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Rc auto familiare: quanto conviene ai consumatori?

Rc Auto familiare UNC

Dal 16 febbraio è entrata in vigore l’Rc auto familiare, ovvero l’estensione della classe di merito più bassa a veicoli diversi e ai rinnovi della polizze. Vediamo di cosa si tratta e se, nel concreto, questo provvedimento assicurativo – introdotto tramite un emendamento nel nuovo decreto Milleproroghe – porterà realmente dei benefici in termini di risparmio ai consumatori.

Cos’è l’Rc auto familiare?

Con l’entrata in vigore dell’Rc auto familiare dal 16 febbraio è possibile attribuire a tutti i veicoli di un nucleo familiare la classe di merito più bassa tra i mezzi posseduti dai singoli componenti, sia che si tratti di un’auto oppure di un ciclomotore a due o tre ruote. L’estensione della classe di merito più conveniente vale sia se si devono stipulare nuove polizze assicurative, sia in caso di rinnovi. Per beneficiare di questo meccanismo è sufficiente presentare il certificato di stato di famiglia al momento della sottoscrizione del contratto di assicurazione.

Cosa cambia rispetto al passato?

L’Rc auto familiare introduce due novità rilevanti rispetto al passato. Prima della sua entrata in vigore, infatti, era possibile acquisire la classe di merito più bassa ma solo se relativa alla stessa categoria di veicolo. Adesso invece, come detto, l’estensione della classe di merito più conveniente vale per tutte le tipologie di veicolo. Inoltre, l’estensione vale non più solo per i nuovi veicoli acquistati, ma anche per quelli che sono già di proprietà.  

Chi non può usufruire dell’Rc auto familiare?

Non possono usufruire dell’Rc auto familiare gli assicurati che sono già in prima classe di merito, i nuclei familiari che possiedono un solo veicolo e i guidatori che hanno provocato un sinistro con colpa nei cinque anni precedenti alla richiesta.

Cosa succede in caso di incidente?

L’altra principale novità introdotta con l’Rc auto familiare riguarda il cosiddetto “Malus”, vale a dire i casi in cui si verifica un incidente stradale. Se il beneficiario del contratto familiare con veicolo di diversa tipologia (presumibilmente moto o motorino) causa un incidente i cui danni sono superiori a 5.000 euro, alla successiva stipula della polizza assicurativa avrà un declassamento di 5 classi di merito. Questa condizione riguarderà esclusivamente il responsabile dell’incidente e nessuno degli altri componenti del nucleo familiare.  

Pro e contro

Se dunque con questo nuovo provvedimento iI prezzo della polizza auto potrà ridursi, potrebbero invece prevedersi delle stangate in caso di incidente grave. Ma non solo. Dietro l’estensione della classe di merito più bassa anche in caso di rinnovo della polizza, potrebbe infatti esserci il rischio che le compagnie si rivalgano sugli altri componenti della famiglia assicurati, ad esempio innalzando i premi medi per non registrare una riduzione degli utili. Ciò si tradurrebbe in un riallineamento dei premi inefficiente ed iniquo, visto che ci sarebbe un peggioramento per le famiglie che possiedono un solo veicolo, a vantaggio delle altre, in teoria più benestanti. Infine, sarà anche importante capire come le compagnie assicurative si regoleranno con i prezzi delle componenti accessorie (furto e incendio, cristalli, atti vandalici e agenti atmosferici). Sono voci che potrebbero registrare un forte rialzo per riequilibrare i mancati introiti dovuti all’introduzione dell’Rc auto familiare.

LEGGI A RIGUARDO: IL 16 FEBBRAIO ARRIVA L’RC AUTO FAMILIARE

Autore:
Rocco Bellantone
Data: 18 febbraio 2020

Dispositivi anti-abbandono: cosa prevede la nuova legge

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Il 28 gennaio il ministro dei Trasporti Paola De Micheli ha firmato il decreto per l’assegnazione del contributo o del rimborso per l’acquisto dei dispositivi anti-abbandono. Si potrà ottenere il bonus registrandosi, a partire del 20 febbraio, sulla piattaforma informatica Sogei accessibile su www.sogei.it o su www.mit.gov.it. Verrà rilasciato un buono spesa elettronico del valore di 30 euro valido per l’acquisto del dispositivo. Al rimborso avrà diritto anche chi ha già fatto l’acquisto. Basterà fare la richiesta entro sessanta giorni dal 20 febbraio e allegare una copia del giustificativo di spesa.

Cosa prevede la legge

Dal 7 novembre è entrato in vigore l’obbligo di installazione a bordo dei veicoli di dispositivi anti-abbandono per i bambini al di sotto dei 4 anni, in base al regolamento di attuazione dell’art. 172 del nuovo Codice della Strada. Lo ha comunicato il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), specificando che per agevolare l’acquisto dei dispositivi nel Decreto Fiscale è stato istituito un fondo e il riconoscimento di un contributo economico di 30 euro per ciascun dispositivo acquistato. Il provvedimento ha colto alla sprovvista milioni di italiani, che si sono ritrovati a dover fare i conti con questo obbligo senza aver ricevuto per tempo le necessarie delucidazioni su dove ed entro quando acquistare questi dispositivi e su quali prodotti, tra i tanti in vendita, sono omologati e dunque a prova di controlli e di eventuali multe. Per fare chiarezza di fronte a tanta incertezza sul tema, il MIT ha pubblicato sul proprio sito internet le risposte a una serie faq sull’argomento.

Omologazione e funzionamento

Per ciò che concerne i negozi in cui si possono acquistare questi dispositivi, viene specificato che possono essere reperiti on line e nei negozi specializzati in articoli per l’infanzia. Riguardo la loro omologazione, il MIT dichiara che “non necessitano di omologazione ma devono essere accompagnati da un certificato di conformità rilasciato dal produttore. In merito al funzionamento, il Ministero chiarisce che i dispositivi devono attivarsi automaticamente a ogni utilizzo senza bisogno che il conducente compia ulteriori azioni e dare un segnale di conferma di avvenuta attivazione. In caso di abbandono del piccolo a bordo dell’auto, dovranno invece attivarsi con segnali visivi e acustici o visivi e di vibrazione, percepibili o all’interno o all’esterno del veicolo. Sia i seggiolini che i dispositivi anti-abbandono potranno essere collegati allo smartphone del genitore con una app o tramite Bluetooth per inviare notifiche.

