Carne senza antibiotici? Perché è una dicitura che non ha senso

Agostino Macrì
25 Maggio 2026
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Non è raro trovare nelle etichette delle carni l’indicazione accessoria senza residui di antibiotici o senza antibiotici, come se la pratica di somministrare antibiotici fosse normale. Non è così. Attualmente l’impiego di antibiotici in zootecnia non è consentito, se non nei casi di alcune malattie infettive degli animali, sotto il controllo del medico veterinario.

Quando gli antibiotici nei mangimi erano considerati salutari

Ma non è sempre stato così. In passato, grosso modo intorno alla metà del secolo scorso, gli antibiotici si ottenevano dalla fermentazione di alcuni microrganismi (in particolare Penicillium, Aspergillus e Streptomyces ) su un substrato vegetale di cereali. Al termine della fermentazione si procedeva alla estrazione degli antibiotici e restava una biomassa in cui, oltre ai cereali, c’erano vitamine, diversi altri prodotti di fermentazione bioattivi, un arricchimento del contenuto proteico e, ovviamente, piccole quantità di antibiotici.

Questa biomassa aveva un ottimo valore nutrizionale per volatili, suini e bovini all’ingrasso. Inoltre, le piccole quantità di antibiotici agivano positivamente sulla flora batterica intestinale, eliminando i microrganismi potenzialmente patogeni. Per tali motivi si autorizzò l’impiego come alimento per gli animali. Visti gli effetti positivi sulla salute degli animali, e indirettamente sulla loro produttività, in un secondo tempo si autorizzò l’impiego di piccole quantità di alcuni antibiotici come additivi dei mangimi sotto forma di promotori della crescita.

Si fece molta attenzione alla possibilità di residui di antibiotici nelle carni e il problema venne risolto imponendo tempi di sospensione della somministrazione, in modo da consentire la loro eliminazione. Ma un pericolo ben più insidioso si stava facendo strada.

Il pericolo della farmacoresistenza

Già negli anni ‘60 ci si accorse che tale pratica poteva dare origine a dei fenomeni di farmacoresistenza, cioè la somministrazione di dosi subterapeutiche di antibiotici (come avveniva con la loro somministrazione come additivi dei mangimi) rendeva alcuni microrganismi, anche patogeni, insensibili, rendendo difficile curare animali e persone infette da questi microrganismi. Tale fenomeno venne evidenziato con un rapporto delle Autorità sanitarie del Regno Unito (Swann Report) del 1969, che raccomandarono di evitare l’impiego come additivo dei mangimi.

Tutte le norme che regolano i mangimi per gli animali nell’Unione Europea sono emanate delle Autorità comunitarie, che si avvalgono della consulenza di Commissioni Tecniche e Scientifiche composte da esperti di tutti gli Stati. Tale consulenza attualmente è svolta prevalentemente dall’EFSA (Autorità Alimentare Europea)

Norme più restrittive negli anni ’70

A partire dal 1970 si aprì un ampio dibattito sulla opportunità o meno di utilizzare gli antibiotici in alimentazione animale. Man mano che si approfondivano le conoscenze, venivano emanate norme sempre più restrittive, fino ad arrivare alla emanazione del Regolamento 1831/2003, che ha abolito la possibilità di utilizzare gli antibiotici come additivi dei mangimi a partire dal 1 gennaio 2006.

Resta comunque la possibilità di utilizzare gli antibiotici a scopo terapeutico, ma soltanto quando il medico veterinario che ha in cura gli animali da il proprio assenso e indica le modalità pratiche di utilizzazione, per evitare qualsiasi pericolo per i consumatori. Le regole sono così complesse e costose che quando compare una malattia negli allevamenti si preferisce sopprimere ed eliminare gli animali, infetti e potenzialmente infetti.

Come si può facilmente intuire le indicazioni di animali o allevamenti senza antibiotici sono pleonastiche, in quanto non si fa altro che rispettare le leggi. Rimane comunque la possibilità di trattamenti terapeutici che possono comportare il rischio di residui nelle carni, nel latte o nelle uova. Tuttavia tale rischio è molto limitato perché, come accennato, si adottano misure di prevenzione.

Possiamo stare tranquilli

Secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, i controlli analitici effettuati annualmente dimostrano che meno dello 0,5% degli alimenti di origine animale è irregolare.

Con il passare del tempo si è capito che la farmacoresistenza batterica non dipende soltanto da un uso non corretto degli antibiotici negli allevamenti, ma anche, e forse soprattutto, dall’uso che ne fanno i cittadini, come ricorrere agli antibiotici nelle malattie virali, abusi negli ospedali o ricorso sconsiderato a disinfettanti.

Si può concludere che le regole esistenti garantiscono la sicurezza di tutti gli alimenti, compresi quelli di origine animale, che troviamo negli esercizi commerciali legali (negozi, mercati, grande distribuzione) e che le indicazioni senza antibiotici sono pleonastiche e non danno garanzie aggiuntive.

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