Giovani consumatori e sicurezza dei dati, al Premio Dona

Privacy online

Parlare di dati, intelligenza artificiale, privacy e algoritmi (temi centrali del nostro Premio Vincenzo Dona 2018) è ancora più importante quando si ha davanti un pubblico di giovanissimi che ogni giorno, anche in maniera un po’ inconsapevole, cedono i propri dati personali soprattutto in Rete.

Grazie alla collaborazione con l’agenzia stampa Diregiovani.it abbiamo chiesto ad alcuni ragazzi quanto ne sanno del tema e come si approcciano alla richiesta di dati personali: vedrete le risposte nel video di seguito.

Ad uno dei ragazzi, Emanuele Caviglia del Liceo Albertelli di Roma, abbiamo affidato questo spazio per raccontarci i dati dal punto di vista dei “giovani consumatori”.

Chi dopo aver visto il film “The Truman show” non si è immedesimato nell’attore Jim Carrey, spiato in ogni istante, dal giorno della sua nascita? In effetti, pensare che anche ora, mentre sto scrivendo, possa esserci una telecamera che mi controlli (e proietti in mondovisione), mi mette un po’ d’ansia.

A tale proposito, una delle espressioni più chiacchierate dell’ultimo periodo è Big Data e potrebbe avere alcune analogie con lo storico film. Ma cosa sono questi famosi Big Data? Partiamo da un esempio concreto: chissà quante volte ci sarà capitato, navigando in rete, di dover compilare dei moduli, inserendo mail e soprattutto dati personali, o anche di accettare la presenza dei cookies nei siti che stiamo visitando. Quando lo facciamo i nostri dati passano direttamente dal sito a un enorme serbatoio digitale, di cui usufruiscono grandi siti e aziende. E proprio qui viene il “bello”, perché ai Big Data (che sono semplicemente un complesso algoritmo) spetta il compito di incrociare tutti i dati personali per creare un nostro vero e proprio profilo virtuale con i nostri interessi, passioni, desideri, in modo tale da proporci continuamente prodotti che “combacino” con i dati incrociati a livello digitale.

Siamo coscienti di tutto ciò? Quando navighiamo sul web, il più delle volte di fretta, per non perdere tempo acconsentiamo senza neanche rendercene conto a condividere informazioni personali con il sito su cui siamo attivi. Semplicemente accettando la presenza dei famosi cookies, per esempio.

A guadagnarci sono, ovviamente, le grandi aziende, perché potrebbero “indovinare” i prodotti più adatti per i loro clienti. E forse chissà, quel gran recipiente digitale in cui vanno a finire le nostre informazioni, sa bene che l’ultima mia serie vista su Netflix è “Lost” o che sono un grande appassionato di calcio. Poi basta shakerare bene, e voilà, ecco che mi viene subito proposto un servizio di un’azienda X che potrebbe interessarmi…

Ma questi Big Data, sono un bene o un male? Da una parte, se questi incroci di dati sono svolti effettivamente bene, potrebbe anche essere un vantaggio per tutti, perché ci avvicinerebbero sensibilmente a prodotti fatti su misura per noi. Dall’altra però, c’è anche chi per motivi di privacy vorrebbe essere lasciato in pace da annunci pubblicitari e vendite commerciali. Infine, c’è un altro aspetto, forse il più importante, da non trascurare: fino ad ora l’”algoritmo Big Data” è usato prevalentemente a scopo commerciale, ma se un domani qualcuno volesse impossessarsi delle nostre informazioni per sapere ad esempio il nostro orientamento politico o prevedere le nostre prossime “mosse” riguardo a una determinata vicenda?

Sta ai possessori dei nostri dati evitare che il “DNA informatico” di ognuno di noi finisca in mano a chiunque lo voglia. Anche perché è molto sottile il confine che potrebbe portare a un piccolo “Truman Show” digitale (Emanuele Caviglia – Liceo Albertelli di Roma).

Autore: Simona Volpe (in collaborazione con Diregiovani.it)
Data: 16 novembre 2018

 

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