Le sanzioni previste

Altra questione di cui si è molto parlato negli ultimi giorni rimanda alle sanzioni a cui va incontro chi non rispetta l’obbligo. Il MIT risponde in proposito che le multe possono andare da un minimo di 83 a un massimo di 333 euro – che si riducono a 58 e 10 se si paga entro cinque giorni – con la sottrazione di 5 punti dalla patente. Se però si commettono due infrazioni in due anni scatta la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi. Le multe sono scattate formalmente dal 7 novembre, anche se il governo sta lavorando per posticipare le sanzioni al 6 marzo del 2020.

Incentivi

Infine, per ciò che concerne la possibilità di beneficiare di un incentivo per l’acquisto, il MIT comunica che nei prossimi giorni verrà pubblicato un decreto con le modalità richieste per la sua erogazione. Tale contributo sarà erogato direttamente alle famiglie dopo l’esibizione della ricevuta di pagamento, fino ad esaurimento delle risorse stanziate. Motivo per cui, conclude il MIT, è consigliabile tenere lo scontrino che certifica la spesa.

Bambini lasciati soli in auto, cosa prevede la legge

Purtroppo anche in Italia sono frequenti casi di bambini lasciati soli in auto dai propri genitori che si concludono in tragedie. Queste situazioni sono dovute soprattutto allo stress, ai ritmi forsennati e alle routine consolidate della vita quotidiana. Stati psicho-fisici che durante la giornata portano i genitori a compiere una serie di azioni in “automatico”, compreso il gesto di slacciare il seggiolone su cui è seduto il proprio figlio e farlo scendere dalla macchina. Non sempre, però, questi automatismi funzionano. L’abbandono di un bambino in auto è normato dall’articolo 591 del Codice penale. L’articolo stabilisce che il responsabile commette un reato punibile con la reclusione che va da sei mesi a cinque anni. Se in seguito all’abbandono il piccolo subisce una lesione personale, la reclusione va da uno a sei anni. Nel caso di morte accertata per abbandono di minore, gli anni di reclusione passano da tre a un massimo di otto.

Seggiolini salva bebé: come funzionano

In linea di massima i seggiolini antiabbandono hanno tutti un funzionamento simile. All’interno del seggiolino viene installato un dispositivo che tramite bluetooth si collega allo smartphone grazie a un’app. Dunque, quando si sale in auto telefono e seggiolino si collegano automaticamente. In questo modo appositi sensori di pressione riescono a rilevare se il seggiolino è occupato oppure no. Se i sensori percepiscono che il bambino è rimasto a bordo del veicolo scattano due allarmi: il primo parte quando lo smartphone si allontana di qualche metro dall’auto e al telefono arriva una apposita notifica. Se a questo allarme non segue nessuna reazione da parte del genitore, l’app fa partire una serie di sms ai numeri di emergenza che erano stati preimpostati. In certi casi, grazie al collegamento gps, è anche indicata l’ubicazione della macchina.

Ci sono in commercio molti altri dispositivi antiabbandono. C’è un’app, ad esempio, che fa abbassare i finestrini quando scatta l’allarme in caso di abbandono. Un altro dispositivo tramite un allarme sonoro avvisa il conducente se allo spegnimento dell’auto il bambino è ancora in macchina. Il costo di questi apparati va dai 150 ai 350 euro. Una volta entrata in vigore la nuova legge, come detto sarà chiaro quale di questi dispositivi è ritenuto idoneo e quale invece no. 

Consigli utili da seguire

Negli Stati Uniti, Paese in cui muoiono in media circa 37 bambini ogni anno perché sono stati abbandonati in auto dai loro genitori, l’associazione KidsAndCars.org ha lanciato una guida che si chiama “Look before you lock”, il cui significato è “Guarda prima di chiudere”. Le regole indicate a prima vista potrebbero sembrare banali per ogni genitore. In realtà leggerle e fissarle il più possibile nella mente è una cosa utile da fare. La speranza è che non accada mai a nessuno, ma avere un vuoto totale di concentrazione durante una normale giornata potrebbe capitare a chiunque e a pagarne le conseguenze, purtroppo, potrebbero esserne anche i più piccoli. Tra i consigli contenuti in questa guida, ve ne se sono in particolare tre che non vanno assolutamente dimenticati quando si viaggia in auto con dei bambini: una volta entrati in macchina poggiate sul sedile posteriore qualcosa di cui avete bisogno (ad esempio il cellulare), in questo modo sarete “costretti” ad aprire lo sportello posteriore una volta che avete parcheggiato o a tornare in macchina per prenderlo se lo avete dimenticato; chiedete al personale della scuola dell’infanzia frequentata da vostro figlio di chiamare se il bambino non è arrivato come previsto; mettete un gioco di vostro figlio sul sedile del passeggero anteriore, è un modo anche questo per non farvi dimenticare che in auto non siete da soli.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 11 novembre 2019
Aggiornamento: 4 febbraio 2020

Monopattini elettrici: come usarli in sicurezza

monopattino elettrico

Si chiama micromobilità elettrica e, dopo aver spopolato negli Stati Uniti, in Cina e in diversi Paesi europei, sta iniziando a prendere piede anche in Italia. Facilissimi da usare, utili per muoversi agevolmente per brevi e medie distanze in città, rispettosi dell’ambiente, i monopattini elettrici sono infatti una scelta sempre più comune anche tra gli italiani. Vediamo perché.

Cosa dice la legge?

Tra le novità introdotte dall’inizio del nuovo anno con l’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2020, c’è stata anche l’equiparazione dei monopattini elettrici alle biciclette. In base a un emendamento al comma 75 della manovra, apportato con il decreto Milleproroghe e che adesso dovrà essere presentato alla Camera, l’equiparazione alla biciclette vale esclusivamente per i monopattini elettrici con una potenza massima di 0,50 Kw e con una velocità non superiore a 25 Km/h, limite di velocità che era stato stabilito con il decreto ministeriale n. 229 del 4 giugno 2019. Lo stesso emendamento alla Legge di Bilancio introduce inoltre delle multe che vanno da un minimo di 100 a un massimo di 400 euro per chi non rispetta le regole, e la sanzione accessoria della confisca amministrativa del mezzo.

Le regole per gli utenti

Come detto, in Italia gli utenti di questi nuovi mezzi continuano a crescere. A usarli sono più gli uomini che le donne (60% contro 40%). Inizialmente erano soprattutto giovani tra i 16 e i 23 anni. Successivamente l’età si è alzata attestandosi ai 30 anni, concentrandosi dunque nella fascia dei lavoratori che nelle città hanno bisogno di percorrere velocemente pochi chilometri (in media 2) più volte al giorno, ad esempio per raggiungere il posto di lavoro o spostarsi per degli appuntamenti.

