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Lista nozze, i consigli per ricevere i regali giusti

immagine di un'auto scelta per un matrimonio

Da sempre i mesi primaverili ed estivi sono quelli scelti dalla maggior parte degli italiani per convolare a nozze. Per chi si appresta a compiere questo importantissimo passo, ci sono una serie di consigli utili da seguire per organizzare nel miglior modo possibile il matrimonio, evitando problemi, disservizi e spiacevoli sorprese dell’ultima ora. Si va dalla prenotazione della location, al catering che si occuperà del banchetto, dalla scelta dei fiori a quella del fotografo, dalla luna di miele alla lista nozze. Quest’ultimo è un aspetto molto importante del matrimonio, perché riguarda tutti i partecipanti.

Come si organizza una lista nozze

Come detto, quando si organizza un matrimonio una delle principali “pratiche” che i futuri sposi sono chiamati ad affrontare è quella della lista nozze. Specie negli ultimi anni tante coppie hanno optato per “sorvolare” su questa scelta aprendo una lista in un’agenzia di viaggi e chiedendo agli invitati un contributo economico per le spese della luna di miele: dal pagamento del volo all’organizzazione di un’escursione particolare o di una cena a lume di candela in una spiaggia esotica. Non tutti però fanno questa scelta. Molte coppie, infatti, continuano a optare per la lista nozze “classica”: in pratica indirizzano gli invitati verso uno o più rivenditori (piccoli o medi negozi ma soprattutto punti vendita di grandi catene) presso cui hanno stilato una lista di prodotti che vorrebbero ricevere in regalo. Nella lista nozze vengono generalmente inseriti prodotti per arredare la casa in cui la coppia andrà a vivere insieme.

Rispetto al passato nella composizione della lista nozze molte cose sono cambiate. Spesso oggi le coppie che si apprestano ad andare all’altare convivono già da tempo e, chi più chi meno, possiedono quasi tutto il necessario nella casa in cui vivono. Per questo motivo si sta facendo largo l’abitudine di inserire nella lista nozze non più solo set di posate o servizi di piatti ma parti di arredamento (un divano ad esempio), elettrodomestici (come un frigorifero) e prodotti di elettronica e di tecnologia (televisori, impianti hi-fi, videocamere). Si tratta di soluzioni azzeccate: molti di questi prodotti hanno infatti un costo rilevante e l’occasione del matrimonio può essere quella giusta per farseli regalare dagli invitati risparmiando così su di una spesa necessaria.

L’importante è selezionare i prodotti scegliendo diverse categorie di prezzo in modo da “venire incontro” alle possibilità di budget di amici e parenti evitando di “costringerli” a frazionare le quote ad esempio di una cucina. Soprattutto i parenti, infatti, preferiscono regalare “pezzi singoli” agli sposi in modo che abbiano nella loro casa un oggetto che li ricordi.

A chi affidare la lista nozze?

Nello scegliere il rivenditore di prodotti a cui affidare la propria lista nozze le opzioni sono principalmente due. Da un lato ci sono le catene dei prodotti di elettronica che offrono il massimo della scelta su prodotti hi-tech ed elettrodomestici, ma dove manca però la possibilità di scegliere prodotti più “tradizionali”, legati dunque all’arredamento o agli accessori da cucina. Dall’altro lato ci sono i negozi che vendono mobili, cucine o arredamento che però, a loro volta, difficilmente offrono in vendita prodotti tecnologici.

Ciò che è certo è che più sicuro e vantaggioso dal punto di vista economico scegliere il punto vendita di una catena. Molti di questi negozi offrono infatti la possibilità di gestire online la lista nozze nei suoi diversi aspetti: dalla creazione alle modifiche in corso, dalla consegna dei regali a una loro eventuale installazione a casa. Si tratta di servizi di cui tenere conto per venire incontro tanto alle esigenze degli sposi – presi da altro subito dopo il matrimonio, come ad esempio la partenza per la luna di miele – quanto a quelle degli invitati che potranno così evitare di recarsi di persona in un unico negozio per fare il regalo. Anche l’aspetto economico non va sottovalutato: acquistando tutto (o quasi) nello stesso negozio di una catena generalmente si offre agli sposi l’occasione di approfittare di promozioni e offerte.

Dieci cose di cui accertarsi prima di scegliere il rivenditore

Per concludere, ecco un elenco delle dieci cose di cui è necessario nell’organizzazione di una lista nozze.

  1. Muovetevi con circa 6 mesi di anticipo rispetto alla data del matrimonio. In questo modo potrete farvi un’idea delle cose che vi servono realmente e valutare le offerte proposte dai vari store.
  2. Assicuratevi che lo store su cui intendete puntare sia affidabile. La chiusura della lista nozze potrebbe durare a lungo, addirittura anche più di due anni, motivo per cui dovete essere sicuri della solidità del negozio e del fatto che, nel frattempo, non abbassi le saracinesche per fallimento.
  3. Verificate che la varietà dei prodotti inseribili nella lista sia conforme alle vostre esigenze. Il rischio, in caso contrario, è quello di trovarvi in casa prodotti belli o di tendenza ma poco funzionali per la vita di ogni giorno.
  4. La soluzione migliore è, come detto, rivolgersi a una catena: in questo modo si può organizzare e gestire la lista online non dovendosi recare ogni volta di persona nel negozio e si possono indirizzare gli invitati in diversi punti vendita.
  5. Una volta scelto lo store a cui affidare la lista nozze, verificate che la consegna dei prodotti sia inclusa nel contratto. Per praticità concordate l’arrivo in un’unica soluzione. Verificare se ci sono obblighi di ritirare i prodotti entro un centro periodo o se è possibile usufruire del deposito dei regali.
  6. Verificate che installazione e montaggio dei prodotti (per elettrodomestici, mobili, etc) sia a carico del negoziante.
  7. Accertatevi di poter attivare la lista online e verificate le funzionalità del sito dello store a cui vi affidate. È importante poter visualizzare facilmente le caratteristiche dei prodotti, dare agli invitati la possibilità di inviare messaggi agli sposi una volta fatto il regalo, avere alcuni esempi di liste “precompilate” per non dimenticare nulla.
  8. Accertatevi che la lista si possa modificare in corso d’opera e se, alla chiusura della lista, ci sia la possibilità di acquistare prodotti diversi da quelli individuati dagli ospiti (nel rispetto del totale speso). È importante capire se lo store vi garantisce la possibilità di gestire come volete un eventuale credito.
  9. Prima di trovare l’accordo con il rivenditore, chiedete se ci sono promozioni (scontistiche o buoni spesa) al raggiungimento di determinati budget.
  10. Verificate se sui prodotti viene applicata la garanzia “miglio prezzo” per tutta la durata della lista.

