Amare e confidarsi con l’IA: il rapporto tra ragazzi e chatbot emotivi

Simona Volpe
27 Luglio 2026
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Se avete un figlio adolescente, probabilmente lo sapete già: i ragazzi utilizzano più degli adulti l’Intelligenza artificiale e spesso non è solo un aiuto per i compiti. C’è chi chiede consigli su un’amicizia finita male, chi si sfoga quando si sente in ansia o ha un problema con mamma e papà, qualcuno non prende decisioni senza prima consultarsi con il suo “assistente virtuale” e in alcuni casi, si arriva a vivere quella che si sente, a tutti gli effetti, una relazione sentimentale. Solo che dall’altra parte, invece di un’amica o di un fidanzato, c’è un chatbot!

C’è un aspetto che accomuna tutte queste relazioni, ed è anche il più insidioso: l’IA dice sempre sì. Ti dà ragione, ti comprende, è assolutamente empatica e anche quando sbaglia e la correggi, torna esattamente dove volevi tu. È un meccanismo comodo, rassicurante che però rischia di abituare chi cresce oggi a un consenso costante che nella vita reale, per fortuna, non esiste mai. Il risultato, paradossalmente, può essere più solitudine e fragilità.

I dati di Fondazione Carolina

Non è un’impressione, sono numeri. Secondo la ricerca “Cuori e Algoritmi” del Centro Studi di Fondazione Carolina, presentata al Safer Internet Day 2026 (condotta con questionari, focus group, testimonianze e laboratori con ragazzi e preadolescenti), un adolescente su tre cerca nei chatbot un “amico digitale sempre disponibile”, e due su tre indicano come motivo principale il non sentirsi giudicati.

I ragazzi sono ben consapevoli di parlare con una macchina, e conoscono anche il rischio di isolamento e dipendenza. Eppure, cercano nell’IA qualcosa che altrove non trovano: un amico su misura, o, nei casi più estremi, un partner pronto ad assecondare ogni bisogno emotivo, a dare forma e voce alle loro fantasie. Un interlocutore che risponde, nell’estetica e nel carattere, ai desideri più profondi e spesso mai detti ad alta voce e soprattutto che non giudica mai.

E più sono giovani, più ci si affidano. La preadolescenza è il periodo di maggiore vulnerabilità: su ogni aspetto indagato dalla ricerca, dal bisogno di sfogarsi alla ricerca di uno spazio sicuro fino al desiderio di sentirsi apprezzati, gli under 15 registrano percentuali sistematicamente doppie o triple rispetto ai più grandi.

Da qui nasce un equivoco: la solitudine della Generazione Alpha, quella cresciuta insieme all’IA, non si spiega solo con gli effetti di una tecnologia invasiva. Il punto è che quella tecnologia sta rispondendo ad un vuoto che era già presente e che non sempre si riesce a colmare nei rapporti tra le persone.

I primi provvedimenti

Negli Stati Uniti il rischio è già arrivato nelle aule di tribunale. Le famiglie di due adolescenti, un ragazzo della Florida che usava Character.AI e un sedicenne della California che usava ChatGPT, hanno accusato le rispettive aziende di aver contribuito, con le loro tecnologie, al suicidio dei figli.

Vicende che hanno spinto diverse aziende del settore a rivedere, almeno sulla carta, le proprie misure di sicurezza per i minorenni.

In Italia il tema ha già avuto una ricaduta concreta sul fronte della tutela dei dati: il Garante per la protezione dei dati personali era intervenuto già nel 2023, limitando in via cautelare l’uso dei dati degli utenti italiani da parte di Replika, l’app che genera un “amico virtuale” capace, tra le altre cose, di simulare una relazione sentimentale. Il motivo: nessun sistema efficace di verifica dell’età, e risposte del tutto inadeguate al grado di sviluppo di un minore. Nel 2025 il Garante ha confermato una sanzione da 5 milioni di euro all’azienda, proprio per non aver ancora colmato quella lacuna.

Sono passi importanti. Ma la verità è che c’è ancora molto da fare per delimitare un fenomeno che corre veloce e non aspetta i tempi della burocrazia.

Cosa può fare chi sta vicino a un adolescente

Gli esperti di Fondazione Carolina, che da anni lavorano a contatto con scuole e famiglie su questi temi, insistono su un punto che vale la pena tenere a mente prima di ogni consiglio pratico: la risposta non è demonizzare la tecnologia né vietarla d’impulso, ma interrogarsi su cosa la rende così attraente.

Se un ragazzo su tre cerca in un chatbot un amico sempre disponibile, il segretario generale Ivano Zoppi invita gli adulti a chiedersi se gli spazi reali offerti ai ragazzi (in famiglia, a scuola, tra pari)  vengano invece percepiti come ostili o assenti. Da qui derivano alcune indicazioni concrete:

  • Parlarne apertamente, senza giudizio. Chiedere ai ragazzi come e perché usano questi strumenti è più utile che vietarli d’impulso: i focus group di Fondazione Carolina mostrano che i ragazzi sanno benissimo di parlare con una macchina, eppure continuano a cercarci un rifugio emotivo.
  • Esserci davvero, non solo fisicamente. La disponibilità di un chatbot diventa attraente soprattutto quando manca il tempo, l’ascolto o l’attenzione reale di un adulto di riferimento.
  • Rinnovare nel tempo un patto educativo in famiglia. Non un divieto una tantum, ma regole e momenti di verifica condivisi su come si usano questi strumenti, da aggiornare mano a mano che cambia l’uso che i ragazzi ne fanno.
  • Osservare i segnali di ritiro dalle relazioni reali. Isolamento dagli amici, perdita di interesse per le attività condivise, difficoltà a reggere una conversazione “imperfetta” con una persona vera.
  • Sapere a chi rivolgersi. Se il chatbot è già diventato l’unico spazio di confidenza di un ragazzo, è il momento di coinvolgere un supporto psicologico professionale.

Realizzato nell’ambito del progetto tu che ne sAI? L’Intelligenza Artificiale più sicura per tutti. Finanziato dal MIMIT D.D. 12 maggio 2025

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