Sono in molti a pensare che non vi siano particolari regolare da seguire per muoversi su questi mezzi, e invece non è così.

  • È vietato trasportare altri passeggeri;
  • I monopattini elettrici possono circolare solo sulle aree pedonali, sui percorsi ciclopedonali, sulle piste ciclabili e sulle strade urbane.
  • È vietata la circolazione al buio e di giorno in caso di scarsa visibilità per i microveicoli sprovvisti di luci. In questi casi potranno essere solo trasportati a mano;
  • Non sono regole scritte, ma per la propria sicurezza è importante tenere in efficienza il veicolo, mettere il casco (anche se non è obbligatorio), indossare scarpe adeguate, scendere dal monopattino in caso di pioggia e per attraversare la strada. Nel caso in cui la circolazione avvenga nelle strade con limite di velocità di 30 km/h, è necessario indossare un giubotto o delle bretelle retroriflettenti.
  • L’utente deve assicurarsi che il mezzo che acquista sia munito di marchio CE e che emetta un segnale acustico;
  • Le regole che normano l’utilizzo dei monopattini elettrici sono differenti rispetto a quelle che valgono per segway (con manubrio), hoverboard e monowheel, la cui circolazione può essere autorizzata solo in determinate zone definite dai singoli Comuni, come le aree pedonali e le piste ciclabili.

Le nostre città sono pronte?

In molte città del nostro Paese non sarà facile individuare aree adatte alla sperimentazione di questi veicoli. I problemi di urbanistica, basti pensare su tutti al caso di Roma. Il rischio concreto, nell’immediato, è che in assenza dell’individuazione di aree dedicate monopattini elettrici, segway, monowheel e hoverboard finiscano per muoversi sui marciapiedi, come accade spesso per le biciclette. E nel momento in cui questi mezzi saranno sempre più diffusi, la possibilità che si verifichino incidenti è purtroppo reale. Secondo una stima di Associated Press negli Stati Uniti ci sono già state undici vittime. A Parigi, dove sono attivi oltre 15mila monopattini elettrici, è vietata la loro circolazione sui marciapiedi. In attesa dell’introduzione di un pacchetto di norme ad hoc nel Codice della strada, oltre che potenziare le piste ciclabili potrebbe essere opportuno prendere in prestito dalla capitale francese questo vincolo. Sarebbe un segnale importante in termini di sicurezza.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 4 giugno 2019
Aggiornamento: 24 gennaio 2020

Immagine di una donna che tiene in mano uno scontrino cartaceo

Scontrino elettronico, cosa cambia dal 1 gennaio 2020

Immagine di una donna che tiene in mano uno scontrino cartaceo

Dal primo gennaio del 2020 è scattato l’obbligo di emissione dello scontrino elettronico per tutti gli esercenti, come previsto dalla Legge di Bilancio 2019. Al nuovo sistema devono attenersi artigiani, albergatori, ristoratori, partite Iva al regime dei minimi e forfettari con redditi annui inferiori ai 65.000 euro e tutti quegli operatori economici che emettono ricevute fiscali. Nel complesso si tratta di oltre 2 milioni di attività. Il passaggio al nuovo sistema era già entrato in vigore dal luglio dello scorso anno per circa 200mila soggetti che nel 2018 avevano dichiarato un volume d’affari superiore a 400.000 euro. L’Agenzia delle Entrate ha invece posticipato al 30 giugno 2020 l’introduzione delle sanzioni per chi non rispetterà l’obbligo. 

Cosa cambia per gli esercenti

Per sostituire o aggiornare i registratori di cassa, omologandoli così ai nuovi registratori telematici, gli esercenti hanno dovuto spendere tra gli 800 e i mille euro. Si tratta di una spesa che però è stata in parte ammortizzata da un contributo statale, sotto forma di credito d’imposta, pari al 50% della cifra investita. Il contributo arriva a un massimo di 250 euro in caso di acquisto e di 50 euro in caso di adattamento. Con il nuovo sistema gli esercenti non dovranno più tenere il regime dei corrispettivi, conservando le copie dei documenti commerciali rilasciati ai clienti. Con i registratori telematici l’Agenzia delle Entrate è infatti in grado di acquisire tempestivamente e correttamente i dati fiscali delle operazioni effettuate durante il giorno per metterli poi a disposizione degli operatori Iva o dei loro intermediari. Per non incorrere in sanzioni, la trasmissione dei dati fiscali attraverso i registratori telematici dovrà essere eseguita dagli esercenti nella stessa giornata in cui è stata effettuata la vendita o al massimo entro e non oltre 12 giorni

Cosa cambia per i consumatori?

L’archiviazione dello scontrino elettronico è un vantaggio anche per i consumatori. D’ora in avanti il cliente non riceverà infatti più uno scontrino o una ricevuta, bensì un documento commerciale. Questo documento non ha un valore fiscale, ma può essere utile per far valere la garanzia (anche se ricordiamo che per farlo può bastare l’estratto conto) e può essere utilizzato per la dichiarazione dei redditi in modo da consentirgli di usufruire di eventuali detrazioni fiscali.

La lotta all’evasione fiscale

Con l’introduzione dello scontrino elettronico il Governo punta a contrastare l’evasione fiscale dell’IVA. Questo strumento va ad aggiungersi alla fatturazione elettronica. Nei primi mesi del 2019 in Italia più di 3 milioni di soggetti hanno emesso quasi 700 milioni di fatture elettroniche per un importo complessivo di oltre 1,25 miliardi di euro. Adesso, con l’obbligo per tutti dello scontrino elettronico, come detto il Fisco ha immediatamente a disposizione i dati sulle vendite e quelli relativi al calcolo dell’Iva, così da prevenire e individuare eventuali evasioni. 