Se hai problemi rivolgiti a noi

In generale per problemi e disservizi riguardanti i matrimoni, lo sportello di assistenza dell’Unione Nazionale Consumatori mette a disposizione i propri esperti.

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Autore: Rocco Bellantone
Data: 7 maggio 2019

Email con ricatto: si tratta di una truffa

Se ricevete una email in cui vi viene detto che siete stati “scoperti” a visitare siti porno, non apritela perché si tratta di una truffa. A lanciare l’allerta è stata diversi mesi fa la Polizia Postale dopo aver riscontrato una massiccia attività di spamming a scopo estorsivo. Allora è stato appurato che il tentativo di estorsione era opera di un gruppo internazionale di criminali che aveva inviato email in cui veniva comunicato agli utenti che il loro account di posta elettronica era stato hackerato. La Polizia Statale aveva però assicurato che si trattava di una falsa segnalazione, inviata per impaurire gli utenti e spingerli a pagare una somma di denaro richiesta. Nonostante questa rassicurazione, il rischio di ricevere sul proprio indirizzo di posta elettronica messaggi di questo tipo resta sempre vivo. Vediamo perché.

Cosa dice l’email

Nell’email i criminali dicono di avere ‘beccato’ l’utente mentre visitava un sito porno. Ma non solo. Dicono anche di aver scaricato tutte le informazioni riservate sul suo conto (compresa la cronologia di navigazione) e di aver installato un virus sul suo computer (un trojan) tramite il quale avrebbero avuto accesso alla webcam riuscendo a filmarlo in atti intimi. Se l’utente non paga entro 48 ore un riscatto di 300 dollari in bitcoin (la moneta digitale), i criminali diffonderanno le immagini a tutti i suoi contatti, dunque amici, parenti e colleghi di lavoro.

Perché si tratta di una truffa

Sul suo sito la Polizia Postale spiega perché questo avvertimento è un tentativo di truffa. “È tecnicamente impossibile, infatti, – si legge sul sito – che chiunque, pur se entrato abusivamente nella nostra casella di posta elettronica, abbia potuto – per ciò solo – installare un virus in grado di assumere il controllo del nostro dispositivo, attivando la webcam o rubando i nostri dati”.

Cosa fare se si riceve questa mail?

In caso abbiate ricevuto questo tipo di email sulla vostra casella di posta elettronica, i consigli da seguire indicati dalla Polizia Postale sono i seguenti. Chi invece vuole ulteriori chiarimenti, può rivolgersi direttamente alla Polizia Postale cliccando sul sito www.commissariatodips.it

1) Mantenete la calma: il criminale non dispone di alcun filmato che ci ritrae in atteggiamenti intimi né, con tutta probabilità, delle password dei profili social da cui ricavare la lista di nostri amici o parenti;

2) Non pagate alcun riscatto: pagarlo significherebbe ricevere altre minacce e altre richieste di denaro;

3) Cambiate la password della vostra email, sceglietene una particolarmente complessa e fate in modo che sia differente rispetto a quella che utilizzate per accedere ad altri vostri profili sul web (ad esempio Facebook);

4) Abilitate meccanismi di autenticazione “forte”: fate in modo che all’inserimento della password venga associata l’immissione di un codice di sicurezza ricevuto sul vostro telefono cellulare;

5) In generale, non lasciate mai i vostri dispositivi incustoditi e non cliccate su link o allegati di posta elettronica sospetti.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 7 maggio 2019

Trading online: come riconoscere le truffe

L'immagine di un uomo che investe in borsa usando il proprio smartphone

Chiunque navigando su internet si sarà imbattuto almeno una volta nell’annuncio di “occasioni d’oro” da non perdere per diventare ricchi in pochissimo tempo. Spesso in questi messaggi pubblicitari si vedono i volti sorridenti di persone “normali” – studenti universitari, lavoratori, casalinghe, pensionati – che investendo in borsa piccole cifre, in modo semplice e con pochi click, sono riuscite a portarsi a casa cifre da capogiro. Per chi non lo sapesse, l’acquisto e la vendita di titoli non funziona affatto così, e se qualcuno vi propone di mettervi alla prova con un investimento di poche decine di euro su una piattaforma di trading online, pensateci non una ma due volte prima di dire di sì. Proviamo a spiegare perché.

Truffe online, le regole ci sono (ma in pochi le rispettano)

Nonostante all’apparenza le vincite facili proposte possano sembrare irrealizzabili a prima vista, sono tante purtroppo le persone che abboccano ogni giorno all’amo, complici gli slogan e le immagini accattivanti utilizzati e la pervasività dei messaggi pubblicitari, particolarmente accentuata sul web. Lo dimostrano le centinaia di segnalazioni e reclami che arrivano ai nostri sportelli di assistenza. Eppure queste truffe non si dovrebbero nemmeno verificare, anzitutto perché l’attività finanziaria di investimento è regolamentata a livello nazionale ed europeo. Tante aziende però operano al di fuori delle regole, non avendo mai ottenuto alcuna autorizzazione a raccogliere risparmi sul territorio italiano da parte della Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), e continuando a truffare la gente non preoccupandosi affatto di incorrere in sanzioni. L’esercizio abusivo di servizi e attività di investimento è infatti un reato punito con la reclusione fino a un massimo di 8 anni in base all’art. 166 del Testo unico della Finanza – Tuf.

Le tecniche utilizzate dai truffatori

Chi confeziona i messaggi pubblicitari per attirare gli utenti nella trappola del trading online, fa leva principalmente su tre elementi. Il primo elemento è far passare il messaggio che con pochi soldi, con alcuni semplici click e in brevissimo tempo chiunque può far lievitare 100 euro fino addirittura a 40.000 euro. Insomma, un miracolo alla portata di tutti. Il secondo elemento consiste nella tecnica di utilizzare parole e formule rassicuranti – dai “periodi di prova” ai “bonus di benvenuto” – per far credere all’utente che non correrà alcun rischio nell’investire parte dei propri risparmi in borsa. Ciò che si verifica è però puntualmente l’esatto contrario. Il terzo elemento rimanda infine a tecniche di marketing che sono sempre più aggressive: si va dall’invio di sms alle chiamate promozionali sui numeri di cellulare nel corso delle quali l’operatore prova a “giocare” sulla scarsa attenzione o sulla fretta dell’utente spingendolo a investire piccole cifre in cambio di bonus che gli faranno guadagnare molti più soldi.

