie;
  • Le contromisure messe in atto dall’Autorità dell’energia sono facilmente aggirabili, motivo per cui servono norme più garantiste ed efficaci per fermare i truffatori;
  • Il cliente deve essere messo nelle condizioni di poter comunicare in maniera più semplice e veloce con il fornitore energetico a cui si affida. Troppo spesso, infatti, l’assistenza del servizio di call center non è sufficiente per intervenire concretamente e risolvere un problema. Serve pertanto rendere più efficiente la gestione dei reclami. In questo modo si attiverebbero anche molte meno procedure di conciliazione;
  • Non va l’automatismo nell’attivazione delle procedure di recupero del credito: perché il nuovo operatore, quello che (in buona fede?) crede di avere diritto a un pagamento, passa subito la pratica al recupero crediti?
  • Infine, secondo quanto previsto dalla Delibera n. 228 del 2017 gli importi fatturati dal nuovo operatore (quello al quale sono stati trasferiti a insaputa dell’utente) devono essere comunque pagati dal consumatore, seppure nel limite minimo previsto dalla stessa ARERA (Autorità regolazione per energia reti e ambiente). Si tratta però chiaramente di una regola ingiusta, e la spiegazione è ovvia: per quale motivo il consumatore dovrebbe pagare una cifra, seppur minima, per un contratto che non ha mai sottoscritto? Ci stiamo battendo per cambiare la normativa così da scoraggiare queste truffe.

In attesa di risposte, i nostri sportelli continueranno a gestire questi casi e ad assistere i consumatori danneggiati. E i risultati finora ci stanno dando ragione: sono tante, infatti, le persone per le quali abbiamo chiesto e ottenuto dalle aziende il rimborso integrale delle somme versate.

HAI BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO? SCRIVICI ALLO SPORTELLO ENERGIA

Autore: Rocco Bellantone
Data: 23 ottobre 2018

Halloween 2018: i consigli per festeggiare in sicurezza

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Halloween 2018, i consigli per una festa sicura. Pronti a divertirvi con i vostri bambini? A sbizzarrirvi tra maschere di streghe e vampiri, a decorare la casa con le zucche intagliate e le candele profumate, e a riprendere la tradizione (tutta americana) di “dolcetto o scherzetto”? Mancano pochi giorni al 31 ottobre: ecco allora i consigli dell’Unione Nazionale Consumatori per trascorrere una festa sicura che faccia divertire grandi e piccini.

LE MASCHERE E I COSTUMI DI HALLOWEEN

Cominciamo dalle maschere e dai costumi: anzitutto, occhio al portafogli. Non è necessario spendere una fortuna nei negozi: basta fare una veloce ricerca su internet per scovare consigli pratici (anche con video tutorial per i meno esperti) per realizzare in casa tutto il necessario per una festa coi fiocchi. Se fate acquisti nei negozi, invece, diffidate dalle maschere di plastica che emettono un odore molto forte perché possono contenere sostanze tossiche.

LA ZUCCA DI HALLOWEEN

Simbolo per eccellenza che caratterizza la festa di Halloween, la zucca si trova in tutti i negozi di oggettistica, come contenitore per candele profumate, come lanterna o elemento decorativo. Sarà sicuramente più divertente intagliarne in casa una vera acquistata dal vostro fruttivendolo di fiducia: anche qui basta fare una ricerca sul web e avere a portata di mano pochi arnesi (una zucca appunto, un cucchiaio, un taglierino, una matita, un pennarello, due strofinacci, un coltello lungo e affilato) per svuotarla di polpa e semi e realizzare espressioni spaventose o ghigni beffardi. Vista la presenza di lame, a occuparsene saranno i grandi, lasciando ai più piccoli il divertimento di assistere alla preparazione. Se non siete pratici di lame e coltello, accontentatevi di realizzare una decorazione con dei fogli di cartoncino colorati: non sarà la stessa cosa, ma potrete comunque addobbare la casa con tante (e spaventose) zucche arancioni.