La lotteria degli scontrini

Al luglio del 2020 è stata poi posticipata la lotteria degli scontrini. A partire da quella data i contribuenti, dando il loro consenso e fornendo il loro codice fiscale, potranno partecipare all’estrazione di premi mensili fino a 10mila euro e di un maxi-premio annuale da un milione di euro. Chi vorrà partecipare riceverà per ogni euro speso 10 biglietti virtuali. La “giocata” minima sarà di 1 euro. Con questa iniziativa il Ministero dell’Economia e delle Finanze punta a motivare i contribuenti a chiedere lo scontrino fiscale nel momento in cui effettuano qualsiasi tipo di acquisto, in modo da fare emergere quanto più nero possibile.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 3 gennaio 2020

Polizze dormienti, consigli utili per non smarrirle

Polizze dormienti, guida ANIA

“Polizze dormienti”. È questo il titolo della nuova guida della collana “L’Assicurazione in chiaro” pubblicata dal Forum Consumatori di ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) in collaborazione con le associazione dei consumatori Adiconsum, Adoc, Codacons, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino e Unione Nazionale Consumatori. Uno strumento utile che con un linguaggio semplice, degli esempi pratici e una serie di consigli utili, consente di avere un quadro più chiaro e aggiornato sulle polizze che per vari motivi non sono state riscosse dai beneficiari e che, per tale motivo, sono destinate ad andare in prescrizione. Non tutti infatti sanno che dopo dieci anni, a differenza dei conti correnti che possono essere sempre “risvegliati”, le polizze si prescrivono e non possono più essere riscosse dai beneficiari.

Cosa sono le “polizze dormienti”

Si parla di “polizze dormienti” principalmente in due casi. Il primo caso si riscontra quando il contratto della polizza assicurativa è scaduto e la polizza ha maturato un capitale. Secondo quanto previsto dalla normativa spetta all’impresa di assicurazione inviare al titolare un avviso di scadenza. Può però accadere che il cliente non si attivi o che, per vari motivi, non sia rintracciabile. Altro caso molto frequente è il decesso dell’assicurato, che spesso coincide con il titolare della polizza. Se i beneficiari del contratto assicurativo (spesso i familiari del cliente) non sono stati informati dell’esistenza della polizza o della compagnia con la quale si è sottoscritta, solitamente possono verificarsi due situazioni: la prima è che i beneficiari non si attivino per richiedere la somma assicurata, non essendo a conoscenza della polizza; la seconda è che la compagnia non sia in grado di venire a conoscenza della morte dell’assicurato e, quindi, non si attivi per procedere alla liquidazione.

Cosa fare per evitare la “dormienza della polizza”?

Per impedire che non si attivi la liquidazione delle somme assicurate dalla polizza, nella guida realizzata da ANIA è stato inserito un decalogo con gli accorgimenti da tenere a mente per evitare spiacevoli sorprese. Anzitutto è necessario conservare la documentazione contrattuale ricevuta dalla compagnia assicurativa, informare dell’esistenza della polizza i propri cari o altre persone di fiducia e consegnare loro una copia dei documenti. È fondamentale avvisare sempre la compagnia di eventuali modifiche dell’indirizzo di residenza o del recapito della corrispondenza. Nel caso in cui l’assicurato decide di non indicare specificamente i beneficiari della polizza con nome, cognome e dati personali utili a rintracciarli, egli deve comunque informare una persona di fiducia su cosa fare in caso di suo decesso e indicare una terza persona alla quale la compagnia potrà rivolgersi. È bene poi ricordarsi di monitorare periodicamente la propria posizione assicurativa accedendo all’area riservata ai clienti sul sito internet della compagnia e, in caso di necessità, rivolgersi al “Servizio Ricerca Polizze Vita” di ANIA. Si tratta di un servizio gratuito che fornisce informazioni sull’esistenza o meno di polizze relative a persone decedute.

SCARICA LA GUIDA “POLIZZE DORMIENTI”

Autore: Rocco Bellantone
Data: 12 novembre 2019

Trading online: come riconoscere le truffe

L'immagine di un uomo che investe in borsa usando il proprio smartphone

Chiunque navigando su internet si sarà imbattuto almeno una volta nell’annuncio di “occasioni d’oro” da non perdere per diventare ricchi in pochissimo tempo. Spesso in questi messaggi pubblicitari si vedono i volti sorridenti di persone “normali” – studenti universitari, lavoratori, casalinghe, pensionati – che investendo in borsa piccole cifre, in modo semplice e con pochi click, sono riuscite a portarsi a casa cifre da capogiro. Per chi non lo sapesse, l’acquisto e la vendita di titoli non funziona affatto così, e se qualcuno vi propone di mettervi alla prova con un investimento di poche decine di euro su una piattaforma di trading online, pensateci non una ma due volte prima di dire di sì. Proviamo a spiegare perché.

Truffe online, le regole ci sono (ma in pochi le rispettano)

Nonostante all’apparenza le vincite facili proposte possano sembrare irrealizzabili a prima vista, sono tante purtroppo le persone che abboccano ogni giorno all’amo, complici gli slogan e le immagini accattivanti utilizzati e la pervasività dei messaggi pubblicitari, particolarmente accentuata sul web. Lo dimostrano le centinaia di segnalazioni e reclami che arrivano ai nostri sportelli di assistenza. Eppure queste truffe non si dovrebbero nemmeno verificare, anzitutto perché l’attività finanziaria di investimento è regolamentata a livello nazionale ed europeo. Tante aziende però operano al di fuori delle regole, non avendo mai ottenuto alcuna autorizzazione a raccogliere risparmi sul territorio italiano da parte della Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), e continuando a truffare la gente non preoccupandosi affatto di incorrere in sanzioni. L’esercizio abusivo di servizi e attività di investimento è infatti un reato punito con la reclusione fino a un massimo di 8 anni in base all’art. 166 del Testo unico della Finanza – Tuf.

Le tecniche utilizzate dai truffatori

Chi confeziona i messaggi pubblicitari per attirare gli utenti nella trappola del trading online, fa leva principalmente su tre elementi. Il primo elemento è far passare il messaggio che con pochi soldi, con alcuni semplici click e in brevissimo tempo chiunque può far lievitare 100 euro fino addirittura a 40.000 euro. Insomma, un miracolo alla portata di tutti. Il secondo elemento consiste nella tecnica di utilizzare parole e formule rassicuranti – dai “periodi di prova” ai “bonus di benvenuto” – per far credere all’utente che non correrà alcun rischio nell’investire parte dei propri risparmi in borsa. Ciò che si verifica è però puntualmente l’esatto contrario. Il terzo elemento rimanda infine a tecniche di marketing che sono sempre più aggressive: si va dall’invio di sms alle chiamate promozionali sui numeri di cellulare nel corso delle quali l’operatore prova a “giocare” sulla scarsa attenzione o sulla fretta dell’utente spingendolo a investire piccole cifre in cambio di bonus che gli faranno guadagnare molti più soldi.

