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Auto: dal 20 maggio cambia la revisione

revisione_autoDal 20 maggio entrano in vigore una serie di novità per la revisione dell’auto. La principale di queste riguarda l’introduzione del certificato di revisione. Si tratta di una valutazione complessiva sull’efficienza del mezzo che verrà rilasciata dai centri autorizzati e dalle officine dopo che sarà stato effettuato il controllo tecnico del veicolo. Vediamo cosa dice la norma e cosa cambia per i consumatori.

Cosa dice la norma

L’introduzione del certificato di revisione è stata stabilita con l’emanazione da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) del decreto 214 del 19 maggio 2017, che entrerà in vigore il 20 maggio 2018. Con l’adozione di questo decreto, l’Italia ha recepito la direttiva europea 2014/45 del 3 aprile 2014. Gli obiettivi di questo passaggio normativo sono principalmente due. Il primo è rendere più scrupolose le verifiche tecniche sui veicoli effettuate dai centri autorizzati. Spetterà al MIT verificare che le apparecchiature usate durante le verifiche siano omologate e che il personale addetto alle revisioni operi in modo professionale. Centri autorizzati e officine che non rispetteranno questi vincoli potrebbero vedersi ritirata la licenza. Con questi controlli più stringenti si spera di ridurre il numero di vetture che circolano non rispettando gli standard di sicurezza imposti dalla legge.

Quali dati contiene il certificato di revisione

Il certificato di revisione dovrà contenere le seguenti informazioni sul veicolo:

  • il numero e la targa del telaio;
  • il luogo e la data del controllo;
  • la lettura del contachilometri;
  • la categoria del veicolo;
  • le carenze individuate (catalogate come lievi, gravi o pericolose);
  • il risultato del controllo tecnico;
  • il nome dell’organismo che ha effettuato il controllo tecnico e la data del successivo controllo;
  • al certificato dovrà inoltre essere allegato l’elenco delle prove sostenute dal mezzo sotto verifica, con il giudizio tecnico sul veicolo.

Una volta raccolti, questi dati saranno trasmessi al ministero dei Trasporti. Particolarmente importante è la rilevazione dei chilometri percorsi dal veicolo. Finora questo dato era inserito esclusivamente nel sistema informatico della Motorizzazione civile. Adesso, con una ulteriore rilevazione tracciata anche nel certificato di revisione, sarà molto più difficile provare a manomettere il contachilometri, reato punibile dal Codice penale.

Ogni quanto tempo va fatta la revisione?

 La frequenza delle revisioni resta invariata rispetto al passato. La prima revisione va effettuata dopo quattro anni dall’immatricolazione del veicolo ed entro la fine del mese in cui è stata targata l’auto. Le successive revisioni vanno fatte entro due anni dalla revisione precedente ed entro la fine del mese in cui era stata effettuata. Nel nuovo certificato di revisione viene inoltre indicata la data della successiva revisione. Per avere un quadro delle revisioni effettuate basta collegarsi al Portale dell’Automobilista del ministero dei Trasporti. Inserendo il numero di targa del proprio veicolo, si può prendere visione dello stato delle revisioni effettuate.

Cosa succede in caso di re-immatricolazione?

 Nel caso in cui venga re-immatricolato un veicolo che è già stato immatricolato in un altro Stato dell’Unione, il certificato rilasciato da quello Stato sarà valido anche in Italia. Il certificato di revisione resta valido in caso di trasferimento di proprietà del veicolo.

Tariffe e multe

Restano invariate anche le tariffe: 66,88 euro nei centri revisione e 45 euro, previa prenotazione, negli uffici provinciali della Motorizzazione civile. Se si viene sorpresi con la revisione scaduta, la multa da pagare va dai 169 ai 680 euro. La sanzione raddoppia se il controllo non viene effettuato due volte di seguito. Inoltre il trasgressore, in caso di sinistro, potrebbe andare incontro anche alla rivalsa dell’assicuratore.

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Autore: Rocco Bellantone
Data: 18 maggio 2018

Rimborso canone Rai: occhio alle truffe

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Se nei giorni scorsi avete ricevuto una e-mail inviata da Agenzia delle Entrate e con oggetto “Rimborso canone Rai”, non apritela e cestinatela direttamente. Si tratta di un tentativo di phishing, vale a dire di una truffa online.

Cosa dice l’email

Da fine aprile sono state migliaia le segnalazioni di false e-mail apparentemente provenienti dall’Assistenza servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate. L’e-mail ha come oggetto “Rimborso canone Rai”. Nel testo del messaggio si dà comunicazione del riconoscimento di un rimborso per ottenere il quale è però necessario compilare un modulo all’interno di un sito dal nome fraudolento www.rimborso.rai.it. Le prime e-mail di questo tipo sarebbero partite dallo scorso 21 aprile. Pochi giorni dopo il tentativo di frode è stato segnalato per primo dall’account Twitter @illegalFawn. L’appello è stato in seguito ripreso e diramato dalla Polizia Postale italiana attraverso la sua pagina Facebook “Una vita da social”. Successivamente il sito in questione non è risultato essere più raggiungibile.

La raccomandazione di Agenzia delle Entrate

Non è la prima volta che e-mail di questo tipo, associate all’Agenzia delle Entrate, vengono inviate a migliaia di persone. L’allarme affinché questi messaggi non vengano aperti è stato lanciato immediatamente dalla stessa Agenzia attraverso un comunicato stampa. “Le mail in questione – si legge nella nota – non provengono da un indirizzo direttamente collegato all’Agenzia e nascondono un evidente tentativo di truffa. Le Entrate raccomandano pertanto di cestinare immediatamente questi messaggi, di non cliccare sui collegamenti presenti e, soprattutto, di non fornire i propri dati anagrafici e gli estremi della propria carta di credito nella pagina web indicata nella mail”. Per il futuro, di fronte a messaggi di questo tipo, è bene ricordarsi due cose: l’Agenzia delle Entrate non comunica che è possibile ricevere dei rimborsi effettuando delle operazioni via e-mail e, soprattutto, non chiede mai ai contribuenti di fornire informazioni sulle loro carte di credito.

I rimborsi del canone Rai

Anche la Rai ha subito denunciato la circolazione di queste email false. In generale, per quanto riguarda i rimborsi del canone, questi vengono addebitate direttamente dalle società di energia elettrica sulla prima bolletta utile. Inoltre, per ottenere un rimborso del canone Rai, è necessario che si riscontrino specifiche condizioni come le seguenti:

  • il pagamento deve essere stato effettuato due volte, ad esempio con addebito sulla pensione o con addebito sulla bolletta elettrica intestata a un altro componente della famiglia;
  • il canone viene addebitato nella bolletta dell’elettricità anche se l’utente ha comunicato di non possedere un televisore in casa;
  • il canone viene addebitato anche se l’utente ha più di 75 anni e possiede un reddito inferiore a 8.000 euro.

