La Corsa Europea Alle Risorse Alternative Al Gas Russo





Il conflitto NATO-Russia si fa largo in una situazione geopolitica altamente instabile e duramente provata da due anni di COVID-19: governi tecnici, blocchi alla circolazione, manifestazioni e scontri tra civili e militari fanno parte della vita nella maggior parte dei Paesi del mondo. Tutto ciò che poteva mancare in un contesto storico tanto complesso era, per l’appunto, una guerra di proporzioni mondiali.

Sebbene il conflitto sia al momento confinato sul solo territorio ucraino, terreno di guerra già dal 2008 rimasto nel vile silenzio dell’informazione internazionale, i Paesi della NATO sono inevitabilmente chiamati a fare la loro parte in virtù del patto d’alleanza che li lega agli States. Dunque, la partita è aperta e potrebbe coinvolgere, più o meno, direttamente anche i Paesi europei filoamericani.

Accordo tra Putin e Xi su GazpromLa Reazione Russa: Gazprom Strizza L’Occhio Ai Cinesi

Ebbene, cosa risponde la Russia del Presidente Putin all’attacco NATO? Nientemeno che un “chiudiamo i rubinetti” per quanto riguarda la fornitura di risorse energetiche, primo tra tutti il gas naturale. Ora, rimane da sottolineare che il principale esportatore di gas naturale liquido nel vecchio continente è, vuole il caso, proprio la Russia. Ma la strategia economica di Mosca non finisce qui: infatti, accanto allo stop commerciale con i Paesi europei, la Russia ha già annunciato che devierà per i prossimi trent’anni le forniture di Gazprom verso la Cina.

Come riportato qui, Gazprom ha già dato il via al progetto di un nuovo gasdotto che travaserà nella nazione asiatica fino a 50 miliardi di metri cubi di gas naturale russo. Una replica ben assestata da parte dei russi che si vedono tagliare i ponti giorno dopo giorno per ogni forma di scambio culturale e di commercio. Insomma, se l’Occidente filoamericano esclude Mosca sul piano finanziario ed economico, di certo i russi non stanno a guardare.

Si mette piuttosto male per le nazioni europee, da sempre dipendenti dalla Russia per il rifornimento di gas naturale liquido. In meno di tre settimane dall’inizio del conflitto aperto, la Russia ha già assestato un quasi scacco matto alla compagine a stelle e strisce.

L’Oro Nero Dei Pascià Arabi Come Alternativa Al Gas RussoPetrolio

In qualche modo bisogna pur uscire dall’angolo e correre ai ripari prima del prossimo inverno. Il Ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck ha annunciato che la Germania si rivolgerà agli Emirati Arabi Uniti per ottenere forniture di idrogeno in alternativa al gas russo. Se l’accordo con gli arabi dovesse fallire, prosegue Habeck, i tedeschi dovranno far fronte a serie difficoltà energetiche, sia a livello di produzione industriale sia nella vita domestica.

Un’altra alternativa che potrebbe rimpiazzare il gas naturale di Mosca in Europa, sebbene con costi per l’ambiente e per le casse dello Stato ben diversi, è il petrolio. L’oro nero dei pascià arabi potrebbe tornare a far golaalle nazioni europee in mancanza di altre risorse disponibili. Il commercio del petrolio in Medio Oriente è, infatti, una solida realtà economica per le industrie saudite: queste detengono il 17% delle riserve petrolifere mondiali e fondano la ricchezza della nazione saudita sull’estrazione e l’esportazione del prezioso combustibile, non solo nell’area mediorientale, ma anche e soprattutto verso l’Europa.

Il Petrolio E La Rivoluzione Green In Arabia Saudita

Ma a minacciare l’economia petrolifera araba è, tuttavia, la crescente sensibilità verso tematiche ambientaliste che additano il petrolio come il principale responsabile dell’aumento dei gas serra nel pianeta.

Negli ultimi anni, anche il progresso tecnologico ha fatto la sua parte, sostituendo numerose componenti della catena produttiva industriale che erano alimentate dal petrolio e dai suoi derivati. Di conseguenza, la linea della classe industriale saudita ha cercato, e tuttora cerca, di individuare modelli di crescita meno dipendenti dal commercio del petrolio. Non è un fatto per nulla bizzarro se l’Arabia Saudita si erge oggi a paladina della lotta al cambiamento climatico sotto l’egida della Saudi Green Initiative, un’innovativa strategia di rinnovamento del Paese in versione assolutamente green.

Eppure, il 2021 si è comunque chiuso in bellezza per gli industriali arabi del settore, visto che il comparto petrolifero ha generato metà della ricchezza del Paese e contribuito per un valore pari al 70% delle esportazioni. Green o non green, l’oro nero degli arabi resta un punto fermo per le economie di tutti i Paesi del mondo, tant’è che la ripresa post-covid si è imposta con una produzione di ben oltre 10 milioni di barili quotidiani, la stessa in epoca pre-pandemia.

Se la rendita proveniente dal commercio del petrolio resta fondamentale per l’economia saudita, il modello di sviluppo seguito fino ad oggi appare, comunque, non più sostenibile sul lungo termine. Anche altri Stati del Golfo stanno diversificando le loro economie spostandone il fulcro su altri settori, come quello tecnologico. E, proprio quando il prezioso oro nero sembrava destinato a farsi da parte, ecco intervenire una situazione geopolitica tale da richiederne in maggiori quantità che nel passato. Se nei prossimi mesi non si dovesse trovare alcuna alternativa valida al gas liquido naturale negato da Mosca, per l’Europa sarà necessario rinforzare i rapporti commerciali con i Paesi arabi.


 

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