Come riconoscere i siti pericolosi per i nostri soldi: 5 consigli da seguire

Riconoscere i siti di trading online che celano delle truffe è possibile. Basta seguire una serie di consigli, come quelli indicati dalla Consob, e ricordarsi che una volta entrati in contatto con queste piattaforme sarà difficile tornare indietro e recuperare i soldi investiti.

  1. La prima cosa a cui fare attenzione è lo schema della comunicazione pubblicitaria. È molto simile a quello del gioco online e, in effetti, chi propone il trading online vuole farci credere che sia facile come scommettere sul risultato di una partita di calcio.
  2. Occorre accertarsi subito della vera ed esatta denominazione della società che propone l’investimento. Se si hanno difficoltà nell’ottenere queste informazioni basilari, allora è meglio “cambiare aria”. In generale, è sempre bene comunque non fidarsi ciecamente di quello che viene riportato sul sito di una società, così come non basta leggere che il soggetto in questione è vigilato da un’autorità pubblica. Se la società non è presente sul sito della Consob fra le imprese autorizzate (o sugli elenchi della Banca d’Italia), non bisogna assolutamente investire.
  3. Un altro campanello d’allarme squilla nel momento in cui la sede sociale dell’impresa che propone l’investimento è situata in un paradiso fiscale o in una località esotica.
  4. Diffidare dalle promesse di rendimenti molto più alti di quelli presenti sul mercato, così come da bonus e incentivi di vario tipo e dai guadagni iniziali assicurati.
  5. Tenere sempre a mente le modalità con cui è stata promossa la piattaforma di trading online. Come detto si può trattare di sms, di telefonate ai numeri di cellulare, ma anche dell’invio di link tramite mail, di banner e pop up che compaiono sulle pagine web che si stanno consultando e di passaparola nei “forum di finanza”, dove capita spesso che dietro gli “esperti” si celino operatori delle società che puntano a truffare gli utenti.

Come difendersi da queste truffe?

La prima cosa da fare, come detto, è verificare se il soggetto che offre il servizio di trading online sia autorizzato in Italia. In ogni caso conviene verificare se vi siano delle segnalazioni negative presso la Consob. È una verifica semplice da fare. Sul sito dell’Autorità vengono infatti pubblicati periodici avvisi in cui sono resi noti i nomi dei soggetti non autorizzati. Se dopo vari controlli si prende la decisione di investire in borsa, così come per gli acquisti online è importante tutelarsi con il metodo di pagamento. È quindi sconsigliabile anzitutto l’uso del bonifico bancario. Molto meglio effettuare i pagamenti tramite carta di credito, cosa che consente, almeno in determinate circostanze, di contestare gli addebiti e magari anche di recuperare i soldi versati. Se si iniziano ad avere difficoltà nella restituzione delle somme investite, la cosa da fare è uscire subito dall’investimento. In caso di necessità, i nostri sportelli d’assistenza e i nostri esperti sono sempre pronti a darvi una mano.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 29 ottobre 2019

Car sharing, perché conviene

car sharing

In Italia il car sharing non è ormai soltanto più una “moda passeggera” presa in prestito dall’estero, ma un modo di spostarsi in città scelto da un numero sempre maggiore di persone. I motivi sono semplici. Il primo è la praticità. Basta infatti avere uno smartphone e scaricare l’applicazione di uno dei tanti servizi di noleggio auto per rintracciare il veicolo più vicino e raggiungere la meta prefissata. Il secondo è la comodità. Il car sharing permette infatti da un lato di lasciare a casa l’auto di proprietà, evitando così code in traffico; dall’altro consente di non doversi affidare solo ed esclusivamente ai mezzi pubblici la cui puntualità ed efficienza, in città caotiche come Roma, spesso purtroppo lasciano molto a desiderare. In mezzo le note negative, di certo, non mancano. A cominciare dalla disponibilità dei mezzi, che in Italia comunque è in crescita, e dai prezzi. Il car sharing è indubbiamente un’ottima alternativa all’auto anche in termini di sostenibilità ambientale, ma farne uso tutti i giorni, ad esempio per recarsi al lavoro, non è affatto nelle disponibilità di tutti.

I numeri in Italia

I pro sembrano comunque superare nettamente i contro, come emerge dai dati del rapporto del 2019 di Aniasa (Associazione Nazionale Industria dell’Autonoleggio e Servizi Automobilistici) sulla portata del car sharing in Italia, secondo cui nel 2018 il “fenomeno” è continuato a crescere, raggiungendo quota 1,8 milioni di iscritti. Rispetto al 2017, è invece diminuito del 20% il numero di utenti attivi (vale a dire coloro che hanno effettuato almeno un noleggio negli ultimi sei mesi). Dalla sintesi dei due dati viene comunque fuori una base sempre più solida di clienti che sta facendo della condivisione dell’auto uno degli elementi contraddistintivi del proprio stile di vita quotidiano. Il car sharing viene usato in Italia in prevalenza da persone di sesso maschile (63%), anche se è in graduale aumento anche il numero di donne che ne fanno l’utilizzo (dal 34% del 2016 al 37% del 2018). Per ciò che concerne le fasce d’età, a servirsi delle auto in condivisione sono soprattutto i “millennials” tra i 26 e 35 anni (30%), seguiti dai neopatentati (26%), dagli adulti tra 36 e 45 anni (21%) e tra 46 e 55 anni (15%). Sopra i 55 anni si fa invece molta fatica a lasciare nel garage l’auto di proprietà. Riguardo i giorni di maggiori prenotazioni, prevalgono quelli feriali (tra il 14 e il 15%) sulla domenica (13%). Per gli orari, i picchi si registrano tra le 16 e le 21 (31%) e tra le 7 e le 12 (20%), dunque le fasce orarie in cui pendolari e lavoratori delle grandi città raggiungono o lasciano il posto di lavoro. Le città in cui il car sharing ha ormai preso stabilmente piede sono Milano (in testa), Roma, Torino e Firenze.

Chi offre il servizio di car sharing in Italia?

Sempre secondo il rapporto 2019 di Aniasa, attualmente in Italia in totale circolano circa 33.000 auto in condivisione. L’offerta del servizio si sta facendo sempre più variegata: da Fca con Enjoy a Daimler con Car2Go, al Gruppo Bmw con DriveNow.