I TRUCCHI DI HALLOWEEN

Come per Carnevale, giocate a truccare i vostri bambini in tutta sicurezza: utilizzate solo prodotti di qualità per il facepainting (ovvero per dipingere il viso), perché la pelle dei piccoli è particolarmente delicata. Li potrete acquistare nei negozi di giocattoli: sono solitamente a base d’acqua, anallergici e senza parabeni; diffidate invece dai prodotti che trovate nelle bancarelle o che non riportano il marchio CE (come per tutti i giochi dei vostri bambini). Verificate inoltre, come raccomandano i dermatologi, che sia presente la lista degli ingredienti per permettere a un medico di intervenire in caso insorgano rossori o allergie. È importante comunque struccare i bambini quando la festa è finita.

I DOLCI DI HALLOWEEN

Per i dolci non fatevi cogliere impreparati: il pomeriggio del 31 ottobre suoneranno alla vostra porta di casa i figli dei vostri vicini per chiedervi “dolcetto o scherzetto?”, il famoso “trick-or-treat” americano. Meglio allora organizzarsi per tempo, e realizzare facili ricette come muffin al cioccolato, cupcake a base di zucca o biscotti con la glassa, solo per darvi qualche idea. Essendo dolci destinati ai più piccoli, meglio non eccedere con lo zucchero e se proprio non avete tempo di cucinare, a biscotti, cioccolatini e caramelle aggiungete la frutta di stagione: cachi, mele cotogne, mandarini e castagne sono tipici dell’autunno e con un po’ di fantasia possono diventare sufficientemente spaventosi per salvarvi dallo scherzetto di rito.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 23 ottobre 2018

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Email con ricatto: si tratta di una truffa

Se ricevete una email in cui vi viene detto che siete stati “scoperti” a visitare siti porno, non apritela perché si tratta di una truffa. A lanciare l’allerta è la Polizia Postale che ha riscontrato una massiccia attività di spamming a scopo estorsivo. Il tentativo di estorsione è opera di un gruppo internazionale di criminali che sta inviando email in cui viene comunicato agli utenti che il loro account di posta elettronica è stato hackerato. La Polizia Statale assicura però che si tratta di una falsa segnalazione, inviata per impaurire gli utenti e spingerli a pagare una somma di denaro richiesta.

Cosa dice l’email

Nell’email i criminali dicono di avere ‘beccato’ l’utente mentre visitava un sito porno. Ma non solo. Dicono anche di aver scaricato tutte le informazioni riservate sul suo conto (compresa la cronologia di navigazione) e di aver installato un virus sul suo computer (un trojan) tramite il quale avrebbero avuto accesso alla webcam riuscendo a filmarlo in atti intimi. Se l’utente non paga entro 48 un riscatto di 300 dollari in bitcoin (la moneta digitale), i criminali diffonderanno le immagini a tutti i suoi contattati, dunque amici, parenti e colleghi di lavoro.

Perché si tratta di una truffa

Sul suo sito la Polizia Postale spiega perché questo avvertimento è un tentativo di truffa. “È tecnicamente impossibile, infatti, – si legge sul sito – che chiunque, pur se entrato abusivamente nella nostra casella di posta elettronica, abbia potuto – per ciò solo – installare un virus in grado di assumere il controllo del nostro dispositivo, attivando la webcam o rubando i nostri dati”.

Cosa fare se si riceve questa mail?

In caso abbiate ricevuto questa email sulla vostra casella di posta elettronica, i consigli da seguire indicati dalla Polizia Postale sono i seguenti. Chi invece vuole ulteriori chiarimenti, può rivolgersi direttamente alla Polizia Postale cliccando sul sito www.commissariatodips.it

1) Mantenete la calma: il criminale non dispone di alcun filmato che ci ritrae in atteggiamenti intimi né, con tutta probabilità, delle password dei profili social da cui ricavare la lista di nostri amici o parenti;

2) Non pagate alcun riscatto: pagarlo significherebbe ricevere altre minacce e altre richieste di denaro;

3) Cambiate la password della vostra email, sceglietene una particolarmente complessa e fate in modo che sia differente rispetto a quella che utilizzate per accedere ad altri vostri profili sul web (ad esempio Facebook);

4) Abilitate meccanismi di autenticazione “forte”: fate in modo che all’inserimento della password venga associata l’immissione di un codice di sicurezza ricevuto sul vostro telefono cellulare;

