Commercio: marzo, -20,5% su mese, -18,4% su anno

A marzo l’Istat registra una diminuzione del 20,5% del valore delle vendite al dettaglio rispetto a febbraio (dati destagionalizzati) e del 18,4% rispetto a marzo 2019 (dati grezzi).

L’indice in volume delle vendite al dettaglio, ossia le vendite depurate dall’effetto dovuto alla dinamica dei prezzi, scende del 21,3% nel confronto con il mese precedente e del 19,5% su base annua.

Rispetto a febbraio 2020, il valore delle vendite resta invariato per i prodotti alimentari e si abbassa del 36% per i non alimentari, il volume delle vendite cala dello 0,4% per gli alimentari e del 36,5% per i non alimentari.

Nei dodici mesi, il valore delle vendite registra un incremento del 3,5% per i prodotti alimentari e una riduzione del 36% per i non alimentari, il volume delle vendite aumenta del 2,1% per gli alimentari e diminuisce del 36% per i non alimentari.

Considerando la forma distributiva, per le vendite in valore, nei confronti di marzo 2019, si rileva, per la grande distribuzione, una variazione negativa del 9,3%, sintesi di un +7,4% per gli alimentari e di un -42,2% per i non alimentari, per il commercio elettronico +20,7%, per le vendite al di fuori dei negozi (commercio ambulante, vendite porta a porta, per corrispondenza e televendite) -37,9%, mentre le imprese operanti su piccole superfici le vendite segnano un -28,2% (-1% gli alimentari, -36,6% i non alimentari).

Per quanto riguarda gli esercizi non specializzati a prevalenza alimentare della grande distribuzione, salgono su base annua le vendite di discount (+7,5%) e supermercati (+14%), scendono ipermercati (-9,1%).

Rispetto al valore delle vendite di prodotti non alimentari, le flessioni più marcate per Abbigliamento e pellicceria (-57,1%), Giochi, giocattoli, sport e campeggio (-54,2%) e Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-54,1%). Nessuna variazione positiva. Il calo minore per i prodotti farmaceutici (-6,3%).

L’Istat osserva che la forte flessione delle vendite di beni non alimentari è conseguenza dell’applicazione delle misure di chiusura di molte attività di vendita al dettaglio a partire dal 12 marzo, a causa dell’emergenza sanitaria in corso.

L’UNC evidenzia che l’Italia si colloca al primo posto in Europa per il dato del crollo delle vendite in volume (-21,3%) rispetto a febbraio, più del doppio nel confronto con la media Ue, pari a -10,4%, e quasi il doppio dell’Eurozona, che segna una diminuzione dell’11,2%. Considerando le vendite non alimentari, nell’Eurozona il calo è del 23,1%, contro un dato italiano del 36,5%, ossia più di una volta e mezzo. Dopo il record dell’Italia (-21,3%), segue Bulgaria (-18,1%), Francia (-17,4%), Lussemburgo (-16,4%), Austria (-15,3%) e Spagna (-14,4%).

Ad avviso dell’Unc, il crollo delle vendite alimentari degli ipermercati (-9,1%), in controtendenza rispetto ai supermercati (+14%), dipende anche dal divieto, introdotto con il Dpcm 22 marzo 2020, di spostarsi in comune diverso da quello in cui ci si trova, “salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. Escludendo gli spostamenti per situazioni di necessità, tra i quali rientra la spesa alimentare, si sono danneggiati, così, gli ipermercati. Una limitazione che, considerato che mentre si viaggia in auto non si può contagiare nessuno, sarebbe stato meglio circoscrivere, consentendo di andare almeno nel centro commerciale più vicino a casa, dove si è soliti andare a fare acquisti (lo poteva provare la tessera punti del supermercato). Con la Fase 2, per fortuna, questa regola è venuta meno.

Autore: Mauro Antonelli
Data: 13 maggio 2020

 

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