Lo scandalo Facebook e la sicurezza dei nostri dati

Scandalo Facebook

Ci troviamo di fronte alla più insidiosa delle crisi per il mondo online: lo scandalo di Cambridge Analitiyca che riguarda il furto di oltre 50 milioni di profili Facebook da parte di un’azienda di consulenza e marketing online, appunto la Cambridge Analytica.

Ricostruiamo che cosa è successo e le conseguenze di questo autentico tzunami tecnologico.

CHE COS’E’ LO SCANDALO DI CAMBRIDGE ANALYTICS

Secondo le rivelazioni del New York Times e del britannico Observer oltre 50 milioni di profili Facebook sarebbero stati “rubati” dalla società Cambridge Analytica per essere messi al servizio della campagna per la Brexit e poi della corsa presidenziale di Donald Trump.

Come è successo? Semplice, invitando i consumatori a “giocare online”. A quanto pare un ricercatore inglese riesce ad ottenere l’accesso a 270.00 profili Facebook a cui viene chiesto il consenso per partecipare a una indagine a fronte della quale avrebbero ottenuto il loro profilo psicologico. Ciascuno degli utenti coinvolti ha utilizzato la app usando le proprie credenziali Facebook, consentendo così l’accesso alle informazioni dei propri amici.

Va chiarito che fino al 2014 queste operazioni erano legali e un’app poteva raccogliere una grande quantità di dati anche sulle attività degli “amici degli iscritti”; successivamente il margine di manovra concesso da Facebook agli sviluppatori di terze parti è stato ristretto e non si possono più raccogliere informazioni degli utenti che interagiscono con gli iscritti a un qualche servizio senza che anche i primi abbiano dato l’autorizzazione.  

Fatto sta che tutti questi dati vengono ceduti, non si sa in cambio di cosa, alla Cambridge Analytica che si è ritrovata quindi con oltre 50 milioni di profili Facebook, con le abitudini e inclinazioni di voto degli utenti; questo passaggio è vietato dalle regole del social network, che in particolare proibiscono la vendita a terze parti o per scopi pubblicitari di dati raccolti per ragioni, almeno formalmente, accademiche.

Dunque Facebook è sotto accusa per non essere stata in grado di garantire la tutela delle informazioni degli utenti; la Federal Trade Commission (Ftc), l’Antitrust Usa, ha aperto un’indagine su Facebook e sull’uso dei dati personali in relazione delle informazioni vendute a Cambridge Analytica e usate per scopi politici.

I NOSTRI DATI SONO AL SICURO?

Perché il tema, al di là delle implicazioni politiche, interessa i consumatori? Perché questo schema si replica centinaia di volte ogni giorno tanto da appartenere ormai alla normalità dei nostri comportamenti online: alzi la mano chi non abbia mai ricevuto sollecitazioni analoghe? Sui social, tramite App, tramite banner durante la navigazione, con chat-bot e altre diavolerie: siamo tutti vittime permanenti della più grande caccia ai dati che l’umanità abbia mai registrato.

Dati, tanti dati, una enorme quantità di informazioni che rappresentano l’oro nero del nostro tempo. Oggi le implicazioni di questo fenomeno sono destinate a deflagrare non tanto per la pervasività del digitale, quanto per la diffusione (a buon mercato) delle tecnologie per “raffinare” questo petrolio: pensiamo alle App, le applicazioni che usiamo sui dispositivi mobili e alle quali forse, le stesse piattaforme social cedono i nostri dati: tutto ciò è legale? I social network hanno l’autorizzazione per trasferire informazioni che ci riguardano?

E poi c’è da fare i conti con intelligenza artificiale, data mining, machine learning… Tecnologie capaci di “leggere” -letteralmente- miliardi di dati grezzi (pensiamo appunto ai nostri post) per estrarre informazioni raffinate sulle idee politiche, ma anche sui gusti, sulle capacità di spesa e quindi sui potenziali consumi di tutti noi.

CHE COSA SUCCEDE ADESSO?

In questi giorni si è attivato il Parlamento Ue (con la richiesta a Facebook di chiarire davanti ai rappresentanti dei cittadini europei che i dati personali non vengono utilizzati per manipolare la democrazia), ma anche la nostra Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha richiesto informazioni a Facebook circa l’impiego di data analytics per finalità di comunicazione politica, da parte di soggetti terzi diversi dalla piattaforma: il punto è che certe tecniche di profilazione “selettiva” degli utenti, in base alle loro caratteristiche psico-sociali, potrebbero consentire la realizzazione di campagne mirate su commissione di soggetti politici per la personalizzazione dei messaggi elettorali. Sullo sfondo, inutile ricordarlo, le stesse elezioni europee che -come ricorda il Garante Ue per la privacy, Giovanni Buttarelli- saranno un importante test all’indomani dell’entrata in vigore del nuovo “regolamento privacy” prevista per fine maggio.

Da parte nostra abbiamo presentato un esposto all’Autorità Antitrust e al Garante Privacy chiedendo di accertare se la pratica commerciale adottata da Facebook di consentire a terzi, fornitori di servizi sulla piattaforma, di accedere ai dati degli utenti iscritti, sia scorretta ai sensi del Codice del Consumo e dell’attuale Codice Privacy.

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 27 marzo 2018

 

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