Prezzi della benzina e accise, cosa sta succedendo?

Redazione UNC
28 Maggio 2026
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Lo sono sempre stati e sempre lo saranno: polli da spennare. Stiamo parlando degli automobilisti italiani, considerati storicamente una mucca da mungere quando serve.

Non è venuto meno a questa tradizione il Governo Meloni che, appena insediato, ha tolto lo sconto introdotto da Draghi, 25 centesimi sulle accise di benzina e gasolio, 30,5 con l’Iva al 22%. Poi a gennaio di quest’anno ha riallineato le accise di benzina e gasolio, giù quelle della benzina di 4,05 centesimi al litro, su quelle del gasolio per lo stesso importo, portando entrambe a 67,29 cent al litro.

Peccato che il giochino non sia a somma zero, dato che, per via dei maggiori consumi di carburante diesel, il gettito per le casse dell’erario così facendo sale di 552,4 milioni nel 2026. Si è vero, è l’Europa che, giustamente, ci ha chiesto di eliminare i sussidi dannosi per l’ambiente, ma nulla vietava di pareggiare le accise di benzina e gasolio ad un livello più basso, senza incassare di più.

Cosa è successo con la guerra in Iran

Poi il 28 febbraio scoppia la guerra in Iran e il Governo, anche se con ritardo, si ravvede e con il decreto-legge n. 33 del 18 marzo 2026 abbassa le accise di 20 cent (24,4 cent con Iva al 22%). Purtroppo, non segue il nostro consiglio di abbassare di più quelle sul gasolio rispetto alla benzina, con la conseguenza che mentre la benzina diventa fin troppo conveniente (il 21 marzo anche in autostrada scende sotto 1,8 euro al litro), il gasolio resta sopra i 2 euro e il 26 marzo in autostrada supera la soglia dei 2,1 euro, restandoci fino al 7 maggio, con punte anche oltre i 2,2 euro.

Alla fine il Governo ci arriva e, finalmente, con il decreto-legge n. 63 del 30 aprile 2026, ossia con 2 mesi di ritardo rispetto al blocco delle Stretto di Hormuz, capisce che deve diversificare il taglio delle accise. Ma la beffa è dietro l’angolo. Non alzano, infatti, lo sconto sul gasolio, che il 30 aprile viaggiava a 2,114 euro al litro in autostrada e a 2,052 lungo la rete stradale, ma si limitano ad abbassare quello della benzina. Una riduzione che per la verde era giustificato e anzi da noi richiesto, ma per poter far salire la decurtazione sul gasolio, non per fare cassa, e poi non per quell’ammontare: da 20 a 5 centesimi, con un costo maggiore di 18,3 cent conteggiando l’Iva.

E così anche la benzina decolla e passa in autostrada da 1,801 euro al litro del 30 aprile a 1,956 euro il 3 maggio, per poi arrivare a 2 euro l’8 maggio.

Ancora aumenti a maggio

È finita qui?

No! Il colpo di grazia arriva con l’ultima proroga, quella del decreto legge n. 89 del 22 maggio 2026, con la quale, nonostante il gasolio si vendesse quel giorno a 2,064 euro in autostrada e a 1,974 nella rete stradale, il Governo riduce lo sconto sul diesel da 20 a 10 cent al litro, con un rialzo della tassazione di 12,2 cent al litro. Un bel regalo!

Le scuse abbondano: “stiamo lavorando sulle coperture finanziarie, cosa che non è mai semplice in assenza di deroghe al Patto” (Giancarlo Giorgetti, 18/5/26). Insomma, costava troppo, la colpa è dell’Europa che non ci consente di derogare al Patto di stabilità etc. etc..

Ma la verità è che il meccanismo delle cosiddette accise mobili non costa nulla. Non è un danno emergente ma un lucro cessante. Lo Stato, infatti, quando un prezzo sale, incassa di più grazie all’Iva, un’imposta proporzionale che viene applicata al prezzo finale del bene, accise comprese nel caso dei carburanti (la famosa tassa sulla tassa). Si tratta di utilizzare i soldi che sono stati incassati in più, per abbassare il prezzo dei carburanti, sterilizzando l’aumento. Un extragettito che non era previsto, che non determina, quindi, un buco di bilancio, un deficit maggiore, un aggravamento dei conti. Si tratta di rinunciare a dei soldi che non erano attesi.

Certo, poi la misura deve essere contabilizzata e nel momento in cui il surplus entra nei conti dello Stato e il Governo rinuncia a quel miglioramento dei saldi, bisogna comunque riportare gli effetti finanziari che derivano da quella disposizione e la misura viene contabilizzata come un onere. Ma è solo un fatto tecnico. La sostanza è un’altra: si approfitta dell’inflazione per fare cassa.

Pagano sempre i consumatori

Ma non è giusto che a pagare siano sempre gli stessi, i consumatori, quando vanno a fare la spesa al supermercato o il pieno di benzina.

E non solo perché ogni tanto ci piacerebbe che pagassero quelli che speculano e che questi rincari li determinano, guadagnando milioni, ma perché non si rispetta il criterio della capacità contributiva e della progressività previsto dall’art. 53 della Costituzione se si tassa a casaccio chi ha il torto di viaggiare di più magari solo perché è un pendolare costretto a prendere l’auto per andare in ufficio o perché con l’auto ci lavora.

Insomma, basta con gli automobilisti considerati polli da spennare.

Autore: Mauro Antonelli

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