Come riconoscere i siti pericolosi per i nostri soldi: 5 consigli da seguire

Riconoscere i siti di trading online che celano delle truffe è possibile. Basta seguire una serie di consigli, come quelli indicati dalla Consob, e ricordarsi che una volta entrati in contatto con queste piattaforme sarà difficile tornare indietro e recuperare i soldi investiti.

  1. La prima cosa a cui fare attenzione è lo schema della comunicazione pubblicitaria. È molto simile a quello del gioco online e, in effetti, chi propone il trading online vuole farci credere che sia facile come scommettere sul risultato di una partita di calcio.
  2. Occorre accertarsi subito della vera ed esatta denominazione della società che propone l’investimento. Se si hanno difficoltà nell’ottenere queste informazioni basilari, allora è meglio “cambiare aria”. In generale, è sempre bene comunque non fidarsi ciecamente di quello che viene riportato sul sito di una società, così come non basta leggere che il soggetto in questione è vigilato da un’autorità pubblica. Se la società non è presente sul sito della Consob fra le imprese autorizzate (o sugli elenchi della Banca d’Italia), non bisogna assolutamente investire.
  3. Un altro campanello d’allarme squilla nel momento in cui la sede sociale dell’impresa che propone l’investimento è situata in un paradiso fiscale o in una località esotica.
  4. Diffidare dalle promesse di rendimenti molto più alti di quelli presenti sul mercato, così come da bonus e incentivi di vario tipo e dai guadagni iniziali assicurati.
  5. Tenere sempre a mente le modalità con cui è stata promossa la piattaforma di trading online. Come detto si può trattare di sms, di telefonate ai numeri di cellulare, ma anche dell’invio di link tramite mail, di banner e pop up che compaiono sulle pagine web che si stanno consultando e di passaparola nei “forum di finanza”, dove capita spesso che dietro gli “esperti” si celino operatori delle società che puntano a truffare gli utenti.

Come difendersi da queste truffe?

La prima cosa da fare, come detto, è verificare se il soggetto che offre il servizio di trading online sia autorizzato in Italia. In ogni caso conviene verificare se vi siano delle segnalazioni negative presso la Consob. È una verifica semplice da fare. Sul sito dell’Autorità vengono infatti pubblicati periodici avvisi in cui sono resi noti i nomi dei soggetti non autorizzati. Se dopo vari controlli si prende la decisione di investire in borsa, così come per gli acquisti online è importante tutelarsi con il metodo di pagamento. È quindi sconsigliabile anzitutto l’uso del bonifico bancario. Molto meglio effettuare i pagamenti tramite carta di credito, cosa che consente, almeno in determinate circostanze, di contestare gli addebiti e magari anche di recuperare i soldi versati. Se si iniziano ad avere difficoltà nella restituzione delle somme investite, la cosa da fare è uscire subito dall’investimento. In caso di necessità, i nostri sportelli d’assistenza e i nostri esperti sono sempre pronti a darvi una mano.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 16 aprile 2019

Pane e coperto al ristorante: le voci che gonfiano il conto

 

Pane, coperto e servizio al ristorante: avete appena consumato un’ottima cena ma ritenete che il conto sia “gonfiato” rispetto ai piatti consumati? A pesare, spesso, è il rincaro che a volte trovate in fondo alla fattura, quando vengono riportate le voci pane, coperto e servizio. Ma sono costi legittimi?

Pane e coperto

La voce “pane e coperto” riguarda il costo relativo non solo al cestino dell’alimento (spesso indicato a parte se di produzione propria) ma anche all’apparecchiatura della tavola (tovaglia, posate e tovaglioli). La prassi ha un’origine storica ben definita. È stata infatti introdotta nelle locande del Medioevo contro gli avventori che sostavano nei locali per trovare riparo dal freddo, da qui il costo appunto del posto al “coperto”. Da allora, però, di tempo ne è passato e oggi questi costi aggiuntivi sono obiettivamente ingiustificati, soprattutto nei ristoranti che usano tovagliette e tovaglioli di carta usa e getta. Per questo motivo, sono molti i ristoratori che fanno rientrare nel coperto anche una serie di servizi non quantificabili nel conto come: la posizione e la peculiarità della location, la professionalità del personale, la qualità del servizio, la pulizia del locale.

Servizio

Con la voce “servizio”, che si attesta intorno al 15-20% del conto totale, si usava pagare i camerieri quando ancora non esistevano i contratti di lavoro. Anche in questo caso, si tratta di un costo aggiuntivo che troviamo ancora oggi in fattura, nonostante i dipendenti di un ristorante debbano essere per legge contrattualizzati.

La legittimità di pane, coperto e servizio

Tutte queste voci non sono in realtà illegittime in quanto non esiste una legge nazionale che le vieti, ed è quindi a discrezione del ristoratore applicarle. Ma, almeno per quanto riguarda il coperto, questo deve essere esplicitamente indicato nel listino prezzi, come disposto dall’art. 18 del regio decreto n. 635/1940. La voce relativa al costo del coperto, tuttavia, deve essere specificamente indicata nel listino prezzi. La legge italiana impone infatti ai pubblici esercenti di esporre nel locale dell’esercizio, in luogo ben visibile al pubblico, la licenza, l’autorizzazione e la tariffa dei prezzi.

La situazione a Roma e nel Lazio

Non essendo in vigore, come detto, una normativa a livello nazionale, diverse Regioni e Comuni hanno deciso di regolarizzare la materia con delle leggi ad hoc. È il caso, tra gli altri, del Comune di Roma e della Regione Lazio. Nel 1995 un’ordinanza del sindaco vietava di imporre la voce “coperto”, mentre consentiva di indicare la voce “pane” e la voce “servizio”. Qualche anno più tardi, nel 2006, una legge regionale (n. 21 del 29 novembre) ha vietato la voce “pane e coperto”, consentendo però la voce “servizio”. “Qualora il servizio di somministrazione sia effettuato al tavolo – dice la legge – la tabella o il listino dei prezzi deve essere posto a disposizione dei clienti prima dell’ordinazione e deve indicare l’eventuale componente del servizio con modalità tali da rendere il prezzo chiaramente e facilmente comprensibile al pubblico. È inoltre fatto divieto di applicare costi aggiuntivi per il coperto”.