Car sharing: istruzioni per l’uso

Come detto, la prima cosa da fare se si vuole accedere al car sharing è scaricare l’app predisposta dalle case automobilistiche che vendono il servizio. Una volta scaricata l’applicazione sullo smartphone, basta aprirla e guardare sulla mappa qual è l’auto più vicina. Selezionata quella meno distante (e magari anche non a corto di benzina come si evince dall’icona accanto al veicolo), è possibile raggiungerla lasciandosi guidare dalla mappa. Il tempo a disposizione per salire a bordo è di 15 minuti prima che si attivino la tariffa e il pagamento. Una volta raggiunta l’auto, la sia apre dalla app, le chiavi sono all’interno dell’abitacolo. Acceso il motore, il prezzo della “corsa” è di circa 25 centesimi al minuto. Se il viaggio si fa da soli o in due si possono usare le Smart di Car2Go, altrimenti Car2Go da quattro passeggeri, Enjoy e DriveNow rispettivamente da 4 e 5 posti. Terminato il viaggio, basta spegnere il motore, rimettere la chiave dove la si era trovata, uscire dalla macchina e confermare sempre tramite l’app la fine del noleggio. In pochi secondi arriverà sullo smartphone una notifica con la conferma della conclusione del noleggio e una mail con indicato l’importo pagato. Cosa importante da ricordare: è bene non dimenticare niente nell’auto, altrimenti per recuperare gli oggetti nella migliore delle ipotesi si dovrà attendere l’arrivo di un nuovo noleggiatore.

Il bonus nel decreto Clima

Nel decreto Clima, entrato in vigore lo scorso 14 ottobre, sono previsti bonus per 100 milioni di euro nel 2020 e altrettanti nel 2021 per i cittadini residenti nei Comuni sotto procedura d’infrazione per lo smog. In caso di rottamazione di auto vecchie entro il 31 dicembre 2021, verrà riconosciuto un “buono mobilità” di 1.500 euro da spendere in tre anni per abbonamenti al trasporto pubblico o per altri servizi meno impattanti sull’ambiente. Tra questi c’è anche il car sharing.

Bike sharing

In Italia, seppur molto più a rilento, inizia a prendere piede anche il servizio di bike sharing. A rompere il ghiaccio a Roma è stata, lo scorso 21 ottobre, Uber con Uber Jumop. Al momento sono 700 le bici disponibili, tutte elettriche con pedalata assistita. I costi sono di 50 centesimi per lo sblocco della bici e di 20 centesimi al minuto dal momento in cui la si noleggia. Le bici si possono parcheggiare quasi ovunque e non sono previste stazioni dedicate. Ognuna di esse è dotata di un lucchetto con le quali possono essere legate a una rastrelliera o a supporti simili. La capitale, dunque, ci riprova dopo che nell’ottobre del 2018 oBike ha iniziato a ritirare le proprie biciclette per l’incuranza con cui venivano ripetutamente abbandonate per strada. Sempre a Roma è invece inattivo dal 2013 il servizio di noleggio di biciclette del comune.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 22 ottobre 2019

Halloween 2019: i consigli per festeggiare in sicurezza

Halloween 2019, i consigli per una festa sicura. Pronti a divertirvi con i vostri bambini? A sbizzarrirvi tra maschere di streghe e vampiri, a decorare la casa con le zucche intagliate e le candele profumate, e a riprendere la tradizione (tutta americana) di “dolcetto o scherzetto”? Mancano pochi giorni al 31 ottobre: ecco allora i consigli dell’Unione Nazionale Consumatori per trascorrere una festa sicura che faccia divertire grandi e piccini.

LE MASCHERE E I COSTUMI DI HALLOWEEN

Cominciamo dalle maschere e dai costumi: anzitutto, occhio al portafogli. Non è necessario spendere una fortuna nei negozi: basta fare una veloce ricerca su internet per scovare consigli pratici (anche con video tutorial per i meno esperti) per realizzare in casa tutto il necessario per una festa coi fiocchi. Se fate acquisti nei negozi, invece, diffidate dalle maschere di plastica che emettono un odore molto forte perché possono contenere sostanze tossiche.

LA ZUCCA DI HALLOWEEN

Simbolo per eccellenza che caratterizza la festa di Halloween, la zucca si trova in tutti i negozi di oggettistica, come contenitore per candele profumate, come lanterna o elemento decorativo. Sarà sicuramente più divertente intagliarne in casa una vera acquistata dal vostro fruttivendolo di fiducia: anche qui basta fare una ricerca sul web e avere a portata di mano pochi arnesi (una zucca appunto, un cucchiaio, un taglierino, una matita, un pennarello, due strofinacci, un coltello lungo e affilato) per svuotarla di polpa e semi e realizzare espressioni spaventose o ghigni beffardi. Vista la presenza di lame, a occuparsene saranno i grandi, lasciando ai più piccoli il divertimento di assistere alla preparazione. Se non siete pratici di lame e coltello, accontentatevi di realizzare una decorazione con dei fogli di cartoncino colorati: non sarà la stessa cosa, ma potrete comunque addobbare la casa con tante (e spaventose) zucche arancioni.

I TRUCCHI DI HALLOWEEN

Come per Carnevale, giocate a truccare i vostri bambini in tutta sicurezza: utilizzate solo prodotti di qualità per il facepainting (ovvero per dipingere il viso), perché la pelle dei piccoli è particolarmente delicata. Li potrete acquistare nei negozi di giocattoli: sono solitamente a base d’acqua, anallergici e senza parabeni; diffidate invece dai prodotti che trovate nelle bancarelle o che non riportano il marchio CE (come per tutti i giochi dei vostri bambini). Verificate inoltre, come raccomandano i dermatologi, che sia presente la lista degli ingredienti per permettere a un medico di intervenire in caso insorgano rossori o allergie. È importante comunque struccare i bambini quando la festa è finita.