5) In generale, non lasciate mai i vostri dispositivi incustoditi e non cliccate su link o allegati di posta elettronica sospetti.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 20 settembre 2018

Bambini lasciati in auto: come evitarlo

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Obbligo di installazione di dispositivi antiabbandono per non dimenticare i bambini in auto. La proposta di legge (ddl n. 776), il cui obiettivo è integrare l’articolo 172 del Codice della Strada che regola l’uso delle cinture di sicurezza e dei sistemi di ritenuta per bambini in auto, è stata approvata ad agosto dalla Commissione Trasporti della Camera ed è poi passata anche in Senato il 26 settembre senza che siano state apportate modifiche. Adesso spetterà al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti emanare entro 60 giorni un decreto in cui vengano indicati i criteri tecnici e costruttivi dei sistemi salva bebè. Successivamente, 120 giorni dopo l’emanazione del decreto scatterà l’obbligo di dotarsene. Obbligo che sarà comunque introdotto a partire dal 1 luglio 2019

Chi deve rispettare l’obbligo

I seggiolini salva bebè dovranno essere acquistati per obbligo da chiunque trasporti in auto bambino di età compresa tra 0 e 4 anni, pena una sanzione che va da 81 euro a 326 euro. Se il reato viene commesso con recidiva nell’arco di due anni, scatta la sospensione della patente da un minimo di 15 giorni a un massimo di 2 mesi. Queste sanzioni valgono anche nel caso in cui il seggiolino salva bebè è stato posizionato a bordo del veicolo ma non è stato attivato.

Bambini lasciati soli in auto, cosa prevede la legge

Purtroppo anche in Italia sono frequenti casi di bambini lasciati soli in auto dai propri genitori che si concludono in tragedie. Queste situazioni sono dovute soprattutto allo stress, ai ritmi forsennati e alle routine consolidate della vita quotidiana. Stati psicho-fisici che durante la giornata portano i genitori a compiere una serie di azioni in “automatico”, compreso il gesto di slacciare il seggiolone su cui è seduto il proprio figlio e farlo scendere dalla macchina. Non sempre, però, questi automatismi funzionano. L’abbandono di un bambino in auto è normato dall’articolo 591 del Codice penale. L’articolo stabilisce che il responsabile commette un reato punibile con la reclusione che va da sei mesi a cinque anni. Se in seguito all’abbandono il piccolo subisce una lesione personale, la reclusione va da uno a sei anni. Nel caso di morte accertata per abbandono di minore, gli anni di reclusione passano da tre a un massimo di otto.

Seggiolini salva bebé: come funzionano

In linea di massima i seggiolini antiabbandono hanno tutti un funzionamento simile. All’interno del seggiolino viene installato un dispositivo che tramite bluetooth si collega allo smartphone grazie a un’app. Dunque, quando si sale in auto telefono e seggiolino si collegano automaticamente. In questo modo appositi sensori di pressione riescono a rilevare se il seggiolino è occupato oppure no. Se i sensori percepiscono che il bambino è rimasto a bordo del veicolo scattano due allarmi: il primo parte quando lo smartphone si allontana di qualche metro dall’auto e al telefono arriva una apposita notifica. Se a questo allarme non segue nessuna reazione da parte del genitore, l’app fa partire una serie di sms ai numeri di emergenza che erano stati preimpostati. In certi casi, grazie al collegamento gps, è anche indicata l’ubicazione della macchina.

Ci sono in commercio molti altri dispositivi antiabbandono. C’è un’app, ad esempio, che fa abbassare i finestrini quando scatta l’allarme in caso di abbandono. Un altro dispositivo tramite un allarme sonoro avvisa il conducente se allo spegnimento dell’auto il bambino è ancora in macchina. Il costo di questi apparati va dai 150 ai 350 euro. Una volta entrata in vigore la legge, sarà chiaro quale di questi dispositivi è ritenuto idoneo e quale invece no. Il Governo ha assicurato che introdurrà degli incentivi per fare in modo che l’acquisto di questi dispositivi sia sostenibile da tutte le famiglie.

