I riconoscimenti di Patrimonio culturale dell’umanità conferiti dall’Unesco hanno lo scopo di salvaguardare e valorizzare usi, costumi, tradizioni locali, contesti ambientali, canti e linguaggi che rischiano di scomparire.
La procedura per diventare patrimonio dell’umanità
La procedura per conferire il riconoscimento prevede una prima fase in cui lo Stato (o più Stati) interessato individua il bene da riconoscere. Gli interessati devono quindi predisporre una documentazione con cui si motiva la richiesta, esaminata da una Commissione dell’Unesco che verifica la conformità alla definizione di patrimonio immateriale.
Il riconoscimento, attraverso un dibattito multiculturale, dovrebbe costituire una memoria per le future generazioni, dovrebbero essere infine adottate misure di salvaguardia del bene nel rispetto dei diritti umani.
Cucina italiana, espressione della nostra storia
Nel nostro Paese la preparazione del cibo affonda le sue radici sin dai popoli primitivi, che hanno imparato a utilizzare le materie prime provenienti dall’agricoltura, dall’allevamento degli animali, dalla pesca e dalla caccia.
Nel corso dei secoli, anche grazie allo straordinario sviluppo della civiltà contadina, c’è stata una continua elaborazioni di ricette, utilizzando anche materie prime di nuova introduzione (patate, melanzane, pomodori, cacao, frutti esotici, ecc.). È quindi sorta una cucina italiana profondamente radicata nel territorio, che riflette fedelmente le tradizioni e la cultura dei nostri “mille campanili”.
Proprio per queste peculiarità le nostre Autorità di governo hanno chiesto di riconoscere la nostra cucina come patrimonio immateriale. L’Unesco, sulla base della documentazione presentata dal nostro Paese, nel 2025 ha iscritto la cucina italiana nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Le motivazioni
Queste le motivazioni che con le quali è stato conferito il riconoscimento:
“La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale:
Miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie, l’elemento è associato all’uso di materie prime e a tecniche artigianali di preparazione degli alimenti. Si tratta di un’attività comunitaria che valorizza l’intimità con il cibo, il rispetto degli ingredienti e i momenti di condivisione attorno alla tavola. La pratica è radicata in ricette antispreco e nella trasmissione di sapori, competenze e memorie tra le generazioni. È un mezzo per connettersi con la famiglia e con la comunità, sia in ambito domestico sia nelle scuole o attraverso festival, cerimonie e incontri sociali.
Persone di tutte le età e di ogni genere partecipano a questa pratica, scambiandosi ricette, suggerimenti e racconti, con i nonni che spesso tramandano i piatti tradizionali ai nipoti. Le conoscenze e le competenze legate all’elemento vengono trasmesse sia informalmente all’interno delle famiglie sia formalmente nelle scuole e nelle università. Oltre all’atto del cucinare, i praticanti considerano l’elemento come un modo per prendersi cura di sé e degli altri, esprimere affetto e riscoprire le proprie radici culturali.
Esso offre alle comunità uno spazio per condividere la propria storia e descrivere il mondo che le circonda. Contribuisce inoltre a salvaguardare specifiche espressioni culturali, come la lingua e i gesti. La pratica favorisce quindi l’inclusione sociale, promuovendo al contempo il benessere e offrendo un canale di apprendimento permanente e intergenerazionale. Rafforza inoltre i legami, incoraggia la condivisione e promuove un senso di appartenenza”.
Il nostro Paese in precedenza ha avuto altri riconoscimenti come quello per la dieta mediterranea, l’arte del pizzaiolo napoletano, la transumanza, il manuale del campanaro, le celebrazioni celestiniane a L’Aquila, la coltivazione delle vite ad alberello nell’isola di Pantelleria. Alcuni di questi riconoscimenti riguardano soltanto l’Italia, altri invece sono in comune con altri Paesi.
Un elenco completo di tutti i riconoscimenti Unesco si trova qui.
Come si è sviluppata la nostra cucina
La cucina che ci descrive l’Unesco è quella di un Paese in cui l’agricoltura tradizionale era la principale attività, che fino agli anni ’50 del secolo scorso impiegava circa 10 milioni di contadini.
Le donne erano in grande prevalenza impegnate come “angeli del focolare” e confinate nei lavori domestici. La povertà era molto diffusa e per mangiare bisognava fare i conti con i cibi disponibili prevalentemente dal territorio. Si cercava di risparmiare negli acquisti, di riuscire a rendere gustosi i piatti con sapienti cotture, conservare le eccedenze trasformandole in conserve, salumi, formaggi, evitare ogni possibile spreco, mangiare il necessario nel rispetto delle esigenze nutrizionali.
In tale contesto era consuetudine la convivialità della famiglia nel consumo dei pasti che erano generalmente frugali. Tale convivialità si esaltava in occasioni di feste, ricorrenze, matrimoni, celebrati molto spesso nell’interno delle case o in campagna, nelle aie dei casolari dove il cibo era più abbondante. In ogni caso non si sprecava nulla e le cose non più commestibili andavano agli animali domestici (soprattutto maiali).
Con il passare del tempo il Paese si è industrializzato, c’è stata una graduale ed intensa urbanizzazione, è aumentato il benessere sociale e i cittadini hanno cominciato ad acquistare elettrodomestici, motocicli, auto. Il miraggio del benessere ha provocato l’abbandono delle campagne e la migrazione dei contadini verso le città.
Anche l’agricoltura si è industrializzata, con la comparsa delle colture agricole e zootecniche intensive che di fatto hanno marginalizzato quelle tradizionali, provocandone addirittura la scomparsa. La globalizzazione ha fatto il resto.
Cosa significa questo riconoscimento?
Il riconoscimento dell’Unesco alla cucina italiana non è soltanto onorifico.
Il nostro Paese si deve impegnare ad attuare le necessarie misure di salvaguardia, garantire la continuità e l’autenticità della nostra cucina. Inoltre, deve presentare rapporti periodici sul lavoro svolto e, particolare molto importante, evitare forme di sfruttamento commerciale che possono dare una immagine distorta.
In poche parole, il riconoscimento è attribuito alla nostra comunità nazionale e non alle Autorità. Queste ultime dovrebbero prendere delle iniziative per salvaguardare il valore culturale della nostra cucina e, magari, farla conoscere nel mondo.
Il pericolo è che il riconoscimento venga utilizzato in modo improprio per valorizzare strutture di ristorazione, aziende alimentari, grande distribuzione, attività turistiche, che con la copertura di italianità non fanno altro che proporre alimenti che poco hanno a che fare con la nostra tradizione.
Articolo realizzato nell’ambito del progetto “CARE – Conosci, Scegli, Proteggi” finanziato dal MIMIT. D.D. 12 maggio 2025