I nostri consigli

Nonostante la normativa sia molto chiara, a Roma sono molti i ristoratori che non rispettano le regole, ad esempio inserendo nel conto voci equivoche. Per evitare inganni, il consiglio è quello di verificare che il menu indichi la componente del servizio specificando cosa il consumatore paga a fronte di quella specifica voce di prezzo. Lo stesso vale in molte Regioni, come la Lombardia. L’eventuale denuncia per illeciti posti in essere dai ristoratori deve essere presentata ai vigili urbani. Alla luce di questa situazione frammentata, sono pertanto necessari almeno due interventi per tutelare i consumatori: introdurre una normativa nazionale che renda esplicito il divieto di far pagare il coperto e prevedere sanzioni a carico dei ristoratori che non rispettano la legge.

Data: 16 aprile 2019
Autore: Rocco Bellantone

Fatturazione elettronica: cosa è cambiato

Una persona sta effettuando una fatturazione elettronica

A più di due mesi dall’entrata in vigore della fatturazione elettronica, aziende e liberi professionisti stanno sempre più prendendo le misure al nuovo sistema. Per fare chiarezza sull’andamento di questo nuovo corso, e per capire se effettivamente questo obbligo contribuirà concretamente ad arginare l’evasione dell’Iva in Italia, abbiamo posto delle domande a Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio fatturazione elettronica ed ecommerceB2b della School of Management del Politecnico di Milano.

Partiamo dall’abc: per chi è obbligatoria la fatturazione elettronica?

Una fotografia di Claudio Rorato

Claudio Rorato

La fatturazione elettronica è obbligatoria per tutti i soggetti residenti e stabiliti sul territorio italiano con alcune eccezioni ed esoneri che riguardano: le partite Iva in regime di vantaggio e forfetari, con quest’ultimi per i quali la soglia è stata alzata a 65.000 euro; gli operatori agricoli in regime agevolato in base all’art. 34, comma 6, del dpr 633/72; le società sportive dilettantistiche, escluse le attività di sponsorizzazione e pubblicità che restano incluse nell’obbligo; medici, farmacisti, operatori sanitari per i quali è obbligatorio l’invio dei dati al sistema Tessera Sanitaria; le imprese che vendono a soggetti esteri. In generale, gli esoneri valgono per l’invio delle fatture, non per la ricezione.

Cosa cambia per i normali consumatori che non sono possessori di partita Iva?

Per il consumatore finale di fatto non cambia nulla. Se ricevevano scontrini o altri documenti fiscali prima, anche oggi è così. Se il fornitore deve emettere fattura a un consumatore finale, perché gli è utile ai fini di effettuare delle deduzioni dalla dichiarazione dei redditi, l’azienda dovrà obbligatoriamente: trasmetterla in formato XML (eXtensible Markup Language) verso l’SdI (sistema di interscambio, ndr) che la depositerà nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate da cui il consumatore, o un suo delegato, la potrà scaricare e consultare; trasmetterla al consumatore finale con i canali tradizionali con cui era solita trasmetterla (via mail in pdf o a mano o per posta in forma cartacea).

Finora il vostro Osservatorio che tipo di malfunzionamenti del sistema ha registrato?

L’Osservatorio raggruppa tutti i principali attori del mondo dell’offerta e oltre 30 aziende utilizzatrici. Se guardiamo gli scarti relativi ai filefattura inviati, la percentuale è oggi del 4,4%, in riduzione rispetto al mese precedente, quando era oltre il 6%. È un buon segno di funzionamento dell’intero sistema che comprende clienti, fornitori, providere l’Agenzia delle Entrate. Come tutte le novità, è necessario un periodo di rodaggio, per ‘oliare’ bene le macchine. Tra le criticità segnalate posso citare a volte dei mancati riscontri di ricezione fattura, qualche difficoltà nella modalità di trasmissione SFTP (Secure File Transfer Protocol), richieste di un nuovo invio del file fattura per impossibilità di lettura del documento elettronico, alcune lacune nel servizio di assistenza telefonico o via mail. Queste criticità rappresentano, però, un dazio da pagare per qualsiasi novità importante che sostituisce abitudini consolidate.

Con il sistema di fatturazione elettronica a regime ci sarà meno evasione fiscale in Italia?

L’evasione dell’Iva in Italia è pari a circa 40 miliardi di euro annui, vale a dire al 25% dell’evasione totale che si registra nell’intera Europa. L’obbligo di fatturazione elettronica B2B (business to business) è stato introdotto in Italia – il primo Paese in Europa – per diversi motivi, tra i quali spicca per l’appunto la volontà di ridurre l’evasione dell’Iva. Per ciò che concerne l’Iva il gapè composto da tre componenti principali che rimandano all’evasione senza consenso (il cui corrispettivo è di circa 17 miliardi di euro annui), all’omesso versamento (8 miliardi di euro annui) e all’evasione con consenso (circa 15 miliardi di euro annui). L’obbligo di fatturazione elettronica inciderà sulle prime due componenti. Certamente non si potrà intervenire nei casi in cui due soggetti si mettono d’accordo per non emettere fattura. Sicuramente la fattura elettronica darà benefici in termini di controllo sull’evasione. Oggi, dalle stime del nostro Osservatori, risulta coinvolto circa il 44% delle aziende. Per l’altra parte, esonerata, occorrono controlli per evitare di ridurre il beneficio preventivato in termini riduzione dell’evaso Iva.

Ci sono dei miglioramenti che potrebbero essere apportati al sistema?

Come tutti i sistemi complessi e appena avviati, il miglioramento è atteso, perché l’esperienza, come si dice, insegna. Qualche suggerimento lo abbiamo raccolto dalla communitydel nostro Osservatorio, che può portare dei benefici già nel breve periodo. Mi riferisco, per esempio, alla possibilità di prevedere la notifica di avvenuto downloaddella fattura dall’area ‘fatture e corrispettivi’. Un altro correttivo utile potrebbe consistere nel dare la possibilità ai providerdi poter accedere, dietro delega del cliente, al cassetto fiscale del cliente per velocizzare il controllo che tutte le fatture siano state ricevute o, ancora, prevedere la possibilità di inserire nelle fatture caratteri alfanumerici e speciali e importi in doppia valuta. Altri suggerimenti, di impatto ancora più ampio, potrebbero riguardare la possibilità di mettere a disposizione dei contribuenti o dei provider le ‘impronte informatiche’ delle fatture transitate dal SdI, evitando incresciose situazioni di doppio finanziamento sugli stessi documenti e potenziando notevolmente gli strumenti innovativi di Supply chain finance (vale a dire i servizi e soluzioni che un’impresa può usare per finanziare il proprio capitale circolante). Da ultimo potremmo ipotizzare un sistema provvisto di Intelligenza Artificiale, che sia in grado di evitare il doppio invio di fatture, oggi recapitate in più copie presso le caselle dei contribuenti.

