Cosa significa davvero tracciabilità del cibo? 

Marcella Mastrobuono
16 Giugno 2026
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Ormai davanti allo scaffale del supermercato ci chiediamo sempre più spesso da dove viene il cibo prima di comprare. La risposta sembra semplice, leggere l’etichetta. Nella pratica, però, l’etichetta ci dice solo l’ultima tappa di un percorso fatto di molti passaggi.

Per la carne, per esempio, c’è l’allevamento, la macellazione e poi lavorazione, trasporto, distribuzione e ognuno di questi passaggi è spesso gestito da aziende diverse, con sistemi di registrazione diversi tra loro, in Paese diversi. 

Cosa significa davvero tracciabilità 

Tracciabilità significa poter ricostruire, passaggio per passaggio, tutto il percorso di un alimento, non semplicemente sapere il nome del produttore. Sapere dove è nato o cresciuto, come è stato lavorato, a che temperatura è stato conservato, quanto tempo ha impiegato ad arrivare al negozio.

Oggi questa informazione esiste, ma è spesso frammentata: ogni azienda della filiera usa i propri strumenti e passare i dati da un’azienda all’altra richiede tempo, non sempre avviene in modo digitale e a volte, semplicemente, non avviene. 

Il risultato è che, se c’è un problema (per esempio un lotto di carne contaminato) ricostruire l’origine e il percorso esatto del prodotto può richiedere giorni. Nel frattempo, il prodotto resta sullo scaffale o viene ritirato in blocco, anche quando solo una piccola parte del lotto è davvero a rischio. Entrambe le soluzioni sono problematiche: per la sicurezza da un lato e per lo spreco dall’altro. 

La tecnologia che può cambiare le cose: la blockchain 

La ricerca sta sperimentando sistemi di tracciabilità basati sulla blockchain, una sorta di registro condiviso tra tutte le aziende della filiera, in cui ogni passaggio viene annotato in un momento preciso e non può più essere cancellato o modificato in un secondo momento, nemmeno da chi lo ha scritto. È come se ogni tappa del viaggio di un alimento lasciasse un’impronta permanente e verificabile da chiunque abbia accesso al sistema. 

Questo approccio risolve il problema della frammentazione delle informazioni. Invece di tanti registri separati e non comunicanti, tutta la filiera condivide la stessa fonte di informazioni, aggiornata in tempo reale.  

Cosa cambia? 

Un sistema di questo tipo può funzionare con un semplice QR code sulla confezione. Inquadrandolo con lo smartphone, il consumatore può in teoria vedere l’intero percorso di quello specifico prodotto.  

Per le aziende e le autorità di controllo, il vantaggio è ancora più concreto: in caso di allerta, diventa possibile risalire in pochi minuti all’esatto lotto interessato, isolando solo il prodotto realmente a rischio invece di ritirare quantità molto più ampie per precauzione. Meno spreco, quindi, e controlli più mirati. 

Più sicurezza e meno spreco lungo la filiera 

Un sistema di tracciabilità digitale permette di individuare subito un’anomalia, per esempio un’interruzione della catena del freddo, prima che comprometta l’intero carico, monitorando in tempo reale temperatura e condizioni di conservazione lungo tutto il percorso, dal trasporto refrigerato allo stoccaggio in magazzino. Un’informazione che oggi spesso emerge solo alla fine, quando il danno è già fatto e il prodotto va buttato. 

UNC e FoodGuard 

Queste tecnologie sono oggetto di sviluppo di FoodGuard, un progetto di ricerca di cui noi di UNC siamo partner insieme a tante realtà europee. FoodGuard lavora su diverse soluzioni per ridurre lo spreco alimentare e migliorare la sicurezza del cibo lungo tutta la filiera, dalla conservazione naturale ai sensori intelligenti, fino, appunto, ai sistemi di tracciabilità digitale. 

Sistemi di tracciabilità basati su blockchain non sono ancora la norma, ma la direzione è chiara: rendere visibile, verificabile e condiviso un percorso che oggi resta per lo più nascosto dietro l’etichetta. Per i consumatori questo potrebbe presto tradursi in qualcosa di molto concreto: inquadrare un QR code e sapere con certezza cosa si sta per mangiare, ma anche come è arrivato a noi. 

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del PROGETTO FOODGUARD – 101136542. 

Il progetto FOODGUARD ha ricevuto finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione Horizon Europe dell’Unione Europea nell’ambito dell’accordo di sovvenzione n. 101136542. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espressi sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione Europea o dell’Agenzia Esecutiva Europea per la Ricerca (REA). Né l’Unione Europea né l’autorità che eroga il finanziamento possono esserne ritenuti responsabili. 

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