Ricordiamo che per avere assistenza è possibile contattare i nostri consulenti attraverso gli Sportelli sul nostro sito.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 16 maggio 2018

Tari gonfiata, il rimborso spetta ai Comuni

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Tari, si avvicina la scadenza per il pagamento della prima rata della tassa sui rifiuti fissata al 16 maggio. Le altre due rate dovranno essere saldate il 17 settembre e il 16 novembre. L’alternativa è effettuare il pagamento in un’unica soluzione il 18 giugno. Intanto però continuano a essere tanti i consumatori che devono fare i conti con la tari gonfiata e che stanno cercando di ottenere il rimborso dopo che molti Comuni hanno illegittimamente fatto lievitare le bollette. Per capire a quanto ammonta la cifra pagata in eccesso, occorre controllare le utenze domestiche pagate dal 2014 in poi (anno di introduzione della Tari, che ha sostituito la precedente tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, TARSU). Se anche voi siete tra i contribuenti che hanno finito per pagare anche il doppio di quanto dovuto – secondo il Sole 24 Ore il problema sarebbe stato riscontrato a Milano, Genova, Catanzaro, Cagliari, Ancona, Rimini e Siracusa – potete ottenere il rimborso per quanto illecitamente versato, così come precisato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. E non è poco. Per una famiglia di 4 persone che vive in un appartamento di 100 mq con box e cantina, calcola sempre il giornale di Confindustria, si è passati da 391 euro ai 673 (quindi con un aumento del 72%) proposti dal meccanismo illegittimo. Sì, ma come? Conteggiando la quota variabile, pari a 141 euro, non una sola volta, bensì 3 volte, ossia anche per le due pertinenze (box e cantina).

Il caso Tari gonfiata

Il caso è scoppiato a seguito di un’interrogazione parlamentare, che ha svelato come un errore nel computo della quota variabile del tributo abbia fatto lievitare a dismisura il prelievo, a spese di milioni di famiglie. La Tari è composta da una parte fissa, legata ai metri quadri dell’immobile, e da una quota variabile, rapportata al numero degli occupanti. In particolare, nell’interrogazione è stato chiesto se la quota variabile dovesse essere calcolata una sola volta anche nel caso in cui la superficie di riferimento dell’utenza domestica comprendesse quella delle pertinenze dell’abitazione, poiché era invece emerso che molti Comuni avevano computato la quota variabile sia in relazione all’abitazione che a box e cantine. Così facendo, era stata determinata una tassa notevolmente più elevata rispetto a quella che sarebbe risultata considerando la quota variabile una volta sola rispetto alla superficie totale. Il Mef ha chiarito, attraverso una circolare esplicativa, che la quota variabile della Tari va applicata una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica, e che “un diverso modus operandi da parte dei Comuni non troverebbe alcun supporto normativo, dal momento che condurrebbe a sommare tante volte la quota variabile quante sono le pertinenze, moltiplicando immotivatamente il numero degli occupanti dell’utenza domestica”.

Chi può richiedere il rimborso

La stessa circolare ministeriale precisa che “laddove il contribuente riscontri un errato computo della parte variabile effettuato dal comune o dal soggetto gestore del servizio rifiuti, lo stesso può richiedere il rimborso del relativo importo, solo relativamente alle annualità a partire dal 2014, anno in cui la TARI è stata istituita. Non è possibile, quindi, chiedere il rimborso relativamente alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU), governata da regole diverse da quelle della TARI, che non prevedevano, tranne in casi isolati, la ripartizione della stessa in quota fissa e variabile. Né si può procedere alla richiesta di rimborso laddove i comuni che hanno realizzato sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico, hanno introdotto in luogo della TARI, una tariffa avente natura corrispettiva, in applicazione del comma 668 dell’art. 1 della citata legge n. 147 del 2013”. Secondo il Ministero, si tratterebbe di una “istanza di rimborso in parola”, da richiedere entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento effettuato. La richiesta deve contenere tutti i dati necessari a identificare il contribuente, l’importo versato e quello di cui si chiede il rimborso nonché i dati identificativi della pertinenza che è stata computata erroneamente nel calcolo della TARI.

La nostra proposta

Ma come al solito, così facendo si finisce per penalizzare le famiglie e i contribuenti italiani, che per un errore dei Comuni si trovano a dover presentare loro stessi istanza di rimborso. Non sarebbe più corretto che fossero i Comuni che sono in torto a procedere a un rimborso automatico delle somme illecitamente richieste? È evidente, pertanto, che la Tari gonfiata va restituita direttamente dai Comuni, senza bisogno che il contribuente sia costretto a chiedere il rimborso o a procedere a complicatissimi calcoli per calcolare il giusto importo della Tari. Anche perché molti avvisi di pagamento dei Comuni non specificano con esattezza la ripartizione della quota variabile in relazione alle pertinenze, rendendo ancor più difficile la verifica. Una ragione in più perché siano i Comuni stessi, con un provvedimento di autotutela, a rifare i calcoli e a restituire spontaneamente i soldi indebitamente percepiti.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 14 maggio 2018

Tutela dei consumatori: le dieci regole del “New Deal” europeo

ecommerce_UETutela dei consumatori, l’Unione Europea rafforza la protezione nei confronti di utenti e imprese. Dopo alcuni casi che hanno scosso il settore, come lo scandalo “Dieselgate”, o gli interventi messi a segno dalla Commissione Junker nell’ambito della strategia per il mercato unico digitale, come la fine delle tariffe di roaming, arriva un “New Deal”. Un nuovo corso intrapreso dalla Commissione con sede a Bruxelles che vuole così aggiungere un ulteriore fattore protettivo alla legislazione europea, che è già tra le più rigorose al mondo per i diritti dei consumatori. Si tratta di proposte di aggiornamento di quattro direttive della Commissione che saranno discusse in sede di Parlamento e di Consiglio europeo.

Ecco quindi le dieci “regole d’oro” introdotte nell’aprile 2018.

1. Più trasparenza nei mercati on line 

Il web, si sa, è ormai la nuova vetrina dove sempre più persone effettuano acquisti rischiando spesso di incappare in truffe o raggiri. Secondo l’Ue, quindi, i consumatori dovranno essere chiaramente informati se stanno acquistando da un professionista o da un privato, in modo da sapere se godono di diritti che li proteggono in caso di problemi.

2. Più trasparenza sui risultati delle ricerche nel web

In caso di ricerche on line, i consumatori saranno chiaramente informati se il risultato ottenuto è stato sponsorizzato da un professionista. Inoltre, le piattaforme on line dovranno informare i consumatori sui principali parametri che determinano la classificazione dei risultati.