 

LA PAROLA ALL’ESPERTO

Abbiamo chiesto uno sguardo di insieme sulla fattura elettronica al nostro esperto in materia fiscale, Gianluca Timpone

Gianluca Timpone

La fatturazione elettronica, dopo aver mosso i primi passi, sta cercando di superare le prime difficoltà soprattutto per quanto riguarda alcune modalità operative. Se i titolari di partita Iva possono avvalersi di professionisti qualificati per risolvere e dirimere alcune criticità, il consumatore finale invece è ancora disorientato. In tanti, infatti, non sanno che per loro non occorre né la PEC né tanto meno il codice univoco poiché il privato che agisce nella sua qualità di consumatore viene identificato attraverso il proprio codice fiscale: in questo caso la fattura dovrà essere consegnata in formato cartaceo e in ogni caso la stessa sarà comunque consultabile anche nella propria area riservata presente all’interno del sito dell’Agenzia delle Entrate. Altra confusione riguarda le ricevute fiscali: se andiamo al ristorante e non si richiede espressamente la fattura l’importo pagato verrà certificato esclusivamente con il rilascio della ricevuta fiscale.

Una volta esaurita la fase digestiva della fatturazione elettronica ci saranno molti e indubbi vantaggi per tutti perché dovrebbero venir meno anche alcune incombenze a carico di ciascuno: arrivando tutte le fatture (anche quelle emesse nei confronti di consumatori privati) direttamente all’interno del data base fiscale, si dovrebbe ottenere una riduzione dei tempi sprecati per il disbrigo di pratiche burocratiche che coinvolge tutti professionisti imprenditori e operatori professionali.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 16 aprile 2019

Bici elettriche, in vista obbligo di casco, targa e assicurazione

L'immagine di una donna che guida una bici elettrica

Nelle strade delle nostre città si vedono circolare sempre più spesso bici elettriche. Si tratta di mezzi semplici da usare come una normale bicicletta, con il valore aggiunto che rispettano l’ambiente non emettendo sostanze inquinanti nell’aria. Gli ultimi modelli proposti sul mercato hanno dotato queste bici di un motore elettrico per la pedalata assistita che, di fatto, le equipara a dei motorini di cilindrata 50. Basti pensare che alcune di queste bici elettriche arrivano infatti a sfiorare i 60 km/h. Per questo motivo in Parlamento è stato presentato dal senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Bertoldi un disegno di legge che prevede una serie di misure per normare l’uso di questi mezzi. Vediamo di che si tratta.

La differenza con la bici a pedalata assistita

Quando si parla di bici elettriche, la prima distinzione che occorre fare è quella con le bici a pedalata assistita. Queste ultime, come indicato nell’articolo 50 del Codice della Strada, sono equiparate a un velocipede. Esse infatti camminano solo attraverso la pedalata muscolare del pilota. Il motorino di chi sono dotate, e la cui velocità massima è di 25 km/h, è solo ausiliario e serve a rendere la pedalata meno faticosa. Ciò significa che superata questa velocità, o se si smette di pedalare, la bici si ferma. Questo tipo di bici al momento può circolare nelle strade pubbliche senza nessuna particolare autorizzazione, al pari delle bici tradizionali. Al contrario le bici elettriche dispongono di un motorino che, oltre ad assistere la pedalata, può essere azionato anche senza pedalare. Per guidare questo tipo di mezzi è necessario possedere la patente di categoria AM.

Targa e immatricolazione

Attualmente le bici elettriche possono essere utilizzate non solo nelle piste ciclabili, ma anche nelle corsie normali o in quelle preferenziali. Considerata la velocità sostenuta che riescono a raggiungere i modelli più evoluti (come detto circa 60 km/h), un loro uso scorretto o pericoloso rischia di mettere seriamente a rischio l’incolumità dei conducenti di altri veicoli ma, soprattutto, quella degli utenti deboli della strada (dunque pedoni e ciclisti). Per questo motivo in Parlamento si sta discutendo la possibilità di introdurre per le bici elettriche l’obbligo di targa e immatricolazione, in modo che i loro conducenti possano essere sanzionabili in caso di infrazioni del Codice della Strada. Una delle proposte è quella di prevedere un contrassegno da apporre sul telaio della bici: in pratica un vero e proprio libretto di circolazione che permetterà di differenziare le bici elettriche dalle normali biciclette non servoassistite. La targa invece, al pari delle altre moto, dovrà essere esposta sul retrotreno del mezzo.

RCA auto, casco e senso di marcia

Al momento per i ciclisti non è previsto l’obbligo di sottoscrivere una RCA per assicurare la loro bici. Nel caso delle bici elettriche si punta a inserirne l’obbligo. In questo modo in caso di incidente il possessore del mezzo potrà rispondere di una sua eventuale colpa esclusiva o condivisa con altri soggetti rimasti coinvolti, e coprire così eventuali danni

Casco e senso di marcia

Sull’obbligo del casco protettivo omologato deve ancora essere chiarito se si tratterà di un casco da bicicletta (più probabile) o da moto. Altra novità importante riguarda il rispetto della viabilità a cui si attengono gli altri mezzi a motori. Ciò significa che chi guida una bici elettrica non potrà circolare in contromano o transitare nelle zone chiuse al traffico. Qualora dovesse infrangere queste regole, andrà incontro alle stesse sanzioni previste per i conducenti degli altri mezzi.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 15 aprile 2019

Cambio pneumatici: come funziona e quanto costa

Con l’arrivo della primavera si avvicina anche il momento di dire addio ai pneumatici invernali. A partire dal 15 aprile ci sarà infatti un mese di tempo per tornare alle gomme estive. Ecco alcune cose da sapere per non farsi trovare impreparati, evitare di incorrere in sanzioni e, soprattutto, continuare a viaggiare sicuri anche durante le belle stagioni.

Cosa prevede la normativa?

Secondo l’articolo 6 del Codice della Strada (legge n.120 del 29 luglio 2010) a partire dal 15 aprile non sarà più necessario avere l’equipaggiamento invernale in auto, dunque gomme invernali (chiamate anche termiche e identificabili come gomme di tipo M+S) o catene a bordo. A partire da questa data è previsto un mese di tolleranza per fare la sostituzione con le gomme estive. L’obbligo vale per auto e mezzi pesanti, ma non per motoveicoli e ciclomotori che potranno circolare liberamente ma non in caso di nevicate. Considerato che dal 15 aprile c’è un mese di tempo per mettersi in regola, per chi in questo periodo si recherà in località di montagna il consiglio è di mantenere le gomme invernali ancora per qualche settimana. In generale, a prescindere dalle fasce temporali e dalle condizioni metereologiche, vale sempre l’obbligo di utilizzare pneumatici le cui caratteristiche siano in linea con il codice di velocità previsto dal libretto di circolazione, vale a dire la velocità massima alla quale un pneumatico può viaggiare.