I DOLCI DI HALLOWEEN

Per i dolci non fatevi cogliere impreparati: il pomeriggio del 31 ottobre suoneranno alla vostra porta di casa i figli dei vostri vicini per chiedervi “dolcetto o scherzetto?”, il famoso “trick-or-treat” americano. Meglio allora organizzarsi per tempo, e realizzare facili ricette come muffin al cioccolato, cupcake a base di zucca o biscotti con la glassa, solo per darvi qualche idea. Essendo dolci destinati ai più piccoli, meglio non eccedere con lo zucchero e se proprio non avete tempo di cucinare, a biscotti, cioccolatini e caramelle aggiungete la frutta di stagione: cachi, mele cotogne, mandarini e castagne sono tipici dell’autunno e con un po’ di fantasia possono diventare sufficientemente spaventosi per salvarvi dallo scherzetto di rito.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 22 ottobre 2019

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Raccolta differenziata, come farla nel modo giusto

Immagine cassonetti per raccolta differenziata

La raccolta differenziata dei rifiuti in Italia procede a ritmo sempre più spedito. Secondo il Rapporto Rifiuti 2018 di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), la media nazionale si attesta al 55,5% con il Veneto al primo posto tra le Regioni più virtuose (73,6%). Percentuali più basse si registrano invece nel Centro e Sud Italia. In generale, la produzione di rifiuti si attesta a 487 chilogrammi l’anno per abitante, leggermente sopra la media comunitaria. Aumentano poi i comuni italiani “rifiuti free”, vale a dire quelli in cui ogni cittadino produce al massimo 75 chilogrammi di secco residuo all’anno (ossia quei rifiuti solidi urbani che non possono essere avviati al riciclo). Eppure, nonostante queste percentuali più che confortanti, in tutto il Paese sono ancora tantissimi i cittadini che non sanno come regolarsi quanto devono differenziare i rifiuti che producono nelle mura domestiche. In tal senso può dunque essere utili stilare una lista di consigli pratici da seguire.

Precisazioni d’obbligo

Non esiste un vademecum per il conferimento dei rifiuti a cui possono attenersi tutti, da Torino a Palermo. Le regole della raccolta differenziata variano infatti da comune a comune. Quando si differenzia è dunque necessario attenersi principalmente alle regole indicate dal proprio comune di residenza in modo da evitare sanzioni, che possono variare da un minimo di 25 a un massimo di 620 euro in base alla gravità della violazione compiuta. Una mano possono darla le confezioni dei prodotti che si acquistano, su cui dovrebbero sempre comparire le indicazioni su come smaltirle.

I sacchetti da usare

Altra premessa fondamentale da fare riguarda la tipologia dei sacchetti da usare per la raccolta differenziata. Per i rifiuti in plastica vanno utilizzati sacchetti in plastica, così come per quelli in carta o cartone vanno usati sacchetti di carta e sacchetti biodegradabili per l’umido. Per ciò che concerne il vetro, invece, occorre ricordarsi sempre di smaltire gli oggetti e non il contenitore che si è utilizzato per trasportarli fino alle campane. Se non si seguono questi consigli basilari, si vanifica in partenza ogni tentativo di riciclo dei rifiuti.

Rifiuti in plastica

I rifiuti in plastica sono quelli che produciamo maggiormente: bottiglie, contenitori, involucri, pellicole da imballaggio (come quelle per la carta igienica). Nei cestini della plastica devono finire anche sacchetti di patatine o salatini, pluriball, vasi, sottovasi e generalmente anche il polistirolo. Ci sono poi degli oggetti che d’istinto saremmo portati a gettare nella plastica, ma che in realtà vanno nell’indifferenziata: è il caso, ad esempio, delle biro e dei pennarelli poiché contengono inchiostro e hanno una punta costruita con materiale differente dalla plastica. In generale, perché un rifiuto in plastica sia differenziato “bene”, occorre lavarlo o sciacquarlo prima di buttarlo: vale per i contenitori che contengono alimenti. Per ciò che concerne, invece, il conferimento degli oggetti in alluminio nello stesso cestino di quelli in plastica, questa opzione varia di comune in comune.

Rifiuti in vetro

Anche nel caso del vetro sono fondamentali delle distinzioni da fare tra ciò che si può differenziare e ciò che, invece, va nell’indifferenziato. Alla prima categoria appartengono bottiglie, vasetti, barattoli delle conserve (che vanno lavati o quantomeno sciacquati prima di essere gettati, allo stesso modo dei contenitori di alimenti in plastica). Rientrano nella seconda categoria, invece, specchi, cristalli, pirofile, piatti e stoviglie in porcellana o ceramica, coperchi trasparenti delle pentole, oggetti in pyrex, lampadine, tubi al neon. In generale, tutto ciò che è di vetro e finisce in frantumi va conferito sempre nell’indifferenziato.

Fazzoletti di carta

Dopo essere stati utilizzati, i fazzoletti di carta vanno buttati nell’umido. Questa regola vale sia per i fazzoletti che usiamo per pulire il naso, sia per i tovaglioli. Nell’indifferenziata vanno invece i tovaglioli di carta decorati con stampe colorate o di consistenza simile alla stoffa. Sempre nell’indifferenziata devono finire anche la carta da forno e la carta oleata (vale a dire quella usata per incartare la focaccia o la pizza al taglio).

Mozziconi di sigarette e gomme da masticare

Né i mozziconi di sigarette, né tantomeno i sigari, vanno gettati nell’umido. Entrambi devono finire nell’indifferenziata, così come le gomme da masticare.

Cartone della pizza

Per quanto riguarda il cartone della pizza da asporto, esso va gettato nella carta purché ogni sua parte sia pulita (dunque non unta di olio, macchiata da salsa di pomodori o da residui di mozzarella). Un’alternativa è staccare le parti pulite e gettarle nel cestino della carta. Il resto deve andare nell’indifferenziato.

Scontrini

Essendo stampati su un particolare tipo di carta che non ne permette il riuso (la carta termica), gli scontrini non sono riciclabili. Vanno pertanto gettati nell’indifferenziata.

Tè, caffè e capsule

Le cialde del caffè vanno nel bidoncino dell’umido, così come le bustine del tè. Per le capsule, invece, dove possibile l’ideale è consegnarle nel negozio in cui sono state acquistate. Altrimenti possono essere gettate intere nell’indifferenziata, oppure se ne possono dividere le componenti buttando il caffè nell’umido e le parti in alluminio e plastica nei rispettivi cestini (qualora il comune in cui si risiede preveda la differenziazione).

Tetrapak

I contenitori di tetrapak, con cui conserviamo cibi e bevande, possono essere scomposti in modo da smaltirne correttamente le singole parti (carta, alluminio e plastica). L’importante è sciacquarli dopo averli utilizzati.

 Pannolini

Pur essendo composti da materiali biodegradabili, i pannolini non possano essere smaltiti nell’umido ma nell’indifferenziato. La stessa cosa vale per assorbenti, cerotti, garze, batuffoli di cotone e cotton fioc (i cui imballaggi in plastica o carta possono invece essere riciclati).