3. Nuovi diritti per i servizi digitali gratuiti

Così come accade per il diritto di recesso in caso di pagamento di servizi digitali (i consumatori beneficiano di determinati diritti di informazione e dispongono di 14 giorni per annullare il contratto), anche per i servizi digitali gratuiti, per i quali cioè i consumatori forniscono dati personali senza pagare in denaro, si potrà annullare la sottoscrizione. È il caso tipico dei servizi di archiviazione su cloud, social media o posta elettronica.

4. Estensione delle azioni giudiziarie collettive in tutti i Paesi membri

Così come già avviene in alcuni Stati membri dell’Ue, con il “New Deal” sarà possibile in tutti i Paesi dell’Unione Europea per un soggetto riconosciuto, come un’organizzazione dei consumatori, presentare ricorso per conto di un gruppo di consumatori lesi da pratiche commerciali illecite, chiedendo il risarcimento o la riparazione.

5. Le differenze con le class action americane

Il modello di protezione di consumatori previsto dal “New Deal” dell’Ue si differenzia rispetto alle class action di tipo statunitense. Nei Paesi dell’Ue, infatti, le azioni rappresentative infatti non potranno essere proposte dagli studi legali, ma solo da soggetti che non hanno scopo di lucro e soddisfano criteri rigorosi di ammissibilità, sotto il controllo di un’autorità pubblica. Il nuovo sistema garantirà che i consumatori europei possano avvalersi appieno dei loro diritti e ottenere un risarcimento.

6. Protezione più efficace per le pratiche commerciali sleali

In caso di pratiche commerciali aggressive o ingannevoli, il “New Deal” garantirà che in tutti gli Stati membri – dove attualmente la situazione può discostarsi di molto – i consumatori abbiano lo stesso diritto di chiedere una riparazione individuale (ad esempio, risarcimento o risoluzione del contratto).

7. Via libera a sanzioni più efficaci

Sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive: nella proposta della Commissione europea, le potranno imporre in modo più coordinato le autorità nazionali a tutela dei consumatori. Per le violazioni diffuse che colpiscono consumatori in più Stati membri, la sanzione massima applicabile sarà pari al 4% del volume d’affari annuo del professionista nel rispettivo Stato membro. Fermo restando che gli Stati membri sono liberi di introdurre sanzioni massime più elevate. Questo perché attualmente i regimi sanzionatori delle autorità europee non sono talmente efficaci da avere un effetto dissuasivo, in particolare sulle imprese che operano a livello transfrontaliero e su larga scala.

8. Contrasto alle differenze di qualità nei prodotti di consumo

Le autorità nazionali possono contrastare le pratiche commerciali ingannevoli consistenti nella commercializzazione in vari Paesi dell’Ue di prodotti apparentemente identici ma che in realtà presentano una composizione o caratteristiche notevolmente diverse. È quanto si impegna a fare la Commissione aggiornando la direttiva sulle pratiche commerciali sleali.

9. Vantaggi a favore delle imprese

A vantaggio della categoria delle imprese verranno eliminati gli oneri inutili, anche abolendo gli obblighi a loro carico riguardo al diritto di recesso del consumatore. Ad esempio, i consumatori non saranno più autorizzati a restituire i prodotti che hanno già usato – anziché limitarsi a provarli – e i professionisti non dovranno più rimborsare i consumatori prima di aver effettivamente ricevuto le merci restituite.

10. Maggiore flessibilità per i professionisti

La comunicazione tra professionisti e consumatori diventa più smart, consentendo loro di utilizzare anche moduli web o chat anziché la posta elettronica, purché i consumatori possano tenere traccia delle comunicazioni con il professionista.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 8 maggio 2018

Modem: acquisto o noleggio non sono obbligatori

Se siete in procinto di attivare Internet a casa o di passare a una nuova tariffa che ritenete più vantaggiosa, prestate molta attenzione al contratto che vi propongono le compagnie telefoniche. Sia che si tratti di Adsl che di fibra ottica, prima di firmare accertatevi non solo dei prezzi ma anche delle condizioni che riguardano l’acquisto o il noleggio del modem. Probabilmente, infatti, non tutti sanno che nei Paesi membri dell’Unione Europea, e dunque anche in Italia, dal 2016 è in vigore un regolamento europeo in base al quale nel vendere l’allaccio a Internet le compagnie telefoniche non devono fornire obbligatoriamente anche il modem (in acquisto o in noleggio), ma devono lasciare che questa scelta spetti al consumatore. In Italia, però, questo spesso non accade. Vediamo perché. 

Cosa dice il Regolamento europeo

Secondo il Regolamento europeo 2015/2120, emanato nel 2016, “Gli utenti finali hanno il diritto di… utilizzare apparecchiature terminali di loro scelta, indipendentemente dalla sede dell’utente finale o del fornitore o dalla localizzazione, dall’origine o dalla destinazione delle informazioni, dei contenuti, delle applicazioni o del servizio, tramite il servizio di accesso a Internet”. Ciò significa che i consumatori nel momento in cui optano per una tariffa proposta da una compagnia telefonica, non hanno l’obbligo di comprare o prendere in comodato d’uso il modem proposto dall’operatore, ma possono decidere di comprarlo autonomamente andando, ad esempio, in un negozio di fiducia.  

Cosa succede in Italia?

In Italia, però, sono pochi i casi in cui quanto previsto dal Regolamento europeo viene seguito alla lettera. Accade molto più spesso, invece, che la scelta a cui ha diritto il consumatore si trasforma automaticamente nell’obbligo di acquistare o prendere in noleggio un modem dalla stessa compagnia telefonica con cui è stato firmato il contratto per l’attivazione di Internet.

Nel caso delle offerte Adsl, ad esempio, non è obbligatorio sottoscrivere un contratto telefonico che prevede anche il noleggio del modem. Per quanto concerne la fibra ottica, invece, il modem a noleggio non è obbligatorio ma solo se si acquista il servizio Internet. Ma nel momento in cui si attivano anche altri servizi (ad esempio fibra + telefono o servizi specializzati come VoIP – Voice over IP, vale a dire la possibilità di fare chiamate telefoniche sfruttando una connessione Internet), le condizioni cambiano. Le compagnie telefoniche pongono infatti come condizione il noleggio del modem poiché con un dispositivo “diverso” non si potrebbe usufruire dei servizi aggiuntivi.   

Utilizzando l’escamotage dei servizi aggiuntivi le compagnie riescono così a far passare per obbligatorio ciò che invece non lo è. In questo modo da un lato riescono a vendere con facilità un loro apparecchio al cliente (il quale, invece, potrebbe decidere di comprare per conto proprio un modem sia per “personalizzare” la propria connessione, sia per provare a risparmiare qualcosa); dall’altro, facendo entrare nella casa del cliente il loro terminale sanno di avere più gioco facile nel proporgli in futuro degli aggiornamenti.