Sono previste delle sanzioni?

In caso di mancato passaggio dalle gomme invernali a quelle estive entro il termine massimo del 15 maggio 2019, sono previste delle sanzioni amministrative che varranno fino al prossimo mese di ottobre, quando tornerà in vigore l’obbligo di viaggiare con gomme invernali. Le multe vanno dai 422 ai 1.682 euro, con il possibile ritiro della carta di circolazione e l’obbligo di visita e prova presso la sede più vicina della Motorizzazione Civile.

Ci sono delle eccezioni?

Non incorre in sanzioni chi ha attrezzato la propria auto con un set di gomme 4 stagioni (contrassegnate dal simbolo M+S), il cui utilizzo è consentito per tutto l’anno dal Codice della Strada. Questo tipo di pneumatici sono gli unici che garantiscono una buona stabilità al veicolo in tutte le condizioni metereologiche e consentono di viaggiare in sicurezza, senza però raggiungere i livelli di eccellenza della gomma specializzata.

Perché è importante passare alle gomme estive?

Si sbaglia chi pensa che, a differenza dell’utilizzo di gomme invernali nei mesi freddi dell’anno, il passaggio alle gomme estive ad aprile non sia importante. A dimostrarlo sono principalmente due motivi. Il primo è che le gomme invernali, se mantenute anche nei mesi caldi, risultano particolarmente sensibili alle alte temperature. Ciò comporta dei rischi per la sicurezza del veicolo. È possibile che il pneumatico si danneggi al punto da non aderire più perfettamente all’asfalto, che si sciolga il suo battistrada, oppure che rischi di far andare il veicolo fuori strada se percorre una careggiata cosparsa di sabbia, senza dimenticare gli spazi di frenata più lunghi e la precisione di sterzo ridotta. Al contrario, le gomme estive garantiscono una migliore tenuta di strada sia su fondo asciutto che bagnato. Il secondo motivo riguarda il risparmio. Non rischiando di surriscaldarsi, gli pneumatici estivi hanno prestazioni decisamente migliori e, di conseguenza, permettono di non usurare eccessivamente le ruote e di consumare meno carburante.

Quanto costa fare il cambio gomme?

Il costo del cambio delle gomme invernali con quelle estive varia a seconda del servizio che viene richiesto al gommista.

  • Se si è possesso delle gomme da sostituire e si paga quindi soltanto il montaggio, il prezzo in media è di 10 euro a gomma, il che equivale a un totale di 40 euro compresa l’equilibratura delle ruote.
  • Sono però molti i gommisti che danno la possibilità di tenere nel loro deposito le gomme estive durante il periodo invernale e viceversa. Questo servizio in media ha un costo di 20 euro che vanno a sommarsi ai 40 euro da spendere per il cambio gomme, il che equivale a un totale di 60 euro.
  • Inoltre il costo dipende dal materiale dei i cerchi delle ruote su cui montare le nuove gomme: se sono in ferro il costo è di 40 euro; se invece i cerchi delle ruote sono in lega il costo sale a 50 euro.
  • Solitamente è compresa nel prezzo l’equilibratura delle ruote, mentre si devono pagare a parte circa 20 euro per la convergenza, vale a dire la regolazione meccanica delle ruote, che va fatta però solo se gli pneumatici sono particolarmente usurati. 

Autore: Rocco Bellantone
Data: 8 aprile 2019

Riforma del copyright: una sconfitta per la libertà di informazione?

L'europarlamento vota a favore della riforma del copyright

Lo scorso 26 marzo con 348 voti a favore, 274 contro e 34 astensioni il parlamento europeo ha approvato la riforma del copyright nel mercato unico digitale. Dopo due anni di negoziati complicati si è dunque concluso l’iter della direttiva europea che modifica le norme sul diritto d’autore. Adesso i riflettori si spostano sugli Stati membri dell’Ue che nelle prossime settimane dovranno recepire la decisione dell’europarlamento. La riforma entrerà poi in vigore due anni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue. Si tratta di una riforma molto discussa per approvare la quale, in questi anni di trattative, è stato difficile mettere d’accordo da una parte coloro che ritengono prioritario garantire agli utenti del web la libertà di informazione, dall’altra coloro che invece si sono battuti per far riconoscere un’adeguata remunerazione ai titolari dei diritti autore.

Gli obiettivi della riforma

Il principale obiettivo della riforma del copyright è far sì che diritti e obblighi previsti per il riconoscimento del diritto d’autore si applichino anche online. In pratica, dal momento in cui la riforma entrerà in vigore i soggetti che gestiscono la veicolazione di contenuti sul web – in primis colossi come YouTube, Facebook e Google News – dovranno condividere i loro ricavi derivati dalla condivisione di questi contenuti con artisti, giornalisti, musicisti, interpreti e sceneggiatori che li hanno prodotti, così come con gli editori. Quest’ultimi avranno così più potere per ottenere dei compensi dalle piattaforme che diffondono i loro contenuti. Nel testo della riforma viene specificato che saranno le piattaforme online le responsabili dei contenuti che gli utenti caricano. Per questo motivo per impedire che vengano pubblicati contenuti protetti dal diritto d’autore dovranno “controllare” i loro utenti, rimuovere tutto ciò che è illecito e utilizzare dei filtri per prevenirne la futura pubblicazione. Non tutte le declinazioni di contenuti visivi, musicali o testuali saranno soggetti a questi vincoli. È il caso dei meme (vale a dire le immagini satiriche tratte da film o serie tv) e delle gif. Potranno essere condivisi senza vincoli anche gli hyperlink ad articoli di attualità, purché siano accompagnati solo da “singole parole o brevi estratti”. Per la diffusione di “snipett” (ossia gli estratti di testo con cui gli articoli di giornale vengono indicizzati sui motori di ricerca), gli aggregatori di notizie dovranno limitarsi a far comparire solo un testo “molto breve”. La direttiva non riguarderà le enciclopedie online che non hanno finalità commerciali (come Wikipedia) e le piattaforme software open source (come GitHub), così come i contenuti utilizzati per l’insegnamento e la ricerca scientifica. Limiti meno stringenti saranno previsti per le startup che abbiano meno di 5 milioni di utenti unici al mese e meno di 10 milioni di fatturato l’anno. Mentre per quanto riguarda nello specifico i giornalisti, per il riconoscimento dei ricavi derivati dalla condivisione dei loro articoli essi dovranno avvalersi sul loro editore e non direttamente sulle piattaforme online.

