Gli italiani non hanno paura dell’innovazione tecnologica, ma vogliono che sia davvero al loro servizio. È questa la fotografia che emerge dall’Osservatorio RI Generazione, la ricerca presentata il 18 settembre durante “Sprint Room – L’innovazione amica delle persone”, il convegno organizzato alla Camera dei Deputati da Sprint-Italia con il patrocinio dell’Unione Nazionale Consumatori.
Il convegno, ospitato dalla Vicepresidente della Camera Anna Ascani e introdotto da Massimiliano Dona (Presidente UNC), ha visto confrontarsi esperti e ricercatori come Gianni Bientinesi (Presidente Business Intelligence Group), Fjona Cakalli (tech reporter e conduttrice TV), Jacopo Ierussi (Presidente Assoinfluencer), Antonio Palmieri (Presidente Fondazione Pensiero Solido), Stefano Rossi (Psicopedagogista, scrittore e divulgatore) e Valerio Rosso (medico-chirurgo, psichiatra e psicoterapeuta).
Hanno inoltre partecipato i rappresentanti delle principali aziende tecnologiche: Anastasia Buda (Samsung), Cristina Camilli (Coca Cola), Filippo De Caterina (L’Oréal Italia), Luana Lavecchia (TikTok), Michele Rillo (iliad), Eugenio Serra (Meta Italia) e Mattia Tarelli (Google). Le conclusioni sono state affidate alle Onorevoli Giulia Pastorella (Camera dei Deputati) e Dolores Bevilacqua (Senato della Repubblica).
Una fiducia “condizionata” nell’innovazione
La ricerca, condotta da Business Intelligence Group su oltre 1.000 intervistati rappresentativi della popolazione italiana adulta, ribalta molti luoghi comuni sulla diffidenza degli italiani verso le nuove tecnologie. I dati mostrano una cittadinanza pragmatica e matura: abbraccia l’innovazione quando genera benefici concreti, mantiene un approccio critico quando non vede vantaggi tangibili.
L’indagine ha evidenziato diversi risultati inaspettati che modificano la percezione comune del rapporto tra italiani e tecnologia.
Il 63% degli intervistati ritiene che l’innovazione possa favorire una società più giusta e inclusiva, con percentuali ancora più alte tra i giovani (media 3.00 su 4 per i 18-24enni) e i residenti del Sud (2.87 vs media nazionale 2.71). Questo dato smonta il pregiudizio di una popolazione italiana tecnofobica e mostra invece una visione positiva del progresso tecnologico.
Il 74% si dichiara favorevole all’intelligenza artificiale quando applicata ad ambiti specifici, con particolare fiducia verso diagnosi medica (30%) e tutela ambientale (26%). La maggioranza degli italiani non rifiuta l’IA in blocco, ma valuta caso per caso l’utilità concreta.
Solo il 26% teme la perdita del lavoro a causa dell’automazione, un dato molto inferiore alle aspettative e al dibattito pubblico corrente. Questo suggerisce che gli italiani abbiano una percezione più equilibrata delle conseguenze occupazionali dell’innovazione tecnologica.
Dove gli italiani ripongono fiducia
La ricerca mostra chiaramente dove i cittadini vedono l’utilità dell’innovazione. In ambito sanitario, il 39% considera prioritaria l’innovazione in questo settore, con particolare interesse per diagnosi più accurate e cure personalizzate. La salute rimane il terreno dove la tecnologia è vista come più promettente e necessaria.
Per l’ambiente, il 22% punta sulla tecnologia per la tutela ambientale, dal monitoraggio all’efficienza energetica. Cresce la consapevolezza che l’innovazione possa essere uno strumento per affrontare la crisi climatica.
Nella casa intelligente, il 20% vede benefici nella domotica per comfort e sicurezza. L’abitazione diventa uno spazio dove sperimentare l’integrazione tra tecnologia e vita quotidiana.
Le vere preoccupazioni
Contrariamente a quanto spesso si pensa, la perdita del lavoro non è la preoccupazione principale. I timori reali degli italiani riguardano aspetti più sottili ma altrettanto importanti dell’impatto tecnologico.
L’uso improprio dei dati personali preoccupa il 44% degli intervistati, evidenziando come la privacy sia diventata una priorità nell’era digitale. I cittadini vogliono controllo e trasparenza su come vengono utilizzate le loro informazioni personali.
La disinformazione e manipolazione algoritmica inquieta il 38% del campione, mostrando una crescente consapevolezza dei rischi legati alla polarizzazione e alla diffusione di notizie false attraverso i canali digitali.
La geografia della diffidenza
L’analisi della diffidenza residua rivela aspetti importanti per le politiche di inclusione digitale. Solo il 26% degli intervistati dichiara di non fidarsi completamente dell’IA “in nessun caso”. Si tratta principalmente di persone over 65, con basso livello di istruzione e che vivono sole, categorie che richiedono maggiore attenzione nelle politiche di inclusione digitale.
La diffidenza maggiore emerge verso specifici ambiti di applicazione. I servizi pubblici e PA digitale raccolgono solo il 19% di fiducia, evidenziando come la digitalizzazione della pubblica amministrazione debba ancora convincere i cittadini della sua utilità. L’e-commerce e gli acquisti online mantengono ugualmente il 19% di fiducia, mentre comunicazione e social media si fermano al 14%, confermando le preoccupazioni sulla qualità dell’informazione online.




