Il glifosate appartiene alla vasta categoria dei fitofarmaci (FF), meglio conosciuti come pesticidi, sostanze che “curano” le piante garantendo loro buone condizioni di salute.
La decisione del Presidente degli USA di intensificare la produzione del glifosate da utilizzare nelle colture agricole, merita alcune considerazioni.
Tutti i fitofarmaci sono pericolosi?
Appare evidente che la principale preoccupazione è quella di mantenere alto il livello produttivo, garantendo un buon livello di sicurezza degli alimenti prodotti, tenendo in scarso conto le ripercussioni che si possono avere sull’ambiente.
La maggior parte dei fitofarmaci non serve a curare le piante, ma agisce contro i loro avversari naturali (microrganismi, parassiti, insetti, piante, molluschi, ecc.), distruggendoli, per consentire una buona crescita e frutti di ottima qualità e sicurezza.
Tutti i fitofarmaci, prima della loro autorizzazione all’impiego, sono stati esaminati da autorevoli comitati scientifici, che ne hanno valutato l’efficacia “terapeutica” e i potenziali pericoli per la salute umana, compresi quelli legati alla eventuale presenza di residui negli alimenti. Sulla base di queste valutazioni è stato possibile definire le modalità di uso per prevenire possibili danni per i consumatori.
Di fatto, allo stato attuale, il rispetto delle regole garantisce la completa sicurezza degli alimenti prodotti con l’utilizzazione di fitofarmaci.
I danni dei fitofarmaci all’ambiente
Di tutti i fitofarmaci è stato valutato il possibile impatto ambientale, ma gli interessi a produrre quantità elevate di alimenti spesso hanno prevalso ed i rischi ambientali sono stati considerati di minore importanza. Eppure, i danni che si possono arrecare non sono trascurabili.
- Contaminazione delle acque superficiali, a seguito del dilavamento provocato dalle piogge, e contaminazione delle falde dovuta alla penetrazione dei fitofarmaci nel terreno. Ne può derivare una contaminazione delle acque potabili, danni ad alghe, molluschi, crostacei e pesci e conseguente alterazione degli equilibri ambientali acquatici.
- Persistenza e accumulo nel terreno, con danni alla microflora e alla microfauna nel sottosuolo (batteri, lombrichi, ecc.), che causa la perdita di fertilità del terreno.
- Gli erbicidi come il Glifosato distruggono tutti i vegetali al di fuori di quelli coltivati. Il bioaccumulo delle sostanze chimiche lungo la catena trofica rende di fatto impossibile la vita degli organismi erbivori che si trovano alla base della catena alimentare. I fitofarmaci sono assorbiti da piccoli organismi alla base della catena alimentare, alimento per organismi sempre più grandi. Nel passato c’è stato il caso DDT, che dai campi è arrivato a contaminare anche grossi animali viventi ai poli.
- Uccisione di insetti impollinatori, api in particolare, di predatori di parassiti (come le coccinelle), piccoli vertebrati e uccelli.
- Alcuni nemici delle piante sono in grado di acquisire una resistenza ai fitofarmaci. In questi casi può rendersi necessario cambiare o aumentare la dosi da somministrare alle piante coltivate.
- I trattamenti possono interessare anche aree adiacenti i campi coltivati, contaminandole in modo indesiderato. Nelle aree molto vaste di colture intensive i trattamenti sono fatti con l’ausilio di aerei che irrorano dall’alto i fitofarmaci, per cui esiste il pericolo che anche le persone che vivono nella zona ne siano esposti.
Possiamo difenderci?
Gran parte dell’opinione pubblica teme gli alimenti di origine vegetali per la presenza di residui pericolosi per la salute e sono molti ad alimentare questa paura, raccomandando, ad esempio, di lavare accuratamente la frutta e la verdura, pensando che i residui di fitofarmaci si trovino sulla superficie.
La realtà è ben diversa, perché i trattamenti con i fitofarmaci si fanno molto tempo prima del raccolto e gli eventuali residui si trovano nel corpo dell’alimento. Il lavaggio è utile e raccomandabile per togliere polvere o altri materiali estranei, ma non è particolarmente efficace per eliminare eventuali residui.
Cosa cambia l’agricoltura biologica?
Ogni anno in Italia si organizza un piano di controllo dei residui di fitofarmaci negli alimenti di origine vegetale in commercio. Normalmente, oltre il 99.5% dei campioni esaminati è perfettamente regolare.
Sono in molti a ritenere che una soluzione potrebbe venire dall’agricoltura biologica. Innanzitutto bisogna chiarire che, anche se in modo più limitato e selettivo, è possibile ricorrere all’impiego di fitofarmaci che però hanno un minore impatto ambientale.
Per quanto riguarda la sicurezza, non ci sono differenze significative tra gli alimenti biologici e quelli convenzionali. La vera differenza è il prezzo di vendita, che generalmente è maggiore per quelli biologici perché hanno costi di produzione più alti.
Una riduzione, se non l’abolizione, di fitofarmaci sarebbe molto utile per l’ambiente, ma si potrebbe avere una riduzione delle produzioni di alimenti di origine vegetale e costi più elevati di quelli sostenuti dagli altri Paesi, con un conseguente incremento delle importazioni.
Quale soluzione?
Per salvare capra e cavoli sarebbe necessario che il nostro Paese incrementi soluzioni innovative, come il ricorso a biotecnologie nella selezione delle piante, la graduale sostituzione dei fitofarmaci chimici con la lotta biologica, l’agricoltura di precisione con una utilizzazione razionale dell’acqua per l’irrigazione, l’utilizzazione di aree marginali.
Si tratta di soluzioni che richiedono scelte politiche importanti e coraggiose, che ancora non si intravedono.