 Lettiere per animali domestici

Le lettiere “classiche” in sabbia o cristalli di silicio vanno nell’indifferenziata. Quelle di argilla, segatura, trucioli e carta potrebbero andare invece nell’umido, ma è bene prima accertarsi di ciò controllando le indicazioni sulla confezione.

Le etichette

In generale, prima di gettare un oggetto – sia esso un vasetto di vetro o un sacchetto compostabili per la frutta o la verdura – va sempre levata l’etichetta con il prezzo e smaltita nell’indifferenziata.

Isole ecologiche

I rifiuti ingombranti, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) e altri rifiuti come i tappi di sughero vanno conferiti nelle isole ecologiche, vale a dire attrezzata centri di raccolta adibiti alla raccolta differenziata dei rifiuti. Varia invece di comune in comune il conferimento di altri rifiuti come le pile, gli oli usati e i farmaci scaduti o che non servono più (per quest’ultimi molte farmacie si sono attrezzate con appositi raccoglitori). Nel complesso si tratta di rifiuti che non vanno assolutamente gettati nell’indifferenziata.

DOVE LI BUTTO: LA NOSTRA GUIDA PER SMALTIRE CORRETTAMENTE I RAEE

Autore: Rocco Bellantone
Data: 30 settembre 2019

Pagamenti digitali

Pagamenti online: cosa cambia con la direttiva PSD2

Pagamenti digitali

Il 14 settembre anche in Italia è diventata operativa la direttiva europea PSD2. Si tratta di un passaggio importante che cambierà molte cose nel mondo dei pagamenti digitali. Sicuramente nelle ultime settimane a molti consumatori saranno arrivate lettere ed email di avvertimento su questa novità da parte dei loro istituti di credito. In generale, però, nel nostro Paese c’è ancora molta confusione su cosa preveda effettivamente questa direttiva e su come, da adesso, cambierà il modo di effettuare un pagamento online. Proviamo a capire nel dettaglio di cosa si tratta.

Cosa significa PSD2?

L’acronimo PSD2 sta per Payment Services Directive 2, vale a dire Direttiva Europea sui Servizi di Pagamento 2. La direttiva risale al 2015, è entrata in vigore il 13 gennaio del 2018 ed è diventata operativa dal 14 settembre. I suoi obiettivi sono principalmente 3: armonizzare le modalità per i pagamenti digitali in tutti i Paesi membri dell’Unione Europea; rendere più sicure le transazioni con l’autenticazione a due fattori per chi fa acquisti online; permettere a soggetti terzi autorizzati di accedere ai dati in possesso delle banche per proporre ai clienti delle modalità di gestione del credito alternative a quelle tradizionali.

I pagamenti online saranno più sicuri?

In base alla nuova normativa, per i pagamenti elettronici non è più possibile utilizzare il token fisico, ossia la chiavetta di plastica, ma si dovrà ricorrere al nuovo sistema del token mobile. In questo modo si preverranno reati molto comuni sul web come le frodi e i furti d’identità. Il nuovo sistema di sicurezza si basa su tre elementi chiavi. Almeno due di questi devono essere utilizzati da ogni banca:

  1. Possedere una password o un codice pin per effettuare i pagamenti;
  2. I pagamenti possono essere effettuati esclusivamente utilizzando uno strumento unicamente in possesso dell’utente: può trattarsi di uno smartphone o di un token mobile, vale a dire una password usa e getta chiamata Otp (one time password, in pratica password valida per un solo utilizzo) che viene generata dall’app della propria banca e che, a differenza del passato, è valida soltanto per un’operazione;
  3. Permettere all’utente di effettuare un pagamento o tramite l’impronta digitale impressa sul telefonino o con il riconoscimento facciale effettuato sempre attraverso uno smartphone.

Cosa significa che soggetti terzi possono accedere ai nostro dati bancari?

Come detto, secondo la direttiva europea PSD2 le banche non avranno più il monopolio sulle informazioni contenute nei conti correnti dei propri clienti. Gli utenti potranno dunque permettere a soggetti terzi – che devono però essere autorizzati con apposita licenza – di consultare ed elaborare i loro dati bancari. Il principio fatto valere dalla direttiva è che i dati di un cliente non sono di proprietà della banca ma del correntista. Il rischio però, secondo Consob (Commissione nazionale per la società e la borsa), è che gli utenti finiranno in molti casi per dare il loro consenso per servizi di cui non necessitano, ad esempio “consulenza in materia di investimenti”, “gestione di portafogli”, “consulenza patrimoniale, previdenziale e/o assicurativa”. Ad approfittare di questa apertura potrebbero essere colossi come Google, Facebook e Amazon che da ora in avanti avranno la possibilità di accedere più facilmente a una enorme mole di dati sensibili per proporre in modo più targettizzato servizi come l’instant payment (pagamento istantaneo) o di creare portafogli direttamente sui marketplace.

Cosa significano gli acronimi Pisp, Aisp e Cisp?

Da ora in avanti in riferimento a questa nuova direttiva sentiremo pronunciare sempre più spesso una serie di acronomi. Tra questi c’è Pisp, sigla che sta per Payment Initiation Service Providers, vale a dire società intermediarie concorrenti delle banche sui servizi di pagamento che, previa autorizzazione dell’utente, potranno accedere alle informazioni del correntista/cliente. L’Aisp (Account Information Services Providers) è invece un “aggregatore”: la sua funzione è collegarsi a tutti i conti bancari del cliente fornendogli un quadro complessivo e aggiornato della sua situazione finanziaria. I Cisp (Card Issuer Service Providers), infine, sono soggetti che emettono carte di pagamento. Ma a differenza delle comuni carte prepagate (che sono ricaricabili prelevando denaro dal proprio conto corrente), queste carte sono direttamente collegate al conto corrente, anche se questo è stato aperto in una banca differente.

Tutte le banche si sono messe in regola?

A inizio agosto Banca d’Italia ha concesso una proroga per un periodo limitato alle banche che non si sono attenute alle nuove procedure. Sarà l’EBA (Autorità bancaria europea) a stabilire quanto durerà questa proroga.

Di cosa si sono lamentati finora i consumatori?

Sono tanti i consumatori “preoccupati” da questa nuova direttiva. Soprattutto chi non possiede smartphone non capisce come potrà fare pagamenti non potendo scaricare l’app della propria banca. Per questi casi alcune banche prevedono in alternativa all’app l’invio del codice segreto che permette il pagamento via sms. Il problema, però, è che spesso si tratta di un servizio che ha un costo.

Autore: Rocco Bellantone
Data: 17 settembre 2019