I dubbi restano

Il vicepresidente della Commissione europea Andrus Ansip è convinto che questo accordo garantirà “diritti per gli utenti, una remunerazione giusta per gli autori, e chiarezza di regole per le piattaforme”. Sono in tanti però in Europa a pensarla diversamente. C’è chi fa notare che le norme contenute nella riforma sono confuse e, soprattutto, lasciano troppa discrezionalità ai singoli Stati membri nel definire cosa sia un sito di notizie e cosa invece una piattaforma online, il che porterà quasi sicuramente ad avere 28 legislazioni diverse (per quanti sono i Paesi membri dell’Ue) e a non tutelare i titolari di copyright più deboli. Inoltre, seppure la direttiva non impone alle piattaforme di attivare dei filtri per impedire la condivisione di materiale coperto da copyright, è inevitabile che colossi come Google News, Facebook e YouTube proveranno da subito a tutelarsi (in alcuni casi lo stanno già facendo) finendo per censurare automaticamente anche materiale legale. In generale, la sensazione è che questa riforma non sia riuscita a coniugare la sacrosanta tutela del diritto d’autore con la facilità di accesso alle news, salvaguardando la libertà della rete e il diritto dei consumatori a un’informazione libera ed accessibile. Il fatto poi di addossare la responsabilità assoluta alle piattaforme di condivisione online su cosa viene condiviso dagli utenti andrà per forza di cose a colpire il pluralismo e la diffusione delle notizie, rischiando di trasformarle in censori.

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Autore: Rocco Bellantone
Data: 1 aprile 2019

Credito al consumo: che cos’è e come ottenerlo

credito_consumo

Chiedere un prestito per realizzare un progetto è una prassi che accomuna tanti consumatori. Alla base di questa scelta ci possono essere ragioni importanti (l’acquisto di una casa o di una nuova auto, ad esempio, oppure l’intenzione di investire una somma di denaro per l’istruzione dei propri figli) ma anche più quotidiane, come il desiderio di una vacanza o di rinnovare un elettrodomestico.  

Di fronte a decisioni così importanti da prendere, è normale che ognuno di noi si ponga tante domande. Troverò una banca o una finanziaria disposta a concedermi un prestito? A quali tassi di interesse? Posso fidarmi? Sono tutti interrogativi legittimi, specie alla luce delle notizie di truffe o spiacevoli situazioni ai danni dei consumatori di cui purtroppo si sente parlare al telegiornale o alla radio o che si leggono sui giornali. 

Questi timori non devono però impedirci di provare a chiedere un prestito o un finanziamento. Se possediamo le giuste informazioni il passo che andremo a compiere non sarà mai più lungo della gamba. Solo così eviteremo fregature ed eviteremo di incappare in finanziamenti che, una volta sottoscritti, si rivelano essere molto meno economici di quanto ci era stato fatto credere.

Per aiutarci a partire col piede giusto è bene quindi conoscere le nozioni di base per capire cos’è il credito al consumo, a chi lo si può richiedere e quali sono le tipologie che possono essere proposte dalle banche.

Cos’è il credito ai consumatori?

Il credito al consumo è un finanziamento che si può richiedere solo per bisogni personali, dunque per esigenze che riguardano la vita privata e familiare: può prendere le forme del prestito finalizzato (o “credito collegato”), che si richiede quando un finanziamento serve per acquistare per un bene specificato, o del prestito non finalizzato, che si richiede se invece si ha bisogno di denaro liquido.

Quando può essere concesso un finanziamento ai consumatori?

Il finanziamento può andare da 200 euro a 75.000 euro, ma non può essere richiesto:

– per acquistare un terreno o un immobile costruito o progettato;

– se si chiede un prestito di durata superiore ai cinque anni garantiti da ipoteca su beni immobili.

Ricorda che non è credito al consumo se chiedi un prestito per la tua attività professionale, per esempio per acquistare una stampante per il tuo ufficio o una macchina per le tue trasferte di lavoro.

A chi può essere richiesto il credito al consumo?

Il credito al consumo può essere richiesto alle banche o alle società finanziarie autorizzate. Queste, a loro volta, possono servirsi di agenti e mediatori creditizi. Se invece devi acquistare un bene o un servizio spesso basta rivolgersi direttamente ai punti vendita, per esempio centri commerciali e concessionarie auto.

Che cos’è il merito creditizio?

Il consumatore che fa la richiesta di un finanziamento deve dimostrare di avere la capacità di restituire la somma richiesta entro le scadenze stabilite. Questa capacità è il “merito creditizio” e viene valutata dalla banca o dalla società finanziaria nel momento in cui deve decidere se concedere o meno il finanziamento.

Per effettuare questa valutazione, viene verificata la posizione e la condotta di chi richiede il prestito: ad esempio, anche se in passato ha già ottenuto dei finanziamenti e se ha sempre pagato per tempo le rate.

È sempre bene fare attenzione a chi promette finanziamenti “facili”, vale a dire a quelle banche o società finanziarie autorizzate che concedono un prestito senza aver prima ottenuto queste informazioni dal richiedente. Spesso dietro “concessioni” del genere si celano condizioni svantaggiose.

In ogni caso, quando un finanziamento è “credito ai consumatori” la legge prevede particolari tutele che è bene conoscere. Se vuoi approfondire, leggi questi articoli:

Richiedere un prestito: le soluzioni per i consumatori

Prestiti personali: quanto costa ottenere un finanziamento?

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Autore: Rocco Bellantone

Data: 26 marzo 2019

730: usa il modello precompilato oppure… rivolgiti a noi!

730_modello_precompilato

Fino al 30 giugno è attivo il nostro servizio di assistenza fiscale (compilazione 730, UNICO persone fisiche, ISEE, etc) presso la nostra sede di Roma (via Duilio 14). Per informazioni e appuntamento puoi chiamare il numero 06 32600239 (dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 14,30 alle 16,30) oppure scrivere via email a info@consumatori.it.

Per chi invece preferisce fare da sé la dichiarazione dei redditi può essere presentata anche utilizzando il nuovo modello 730 precompilato a cui si può accedere dal sito dell’Agenzia delle Entrate. Il modello contiene già tutte le informazioni sul reddito di ogni cittadino, sulle imposte che ha pagato e sulle spese che ha effettuato e che può detrarre. Al documento si può avere accesso dallo scorso 16 aprile, mentre dal 2 maggio oltre a scaricarlo è possibile modificarlo e inviarlo. Il nuovo 730 precompilato non manda però in “pensione” il vecchio modello che potrà continuare a essere utilizzato.