L’azione di AGCOM

Con la Delibera 35/18/CONS, Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) ha attivato una consultazione pubblica rivolta a consumatori, fornitori di servizi di accesso, produttori, distributori e installatori di apparecchiature e associazioni, con l’obiettivo di regolamentare il mercato dei modem e dei router. Nel dare comunicazione dell’iniziativa, Agcom sottolinea che questi apparati devono poter essere scelti liberamente e in modo consapevole dai consumatori, ed essere conformi agli standard tecnici di interoperabilità con la rete oltreché sicuri e affidabili. Riguardo il comportamento degli operatori telefonici, l’Autorità dichiara che non sono ammissibili le pratiche commerciali attraverso cui si prova a vincolare la vendita di questi terminali e che le compagnie devono fornire informazioni più trasparenti su prodotti e servizi offerti. In caso contrario, Agcom si riserva la possibilità di intervenire a tutela dei consumatori.

Il nostro impegno

L’arbitrarietà con cui le compagnie telefoniche si presentano e interagiscono con i consumatori è testimoniata dalle continue segnalazioni che riceviamo ai nostri sportelli. I casi più frequenti sono quelli di operatori telefonici che inseriscono “in automatico” nei loro contratti l’obbligo di noleggio o acquisto del modem. Problemi si riscontrano anche nei casi di recesso dei contratti, con diversi consumatori che si sono visti addebitare tutte le rate dell’acquisto del modem in un’unica soluzione, anche se il recesso è avvenuto in seguito a modifiche contrattuali. In situazioni del genere attiviamo delle conciliazioni chiedendo lo storno totale dell’importo del modem a seguito della restituzione dello stesso all’operatore.

Se hai bisogno di aiuto, contattaci attraverso lo Sportello Telefonia sul nostro sito cliccando sul logo del tuo operatore per ricevere la nostra assistenza personalizzata.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 8 maggio 2018

RC auto: in arrivo sconti obbligatori per i guidatori virtuosi

RC_Auto_scontiSono in arrivo sconti sulle assicurazioni dell’auto per i guidatori virtuosi. Lo scorso 27 marzo, in attuazione della Legge sulla concorrenza n. 124/2017, l’Ivass (istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni) ha varato il Regolamento 37/2018 con il quale sono stati definiti criteri e modalità per il riconoscimento di una serie di sconti “obbligatori” e “significativi” sulle polizze RC auto (responsabilità civile) in presenza di determinate condizioni. Gli sconti scatteranno dal prossimo 10 luglio. Da quel giorno le compagnie assicurative dovranno prevedere due tipologie di sconto: una obbligatoria, l’altra aggiuntiva. La norma prevede due tipologie di sconto, uno obbligatorio e l’altro aggiuntivo.

Lo sconto obbligatorio

Lo sconto obbligatorio, su proposta dell’impresa e previa accettazione degli assicurati, dovrà essere applicato se ricorre almeno una di queste tre condizioni:

  • se il possessore dell’auto accetta un’ispezione preventiva del suo veicolo, che verrà effettuata a spese dell’assicuratore;
  • se sul veicolo sono installati meccanismi elettronici che registrano le attività svolte a bordo dell’abitacolo, come ad esempio la scatola nera;
  • se sul veicolo sono installati meccanismi elettronici che impediscono l’avvio del motore in caso di tasso alcolemico del guidatore superiore ai limiti di legge (il cosiddetto “alcolock”);

Lo sconto aggiuntivo

Come detto, il Regolamento dell’Ivass prevede inoltre l’applicazione di uno sconto aggiuntivo che viene riconosciuto ai guidatori virtuosi. I requisiti richiesti sono tre:

  • il conducente deve aver installato – o deve essere disposto a installare – sul proprio veicolo la scatola nera;
  • negli ultimi quattro anni non deve aver provocato sinistri con responsabilità esclusiva o principale o paritaria;
  • deve risiedere in una delle province a maggiore tasso di sinistrosità e con premio medio più elevato.

Queste province sono state individuate dall’Ivass sulla base di informazioni in suo possesso e sui dati forniti da un campione di imprese che sono rappresentative del mercato assicurativo nazionale. Tra queste vi sono soprattutto province del sud Italia (ad esempio Bari, Barletta-Andria-Trani e Benevento) ma anche del nord o del centro (tra cui Genova, Bologna e Firenze). La lista dovrà essere aggiornata almeno ogni due anni. L’obiettivo è evitare che gli assicurati che non hanno mai provocato incidenti stradali siano costretti a pagare tariffe RC auto più alte rispetto a quelle che pagherebbero se fossero residenti in altri zone d’Italia dove il rischio di sinistrosità è più basso.

Quali sono gli obblighi per le compagnie assicurative?

Il Regolamento dell’Ivass indica due obblighi a cui devono attenersi le imprese di assicurazioni:

  • le imprese non potranno ridurre lo sconto facendo pagare all’assicurato i costi di installazione e gestione della scatola nera o degli altri dispositivi, che invece devono rimanere a carico dell’azienda;
  • per ciascuna delle condizioni accettate dal cliente, le imprese dovranno indicare separatamente gli sconti praticati, in valore assoluto e in percentuale rispetto al prezzo della polizza normalmente applicato.

La nostra posizione

Quanto previsto dal Regolamento dell’Ivass rappresenta certamente un passo in avanti nei confronti dei guidatori virtuosi di tutta Italia. Restano, però, le nostre critiche rispetto a quanto previsto dalla Legge sulla concorrenza:

  • il legislatore non ha fissato, come chiedeva l’UNC, una percentuale di sconto minima obbligatoria, limitandosi a parlare genericamente di sconto “significativo”. Ciò lascia troppi margini di discrezionalità alla compagnia assicurativa. L’UNC aveva chiesto uno sconto fissato per legge del 20%, visto che la scatola nera favorisce in primo luogo le compagnie, che grazie a questo sistema possono attribuire la responsabilità dell’incidente al proprio assicurato, non risarcendo il danno. Ecco perché è bene che gli automobilisti verifichino con attenzione lo sconto offerto, che è comunque certamente vantaggioso per gli automobilisti che rispettano il codice della strada alla lettera;
  • per il guidatore che risiede in una provincia ad alto rischio di sinistrosità, che ha già installato la scatola nera (o un altro dispositivo di controllo elettronico) a bordo del proprio veicolo e che negli ultimi quattro anni non ha provocato sinistri con responsabilità esclusiva o principale o paritaria, ci sarà uno sconto. Purtroppo si tratta, però, di una partita di giro. Quello sconto, infatti, sarà pagato da chi risiede nelle province più virtuose;
  • per quanto riguarda i risarcimenti in casi di sinistri subiti, viene applicata una tabella unica per tutta Italia. Al di là della condivisibile esigenza di evitare sproporzioni esagerate tra una zona all’altra, la misura implica un minore risarcimento per i consumatori;
  • infine, per ciò che concerne i testimoni di un sinistro stradale, bene il giro di vite per chi tenta di compiere delle frodi, ma aumentano i disagi per i guidatori onesti.