Consigli utili da seguire

Negli Stati Uniti, Paese in cui muoiono in media circa 37 bambini ogni anno perché sono stati abbandonati in auto dai loro genitori, l’associazione KidsAndCars.org ha lanciato una guida che si chiama “Look before you lock”, il cui significato è “Guarda prima di chiudere”. Le regole indicate a prima vista potrebbero sembrare banali per ogni genitore. In realtà leggerle e fissarle il più possibile nella mente è una cosa utile da fare. La speranza è che non accada mai a nessuno, ma avere un vuoto totale di concentrazione durante una normale giornata potrebbe capitare a chiunque e a pagarne le conseguenze, purtroppo, potrebbero esserne anche i più piccoli. Tra i consigli contenuti in questa guida, ve ne se sono in particolare tre che non vanno assolutamente dimenticati quando si viaggia in auto con dei bambini: una volta entrati in macchina poggiate sul sedile posteriore qualcosa di cui avete bisogno (ad esempio il cellulare), in questo modo sarete “costretti” ad aprire lo sportello posteriore una volta che avete parcheggiato o a tornare in macchina per prenderlo se lo avete dimenticato; chiedete al personale della scuola dell’infanzia frequentata da vostro figlio di chiamare se il bambino non è arrivato come previsto; mettete un gioco di vostro figlio sul sedile del passeggero anteriore, è un modo anche questo per non farvi dimenticare che in auto non siete da soli.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 19 settembre 2018

Panino a scuola: sì del Consiglio di Stato

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A scuola gli alunni potranno portare da casa il pasto da consumare a pranzo, sia che si tratti di un panino, di un piatto freddo o caldo. Lo ha stabilito a inizio settembre una sentenza del Consiglio di Stato confermando un pronunciamento attraverso cui il Tar della Campania si era opposto al divieto imposto dal Comune di Benevento. L’amministrazione del comune campano aveva respinto la proposta di circa 50 famiglie che avevano chiesto di far mangiare ai loro figli a scuola un pasto preparato a casa e non quello servito dalla mensa.

La sentenza del Consiglio di Stato ha dunque fatto valere la libertà delle famiglie nel fare le scelte alimentari che ritengono più opportune per i loro figli. Una decisione in linea con la circolare n. 348 del 3 marzo 2017 del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), in cui però viene anche specificato che nel caso in cui ci siano studenti che portano il cibo da casa è compito dei dirigenti scolastici dettare determinate “regole igieniche da seguire” e “adottare una serie di consequenziali cautele e precauzioni”.

La situazione in Italia

La sentenza del Consiglio di Stato ha una valenza nazionale, il che significa che d’ora in avanti le famiglie che non ritengono valida l’offerta alimentare della mensa della scuola frequentata dai loro figli, o che non possono permettersi il costo di questo servizio, potranno optare per il pranzo fai-da-te. Finora, invece, c’era l’obbligo di far uscire il figlio da scuola durante la pausa mensa e farlo poi rientrare prima della ripresa delle lezioni pomeridiane. Una situazione complicata da gestire, specie per quei genitori che lavorano a tempo pieno. Oltre che nelle scuole di Benevento, ad oggi possono pranzare con il cibo portato da casa anche gli alunni delle scuole di Torino, Milano, Venezia, Verona, Ferrara, Genova, Guidonia e Lucca.

In Italia il servizio mensa nelle scuole varia a livello regionale sia per ciò che concerne l’offerta alimentare che per quanto riguarda il prezzo. Nell’ultimo anno scolastico 2.900 istituti hanno aderito al progetto governativo “Frutta nelle scuole”, il cui obiettivo è incentivare un maggior consumo di frutta e verdura durante la pausa pranzo a scuola. Mentre per il periodo 2017-2023 l’Unione Europea ha stanziato 25,8 milioni per sostenere il consumo di più frutta e verdura nelle scuole primarie.

Il pasto portato da casa è più sano?

La notizia della sentenza del Consiglio di Stato contraria al Comune di Benevento ha aperto un dibattito su quanto effettivamente un pasto portato da casa sia più sano rispetto dal cibo offerto dalla mensa scolastica. Per le famiglie che optano per il fai-da-te il consiglio che danno i nutrizionisti è far seguire ai propri figli una dieta bilanciata. Un panino ripieno, ad esempio, potrebbe essere un buon sostituto del pasto ma solo se alternato ad altre pietanze. In generale, per ogni pasto dovrebbero essere previsti dei carboidrati (pasta, pane, riso, farro, orzo, patate), delle proteine (formaggio, pesce, carne, uova, legumi), fibre (come la verdura di stagione), vitamine (frutta) e olio extravergine d’oliva.