Chi può usufruire del nuovo servizio?

Al nuovo modello precompilato possono accedere le stesse categorie di persone che finora avevano sempre presentato la dichiarazione dei redditi tramite il 730: lavoratori dipendenti, pensionati, coloro che ricevono un’indennità sostitutiva da lavoro dipendente come la cassa integrazione, lavoratori con contratto a tempo determinato che duri meno di un anno, lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, parlamentari, cariche elettive, sacerdoti della Chiesa cattolica, alcuni soci di cooperative di produzione e lavoro. I lavori autonomi, invece, continueranno a usare il modello UNICO (Redditi Persone Fisiche). Anche di questo modello è disponibile una versione precompilata che può essere inviata a partire dal 10 maggio.

Quali sono le novità rispetto al vecchio 730?

Rispetto alla vecchia versione, nel nuovo modello 730 precompilato sono stati inseriti altri dati come le spese per gli asili nido e le donazioni versate a società di mutuo soccorso, Onlus, associazioni di promozione sociale e fondazioni. Non sono state inserite, invece, altre spese comuni per i cittadini come quelle per l’affitto sostenute dagli inquilini o dagli studenti fuori sede e quelle per le attività sportive dei ragazzi.

Come si accede al modello precompilato?

Il modello 730 precompilato si può scaricare sul sito dell’Agenzia delle Entrate. L’accesso si può effettuare nei seguenti modi consultabili a questa pagina:

  • tramite lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale);
  • tramite la sezione Fisconline con password e pin ottenuti dalll’Agenzia delle Entrate;
  • tramite la sezione NoiPa se si è dipendenti della pubblica amministrazione;
  • tramite la sezione INPS se si è in possesso del pin dispositivo dedicato;
  • come tutore o genitore e come erede con utenza Entratel o Fisconline;

Una volta effettuato l’accesso al proprio modello tramite le proprie credenziali, si presentano due possibilità. Dopo aver controllato che tutti i dati inseriti dall’Agenzia delle Entrate siano corretti, l’utente dà la propria conferma e, successivamente, deve indicare i dati del sostituto d’imposta e la destinazione dell’8, del 5 e del 2 per mille. Se invece alcuni dati inseriti dall’Agenzia delle Entrate risultano non corretti o mancano, il 730 può essere modificato. Le modifiche o integrazioni possono essere inserite in modo autonomo tramite la compilazione assistita accedendo al quadro E della dichiarazione.

In alternativa si può delegare l’operazione al CAF (Centro di assistenza fiscale) o al proprio commercialista. Saranno questi soggetti ad apportare il “visto di conformità” sul modello, assumendosi così la responsabilità dell’invio della dichiarazione. Responsabilità che torna invece al contribuente nel caso di “dichiarazione infedele”. In questo caso spetterà al contribuente pagare sia la maggiore imposta non versata che le sanzioni più gli interessi. 

Come si detraggono le spese sanitarie?

Tra le spese detraibili tramite la presentazione della dichiarazione dei redditi un’attenzione particolare spetta alle spese sanitarie. Si tratta, infatti, di spese che danno diritto a una detrazione fiscale del 19% per gli importi che superano la franchigia di 129,11 euro.

Sul modello 730 precompilato sono presenti gli scontrini per i medicinali acquistati in farmacia, i ticket e le visite specialistiche. Se si accetta il resoconto generato automaticamente dal sito dell’Agenzia delle Entrate, si può direttamente confermare e inviare il modulo. In caso contrario – vale a dire se si devono apportare modifiche o integrazioni ad esempio perché ci si è dimenticati di comunicare una visita specialistica – è necessario essere in possesso dei documenti giustificativi e conservarli in vista di possibili controlli.

Il Sole 24 Ore spiega come si può effettuare la verifica delle spese sanitarie già segnate sul modello precompilato e come intervenire nel caso in cui si vogliano modificare dei dati o se ne vogliano aggiungere di nuovi. Per visualizzare il dettaglio delle spese sanitarie elencate il percorso da seguire è il seguente: cliccare sul menu la voce ‘Visualizza i dati’, successivamente andare alla voce ‘Spese sanitarie relative al 2017’ e, infine, scaricare il file in formato .csv in modo da evidenziare le voci in Excel. In questo passaggio è importante “espandere” tutte le voci. In alcuni casi, spiega infatti Il Sole 24 Ore, “il totale dei singoli documenti include anche somme sotto la dicitura ‘AA – Altre spese’ che potrebbero non essere detraibili. Ad esempio, uno spazzolino da denti acquistato insieme a una farmaco o parafarmaco. Ma in altri casi, sotto ‘AA – Altre spese’ è indicato il bollo apposto sulle ricevute per visite specialistiche, che invece è detraibile”.

Per quanto riguarda i rimborsi, se le spese sanitarie sono state rimborsate completamente o solo in parte, il contribuente dovrà detrarre solo la parte di spesa che è stata a suo carico. Occorre però prestare attenzione anche a questo passaggio. Uno dei casi più diffusi è che un rimborso relativo a spese sostenute nel 2017 venga erogato nel 2018, motivo per cui non sarà presente nella precompilata e se non viene aggiunto sarà tassato l’anno prossimo. “Ma potrebbero esserci anche dei buchi nei rimborsi erogati già nel 2017 – prosegue Il Sole 24 Ore – e chi si dimentica di aggiungerli – di fatto – sfrutterà una detrazione più alta di quella cui ha diritto”.

Per concludere, un capitolo a parte concerne i familiari a carico. I loro dati appaiono nella sezione ‘Visualizza i dati’. Sono da verificare, in particolare, la ripartizione della spesa tra i genitori dei figli (deve essere rispettata la percentuale di ripartizione in genere del 50%) e la singola voce di spesa relativa a un figlio a carico (per la quale occorre una conferma del dato ritornando però alla schermata dichiarante).

Quali sono le scadenze da rispettare?

  • Dal 28 maggio al 20 giugno è possibile annullare il 730 già inviato e presentare una nuova dichiarazione dei redditi. L’annullamento del 730 si può fare solo una volta. Dopo il 20 giugno ci sono tre opzioni: la prima è correggere la dichiarazione precedentemente inviata presentando un modello 730 integrativo entro il 25 ottobre; la seconda è inviare un modello Redditi correttivo entro il 31 ottobre; la terza è inviare un modello Redditi integrativo a partire dal 1 novembre.
  • Il 23 luglio è l’ultimo giorno utile per la presentazione del 730 precompilato.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 18 marzo 2019