Autore: Rocco Bellantone, Mauro Antonelli
Data: 2 maggio 2018 

Accesso dei minori a internet: le dieci regole da seguire

Anche Facebook si adeguerà al Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR, General Data Protection Regulation) che entrerà in vigore dal prossimo 25 maggio. Tra le novità introdotte dal social network maggiore trasparenza per permettere agli utenti di esprimersi in piena consapevolezza sulla cessione dei dati a terze parti, sul consenso al riconoscimento facciale e sulla condivisione di informazioni sensibili (ad esempio l’orientamento politico, religioso o sessuale). Come richiesto dall’UE, l’azienda di Mark Zuckerberg presterà più attenzione anche alla tutela degli utenti più giovani. Da ora in avanti gli adolescenti tra i 13 e i 15 anni, residenti in alcuni Paesi europei, avranno bisogno del permesso di un genitore o di un tutore per vedere pubblicità su misura (il Regolamento europeo fissa a 16 anni l’età minima per rilasciare questo consenso), condividere con gli amici i propri dati sensibili e includere nel proprio profilo opinioni religiose e politiche. Inoltre, viene disabilitato il riconoscimento facciale per chiunque abbia meno di 18 anni e posti più limiti a chi prova a visualizzare informazioni specifiche su ciò che gli adolescenti hanno condiviso (ad esempio la città natale o la data del compleanno). Si tratta indubbiamente di passi in avanti, anche se purtroppo continua a essere semplice “aggirare” la maggior parte di questi divieti. Basta qualche esempio per rendersene conto. Anche chi ha meno di 13 anni può iscriversi a Facebook inserendo nella fase di registrazione del profilo una data di nascita falsa. Inoltre, al momento non esistono controlli per avere la certezza della reale identità di chi dichiara, attraverso l’invio di una email, di essere il genitore o il tutore di un adolescente. Anche WhatsApp ha deciso di adeguarsi al Regolamento europeo sulla privacy aumentando l’età minima per accedere all’app da 13 a 16 anni nei 28 Paesi membri dell’UE. Ma anche in questo caso non è del tutto chiaro come il servizio di messaggeria – di proprietà di Facebook – riuscirà a far valere questo limite a tutti i suoi utenti. 

Internet: a quali rischi vanno incontro i minori?

L’accesso dei minori a internet è una delle questioni più importanti che si pone per ogni genitore. Secondo gli ultimi dati diffusi da Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) nel mondo ogni giorno sono circa 175.000 i bambini e i ragazzi che si connettono alla rete per la prima volta, in media uno ogni mezzo secondo. I giovani che hanno meno di 18 sono quelli che passano più tempo sul web, con un tasso del 71% rispetto al 48% della popolazione totale. Ma l’uso di internet è in aumento anche tra bambini e adolescenti. L’età in cui i più piccoli iniziano a prendere dimestichezza con smartphone e tablet è infatti scesa sempre di più negli ultimi anni. L’accesso sempre più facile a internet espone bambini e ragazzi a una serie di rischi: la visualizzazione di immagini e video poco appropriati per la loro età o, nei casi peggiori, dannosi; la possibilità di essere contatti da sconosciuti o pedofili; essere vittime di molestie o cyberbullismo soprattutto quando usano i social network; la violazione della loro privacy se qualcuno si appropria delle loro password.

Le dieci regole da seguire consigliate da Unicef

Affinché ciò non accada, è fondamentale che i genitori abbiano un ruolo attivo rispetto all’uso che i figli fanno di internet. È a questo scopo che Unicef Italia, in occasione del Safer Internet Day 2018 celebrato lo scorso 6 febbraio, ha presentato la guida “Parlare ai bambini di Internet”. Si tratta di uno strumento utile a cui tutti i genitori possono fare affidamento per prendere dimestichezza con regole e linguaggi del web e capire fino a che punto l’uso della rete da parte dei loro figli può considerarsi sicuro.

1. Imparate a conoscere Internet

Imparate a conoscere Internet, capite come si accede alla rete, quali sono e come funzionano i principali social network così come i giochi online (Facebook, Twitter, Instagram, Youtube, What’s up, Snapchat, Waze, Foursquare, Line, Tinder). È questo il primo passo da compiere per far sì che i vostri figli evitino di andare incontro a insidie quando navigano sul web.

2. Fissate dei limiti sull’uso di smartphone, laptop, tablet e computer

È importante che conosciate il funzionamento di smartphone, laptop, tablet e computer che si acquistano per i minori. In questo modo, ad esempio, potrete disabilitare la possibilità di scaricare o acquistare determinate App e programmi e – per quanto possibile – tenere sotto controllo le richieste di aggiornamento di software e hardware. 

3. Stabilite un limite d’età per l’accesso ai social network

Spetta ai voi genitori decidere quale sia l’età giusta in cui consentire ai vostri figli di creare e gestire un profilo personale sui social network, principalmente su Facebook e Instagram.

4. Limitate il tempo di esposizione sul web

Concedete ai vostri figli una quantità fissa di tempo online gratuito per chattare, giocare o accedere ai social network. Superato il limite stabilito, fate in modo che non stiano ancora altro tempo davanti al computer o allo smartphone e che si dedichino piuttosto ad altre attività, come fare i compiti o giocare con gli amici.

5. Fate domande sul mondo in cui viene usato Internet

Chiedete ai vostri figli quali sono i siti web e i social network su cui navigano di frequente, se per caso hanno mai ricevuto insulti da loro compagni di scuola, se sono mai stati contatti da uno sconosciuto, se hanno ricevuto per mail o su What’s up immagini offensive o esplicite da parte di coetanei o di persone adulte. Con queste domande capirete se sono al sicuro quando sono su Internet.

6. Ricordate di evitare sempre contatti con gli sconosciuti

Assicuratevi di sapere quali sono i social network utilizzati dai vostri figli. In questo modo saprete sempre con chi sono i contatti e da quali persone ricevono richieste di amicizia. Se questi contatti non sono parenti, o non provengono dalla scuola frequentata dai vostri figli o da famiglie che conoscete, cercate di capire di chi si tratta.

7. Consigliate di non condividere le password con nessuno

Raccomandate i vostri figli di non condividere con nessuno le password che usano per accedere alla mail o ai social network. In questo modo tutelerete la loro privacy ed eviterete che qualcuno possa danneggiare la loro identità online.

8. Dite di pensare prima di pubblicare qualcosa

Spiegate ai vostri figli che tutto quello che si scrive o si posta sul web (compresi video e foto) non può essere cancellato in modo definitivo e, pertanto, sarà visibile per sempre. Questi contenuti possono diventare pericolosi se alterati o veicolati su siti inappropriati. Quindi è molto importante pensare prima di pubblicare e condividere qualcosa.  