Come si trasportano i cibi a scuola?

Altro aspetto importante da considerare, infine, riguarda i problemi igienico-sanitari legati ai panini portati da casa e, in particolare, il pericolo di tossinfezioni alimentari. In tal senso i genitori devono prestare la dovuta attenzione a come i cibi vengono conservati e trasportati a scuola. La soluzione migliore è utilizzare dei contenitori in vetro. Possono essere usati anche contenitori in plastica, alluminio o altri materiali purché non rilascino nessun materiale che potrebbe contaminare i cibi. Per l’estate l’ideale è usare una borsa frigo con all’interno del ghiaccio sintetico in modo da far mantenere agli alimenti una temperatura di 4 gradi fino alla consumazione. Nei mesi freddi, invece, le pietanze andrebbero riscaldate a una temperatura adeguata.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 11 settembre 2018

Bambini in moto: come viaggiare in sicurezza

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D’estate sono in tanti a lasciare l’auto in garage per spostarsi in moto. Per chi si muove sulle due ruote l’attenzione deve essere sempre altissima tra buche e rischi di tamponamenti sempre dietro l’angolo. Un accorgimento che deve valere, ancor di più, se si fa salire in sella un bambino. Ecco cinque cose da sapere per viaggiare nella massima sicurezza insieme ai più piccoli.

A quale età i bambini possono essere trasportati in moto?

Secondo quanto stabilito dalle ultime modifiche apportate all’art. 170 del Codice della strada, possono essere trasportati su ciclomotori e motocicli bambini di età superiore ai 5 anni. I bambini che hanno meno di cinque anni non possono viaggiare neanche su un dispositivo di adattamento del sedile della moto, come un seggiolino. Chi non rispetta la legge va incontro a multe che vanno da 161 euro a 647 euro, mentre non è prevista la decurtazione dei punti dalla patente.

Come si trasportano i bambini in moto?

Durante il trasporto in moto, i bambini non devono mai essere posizionati davanti al conducente, dunque né sulla sella né in piedi sulla pedana. In queste posizioni un bambino potrebbe infatti ostacolare i movimenti del conducente provocando, ad esempio, un sbandamento del veicolo. Inoltre, stando sulla pedana il bambino non sarebbe protetto da possibili urti frontali del veicolo e, in caso di impatto, potrebbe venire schiacciato tra il corpo dell’adulto e il mezzo.

Si può fissare un seggiolino sulla moto?

Per rendere il trasporto in moto del bambino più sicuro e stabile, è possibile fissare sul mezzo un seggiolino in plastica con delle cinghie. Questo dispositivo è dotato di staffe regolabili a seconda dell’età del bambino ed è adattabile in base al tipo di moto. Nonostante sia un ottimo strumento per garantire una guida sicura, non è però obbligatorio per legge.

La scelta del casco

Al pari del casco per gli adulti, il casco per i bambini deve calzare in modo che non possa essere mosso una volta allacciato. È dunque importante non far indossare ai bambini i caschi da adulto per “praticità” o acquistare modelli più grandi che durerebbero più a lungo. Il casco integrale è sicuramente più sicuro rispetto al modello jet, che invece è più semplice da indossare. In caso di incidente o di caduta, il casco integrale protegge infatti sia la testa che il viso. Occorre inoltre prestare attenzione anche al peso del casco: se si acquistano modelli troppo pesanti rispetto alle proporzioni del bambino, ciò potrebbe sollecitare eccessivamente la muscolatura del collo del piccolo sia in caso di incidente che di frenata. Infine, è bene sempre far indossare al bambino abbigliamento tecnico imbottito. Facile a dirsi ma non a farsi, specie d’estate. Ma in caso di caduta, è una protezione in più che può fare la differenza in senso positivo.

Altri accorgimenti

Infine, prima di mettere in moto è importante accertarsi di altre due cose: il bambino deve essere seduto in posizione corretta e non deve addormentarsi, altrimenti non sarà in grado di controllare eventuali movimenti improvvisi del mezzo.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 5 settembre 2018