9. Verificate che i contenuti visualizzati siano appropriati all’età

Sul web circolano molti contenuti che potrebbero essere inappropriati per i minori. Per questo motivo è importante che educhiate i vostri figli su cosa può essere cercato e visualizzato e su cosa, invece, deve essere assolutamente evitato.

10. Attenzione agli attacchi virus

Hacker e malware (vale a dire quei programmi informatici usati per disturbare le operazioni svolte da un computer) possono infettare computer e smartphone. È bene non fidarsi subito dei programmi antivirus che vengono proposti e, se necessario, rivolgersi a un servizio assistenza.

Autore: Rocco Bellantone
Data:
2 maggio 2018

Vendite piramidali: diffidate dalle promesse di guadagni facili

“Vuoi guadagnare 1.000 euro all’ora?”. Se partecipando a un meeting, seduti davanti al televisore o navigando su Internet vi viene proposto qualcosa del genere, il consiglio è di lasciar perdere immediatamente. Non si tratta infatti di un’occasione imperdibile, bensì di una delle tante truffe effettuate con sistemi di vendite piramidali. Nonostante in Italia questo tipo di pratiche sia vietato dalla legge, purtroppo continuano a essere tante le persone raggirate. Ecco una serie di informazioni utili per capire in cosa consistono questi sistemi di vendite e come riconoscere gli inganni.

Vendite piramidali, cosa sono?

La vendita piramidale non è una tipologia di distribuzione di un prodotto, ma un meccanismo che consiste nel vendere una posizione all’interno di una struttura piramidale. Questa struttura è piramidale in quanto al suo vertice vi è una persona che vende ad altre persone la possibilità di entrare a far parte della piramide a dei livelli sottostanti, promettendo grandi guadagni in cambio del pagamento di una quota d’ingresso. Una volta pagato l’accesso alla struttura, a loro volta queste persone introdurranno altre persone nella piramide e così via. Ricapitolando, come spiega l’Antitrust (Autorità garante della concorrenza e del mercato), i sistemi di vendita piramidali hanno tre caratteristiche: “la promozione è basata sulla promessa di ottenere un beneficio economico; l’avveramento della promessa dipende dall’ingresso di altri consumatori nel sistema; la parte più consistente delle entrate che consentono di finanziare il corrispettivo promesso ai consumatori non risulti da un’attività economica reale”.

Chi ci guadagna e chi ci rimette?

Secondo questo meccanismo, chi sta al vertice della piramide vive di rendita: non è infatti impegnato a vendere nessun prodotto, ma deve solo incassare le quote di ingresso fissate per chi vuole entrare a far parte della struttura. Tutto ciò va a scapito dei soggetti che si trovano nel livello più basso della piramide: più tardi accedono alla struttura, più per loro diventa difficile – se non impossibile – convincere altre persone ad accedere alla piramide.

Come si propone l’ingresso in un sistema di vendita piramidale?

Il reclutamento delle persone da far accedere a questo tipo di sistema avviene solitamente attraverso l’organizzazione di convegni o meeting. Durante questi eventi i vertici della piramide illustrano le possibilità di arricchimento grazie alla modalità di vendita di prodotti che promuovono. Nel farlo spesso si servono di video accattivanti e di testimonianze costruite. Negli ultimi tempi il reclutamento avviene in modo sempre più frequente non solo dal vivo ma anche via Internet. Le persone che partecipano a questi eventi non devono possedere particolari requisiti o competenze per essere reclutate, l’importante è che paghino una quota di accesso. Una volta entrati nella piramide, a loro volta dovranno reclutare altri soggetti e otterranno una percentuale su ogni nuova persona reclutata. Più però il meccanismo va avanti, e più è difficile per gli ultimi arrivati trovare nuovi adepti e rientrare dall’investimento iniziale. L’epilogo è sempre lo stesso: chi ha organizzato il meccanismo scompare una volta incassata la cifra che si era prefissato, tutti gli altri perdono il denaro che avevano investito. In media la vita media di queste strutture è di pochi mesi, al massimo di due anni.

L’esempio della catena di Sant’Antonio

Uno degli esempi più ricorrenti di vendita piramidale sono le catene di Sant’Antonio. Il sistema funziona così: un messaggio, solitamente contenente un invito a compiere un gesto di solidarietà, viene fatto circolare tramite email, What’us Up o i social network (principalmente Facebook) affinché venga inoltrato al maggior numero di utenti. Si tratta di un sistema illegale poiché nella maggior parte dei casi il meccanismo è stato attivato per far circolare denaro in modo illecito.

Che differenza c’è tra vendita piramidale e multilevel marketing?

Nel sistema piramidale il guadagno avviene esclusivamente in base alla capacità di introdurre nuovi affiliati. Ma il guadagno, come detto, se c’è è solo per chi si trova al vertice della piramide. Chi arriva dopo è infatti destinato a non recuperare il corrispettivo della quota di accesso versata. A differenza dei sistemi di vendita piramidali, il multi-level marketing è un sistema di vendita legale che sussiste quando una società, che produce dei beni di consumo (per es. cosmetici, articoli per la casa, libri, ecc.) o che offre dei servizi (prodotti finanziari, contratti di telefonia ecc.), ricerca i clienti non solo per far loro acquistare tali prodotti o servizi, ma anche per farli diventare dei venditori autonomi dei prodotti della società. I nuovi rivenditori, a loro volta, vengono invogliati a cercare altri consumatori e venditori, dato che guadagnano non solo sulle vendite direttamente effettuate, ma anche sulle vendite realizzate dai propri reclutati. In questo caso, il consumatore corre il rischio di perdere la tutela “di consumo” perché di fatto diventa un incaricato alle vendite che però, per cominciare, deve pagare il materiale informativo e i prodotti consegnati dalla società. In questo caso, i promotori hanno comunque come fine quello di vendere e distribuire prodotti e servizi della società, mentre nel sistema piramidale l’unico fine dei promotori è quello di riuscire ad accumulare più soldi possibile, senza necessariamente offrire un prodotto o un servizio in cambio.

Cosa dice la legge?

In Italia i sistemi piramidali sono vietati dalla legge n. 173 del 2005. Questa normativa vieta le operazioni, le strutture e le organizzazioni di vendita finalizzate al reclutamento di persone a cui si vende una posizione all’interno della struttura stessa con la prospettiva di guadagni futuri e ipotetici e con l’incarico di reclutare altre persone. Per chi organizza queste attività sono previsti l’arresto da sei mesi a un anno o un’ammenda da 100mila a 600mila euro. Nel 2012 la sentenza n. 37049 della Corte di Cassazione ha allargato l’attuazione della legge anche a questo tipo di pratiche effettuate su Internet.

Per quanto riguarda invece la vendita diretta a domicilio, l’art. 4 della legge riconosce il diritto di recedere dall’incarico entro 10 giorni dalla stipula del contratto (che deve essere in forma scritta). Il recesso si esercita tramite l’invio alla società di una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno e non vi è l’obbligo di motivazione. In caso di problemi, gli esperti dell’Unione Nazionale Consumatori sono a vostra disposizione: contattateci attraverso lo sportello generico in home page.  Consumatori.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 16 aprile 2018

Perché in Italia non siamo tutti corrotti

La corruzione resta uno dei maggiori problemi per l’economia e l’equità sociale in Italia. Per contrastare il fenomeno in modo più efficace nel nostro Paese negli ultimi anni sono stati fatti importanti passi in avanti sul piano normativo, a cominciare dall’entrata in vigore della legge anti-corruzione n. 190 del 2012 e dall’istituzione dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione). Ma affinché questa inversione di tendenza si traduca in un maggiore benessere per i cittadini, e non passi solo un’immagine negativa di chi lavora nella Pubblica Amministrazione, è necessaria anche una narrativa nuova e più equilibrata della realtà italiana. Ne è convinto Gustavo Piga, professore ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata.

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Gustavo Piga, professore ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata

Professore, quali sono le dimensioni reali della corruzione in Italia?

La corruzione è un male gravissimo del nostro Paese così come di tantissime altre società avanzate all’interno dell’Unione Europea. Anche realtà che vengono pensate come immuni di fatto non lo sono. Per tale motivo bisogna sempre vigilare e combattere questo fenomeno con gli strumenti più appropriati. Non è facile perché la corruzione affonda le proprie radici soprattutto in certi territori, si è infiltrata nei gangli della nostra storia e della nostra società. Per contrastarla bisogna portare avanti e in profondità un’azione culturale specie nei confronti dei giovani.

Lei insiste molto sulla necessità di investire sui dati per contrastare il fenomeno. Perché?

I dati sono importanti perché alzano bandierine rosse, risparmiano un sacco di lavoro inutile, portano a non fare controlli a casaccio ma in modo mirato. In Italia abbiamo tanti dati ma sono dispersi tra varie istituzioni, non c’è un loro utilizzo intelligente. Prendiamo ad esempio la situazione dell’ANAC: in questi anni dai governi che si sono succeduti non è stato fatto abbastanza per migliorare la sua banca dati. Bisogna cambiare passo, disponiamo di tecnologie moderne per farlo.

Sul piano normativo, invece, come valuta quanto fatto negli ultimi anni?

Il problema è che abbiamo normative i cui effetti si vedono sempre troppo tardi. Se vengo condannato per corruzione dopo che sono passati dieci anni dall’apertura del processo, è “normale” che scatti la prescrizione. È soprattutto per questo motivo che ci sono pochissime condanne per corruzione. Inoltre, i ritardi delle sentenze deprimono altri strumenti che possono combattere la corruzione come la legge sui “whistleblowers”, vale a dire sui testimoni di corruzione. Se sono un testimone anticorruzione e so che la persona che sto accusando per dieci anni non verrà condannata, sarò spinto a non collaborare perché in quel periodo vivrò stressato e non avrò garanzie di essere protetto.

Ci sono stati comunque dei miglioramenti?

Certamente. L’istituzione dell’ANAC è un bel segnale del fatto che vogliamo controllare e combattere il fenomeno. Ma dobbiamo stare molto attenti a mettere nel giusto contesto la presenza della corruzione in Italia, soprattutto in rapporto all’azione della Pubblica Amministrazione. Molto spesso confondiamo il concetto di sprechi con il concetto di corruzione. Siccome gli sprechi sono un’enormità, tendiamo a pensare che lo siano anche i corrotti. Questa semplificazione però non mi convince. Lavoro da trent’anni nella Pubblica Amministrazione, sono circondato da persone che lavorano dalla mattina alla sera come, ad esempio, dentro le università. Il problema, però, è che appena emerge uno scandalo sui giornali si legge che i professori universitari sono tutti corrotti.

Quali danni provocano generalizzazioni e semplificazioni di questo tipo?

Sono dannosissime per il Paese perché deprimono le persone che invece lavorano seriamente. Abbiamo moltissimi dati che mostrano che le problematiche degli sprechi nelle strutture pubbliche sono dovute all’80% a questioni di incompetenza e al 20% alla corruzione. Quindi, è giusto combattere la corruzione con tenacia. Ma è anche vero che, alla luce di questi dati, bisogna combattere quattro volte tanto l’incompetenza. Se inquadriamo la questione sotto questo punto di vista, ci accorgiamo che ci sono prospettive molto più positive per il nostro Paese.

Vale a dire?

Combattere l’incompetenza è molto più semplice che combattere la corruzione. Si tratta di fare investimenti sulle professionalità e sull’istruzione nelle nostre scuole e nelle università, per la formazione dei nostri dirigenti, funzionari e impiegati della Pubblica Amministrazione. L’80% degli sprechi negli appalti pubblici è dovuto a incompetenza, e questi sprechi sono misurati attorno al 3% del Pil, dunque circa 50 miliardi di euro. Basterebbe spendere 5 miliardi in competenze e avere indietro quei 50 miliardi. Ciò dimostra che dobbiamo puntare a rendere tutte le nostre stazioni appaltanti molto più competenti, pagando bene le persone brave che riducono gli sprechi. Questa è una battaglia di cui il nostro Paese ha bisogno. Se invece diciamo che siamo tutti corrotti, si genera solo mancanza di fiducia.

Su quali altri aspetti è necessario puntare?

Abbiamo una Pubblica Amministrazione con un bassissimo tasso di laureati, sono poco più del 34% contro il 68% della Francia. Inoltre, la nostra è la Pubblica Amministrazione più vecchia d’Europa. Dobbiamo fare quello che gli inglesi chiamano “spendere per risparmiare”. Se spendo tanto in una Pubblica Amministrazione competente, avrò dei risultati in termini di risparmio e il mio Paese andrà meglio. Da ciò dipende anche un migliore funzionamento dell’economia privata. Inoltre, più persone competenti e ben pagate ci sono in qualsiasi ambiente di lavoro e meno persone si fanno tentare dalla corruzione. In conclusione, dobbiamo dare fiducia all’armata di onesti che lavorano nella nostra Pubblica Amministrazione. Se scommettiamo su una Pubblica Amministrazione avversa al rischio, de-responsabilizzata perché ha paura della corruzione, facciamo un doppio disservizio al Paese. Le leggi, da sole, non sono sufficienti. Anzi, spesso più sono le leggi più sono elevati i livelli di corruzione. Basta parlare di un Paese corrotto e in cui tutti sono corrotti. Cambiamo la narrativa, diventiamo più ottimisti. Non facciamo finire sui giornali le mele marce ma le tante mele squisite che ci sono in tutte le regioni del nostro Paese. Cominciamo da qui e vedrete che le mele marce diminuiranno sempre di più.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 9 aprile 2018

Devi ristrutturare casa? Ecco tutte le agevolazioni fiscali

Urgono lavori di ristrutturazione a casa per rifare il bagno, dare una sistemata al tetto o mettere una porta blindata? Oppure è l’ora di ammodernare gli spazi condominiali condivisi, magari rinfrescando la facciata del palazzo, installando l’ascensore nuovo o realizzando dei box auto? Con la Legge di Bilancio 2018 anche per tutto quest’anno vale il bonus ristrutturazioni, vale a dire le detrazioni per interventi di ristrutturazione edilizia, restaurazione o messa a norma sia di singoli appartamenti che di parti comuni di edifici condominiali. Gli immobili soggetti a detrazioni possono essere di qualsiasi categoria catastale, dunque anche rurali, e le detrazioni vengono applicate anche se i lavori vengono effettuati sulle loro pertinenze.

Per spiegare chi può usufruire di queste agevolazioni, come si fa ad accedervi e quali sono gli interventi detraibili, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato una guida ad hoc sul suo sito www.agenziaentrate.gov.it. Ecco alcuni dei punti più importanti.

Quali sono le detrazioni fiscali previste?

Anche per il 2018 si potrà beneficiare di detrazioni fiscali pari al 50% per spese che non siano superiori ai 96mila euro per ogni singolo immobile in cui si decidono di effettuare lavori di ristrutturazione. Il rimborso della spesa sostenuta avverrà a rate e verrà saldato nell’arco di dieci anni. Salvo nuove proroghe, a partire dal 1° gennaio del 2019 le detrazioni fiscali torneranno a essere pari al 36% rispetto alla spesa sostenuta.

Quali lavori di ristrutturazione sono detraibili?

Nel caso delle singole unità immobiliari possono essere svolti i seguenti interventi:

  • manutenzione straordinaria (installazione di ascensori e scale di sicurezza, realizzazione e miglioramento dei servizi igienici, sostituzione di infissi esterni e serramenti o persiane con serrande e con modifica di materiale o tipologia di infisso, rifacimento di scale e rampe, interventi finalizzati al risparmio energetico, recinzione dell’area privata, costruzione di scale interne);
  • restauro e risanamento conservativo (eliminazione e prevenzione di situazioni di degrado, adeguamento delle altezze dei solai nel rispetto delle volumetrie esistenti, apertura di finestre per esigenze di aerazione dei locali);
  • ristrutturazione edilizia (demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria dell’immobile preesistente, modifica della facciata, realizzazione di una mansarda o di un balcone, trasformazione della soffitta in mansarda o del balcone in veranda, apertura di nuove porte e finestre, costruzione dei servizi igienici in ampliamento delle superfici e dei volumi esistenti);
  • ricostruzione o ripristino dell’immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi;
  • eliminazione delle barriere architettoniche, aventi a oggetto ascensori e montacarichi (per esempio, la realizzazione di un elevatore esterno all’abitazione);
  • realizzazione di ogni strumento idoneo a favorire la mobilità interna ed esterna all’abitazione per le persone con disabilità gravi;
  • prevenire il rischio del compimento di atti illeciti (rafforzamento, sostituzione o installazione di cancellate o recinzioni murarie degli edifici, apposizione di grate sulle finestre o loro sostituzione; porte blindate o rinforzate, apposizione o sostituzione di serrature, lucchetti, catenacci, spioncini; installazione di rilevatori di apertura e di effrazione sui serramenti, apposizione di saracinesche, tapparelle metalliche con bloccaggi, vetri antisfondamento, casseforti a muro, fotocamere o cineprese collegate con centri di vigilanza privati, apparecchi rilevatori di prevenzione antifurto e relative centraline);
  • cablatura degli edifici e al contenimento dell’inquinamento acustico;
  • interventi per il conseguimento di risparmi energetici;
  • interventi per l’adozione di misure antisismiche;
  • interventi di bonifica dall’amianto e di esecuzione di opere volte a evitare gli infortuni domestici;

Nel caso degli spazi condominiali in comune:

  • manutenzione ordinaria (riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici, sostituzione di pavimenti, infissi e serramenti, tinteggiatura di pareti, soffitti, infissi interni ed esterni, rifacimento di intonaci interni, impermeabilizzazione di tetti e terrazze, verniciatura delle porte dei garage);
  • manutenzione straordinaria;
  • restauro e risanamento conservativo;
  • ristrutturazione edilizia;

Come si pagano i lavori di ristrutturazione detraibili?

Per ottenere le agevolazioni fiscali i pagamenti dei lavori di ristrutturazione devono essere effettuati con il cosiddetto “bonifico parlante”, vale a dire un bonifico bancario o postale (anche on line) da cui risultino:

  • causale del versamento, con riferimento alla norma (articolo 16-bis del Dpr 917/1986);
  • codice fiscale del beneficiario della detrazione;
  • codice fiscale o numero di partita Iva del beneficiario del pagamento;

Si può richiedere il bonus ristrutturazioni se si usufruisce di un finanziamento?

Sì. In questo caso può essere richiesto lo sconto Irpef del 50%, la società finanziaria deve pagare tramite bonifico e il titolare dell’agevolazione fiscale deve conservare la ricevuta del bonifico.

Risparmio energetico

A partire dai lavori effettuati dal 1° gennaio 2018 è obbligatorio comunicare all’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) per via telematica le spese di ristrutturazione sostenute. Dal 30 marzo scorso è attivo il sito dell’Agenzia finanziaria2018.enea.it per la trasmissione dei dati relativi agli interventi di efficienza energetica ammessi alle detrazioni fiscali (dal 50% all’85%) e conclusi dopo il 31 dicembre 2017. Inoltre, per aiutare gli utenti a risolvere i problemi di natura tecnica e procedurale sul portale curato sempre da ENEA efficienzaenergetica.acs.enea.it sono disponibili un vademecum, risposte alle domande più frequenti, la normativa di riferimento e un servizio di help desk a cui inviare i propri quesiti.

Il bonus ristrutturazioni esclude altri bonus?

Il bonus ristrutturazioni non è cumulabile con l’Ecobonus (per il risparmio energetico al 65%) e con gli altri bonus casa introdotti o confermati con la Legge di Bilancio 2018. Il bonus ristrutturazioni dà invece diritto a beneficiare del ed bonus mobili ed elettrodomestici (detrazione del 50% per una spesa massima di 10.000 euro ma solo se l’acquisto viene effettuato dopo una ristrutturazione).

Autore: Rocco Bellantone
Data: 10 aprile 2018