La brutta storia dei sacchetti biodegradabili

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Come è noto in questi primi giorni dell’anno è divampata la polemica sui sacchetti di plastica a pagamento. Vediamo di cosa si tratta: da una parte c’è la giusta richiesta dell’Europa di ridurre l’utilizzo di plastica, dall’altra l’applicazione italiana della norma che sembra imporre il costo dei nuovi sacchetti sulle spalle dei consumatori. Siamo tutti d’accordo che la sostenibilità ambientale sia una priorità, ma non è ben chiaro perché i sacchetti biodegradabili (che dal primo gennaio sostituiscono le vecchie buste di plastica usate per i prodotti sfusi) non possano essere distribuiti a titolo gratuito!

LE NOVITA’ PER CHI FA LA SPESA

I sacchetti di plastica leggeri e ultraleggeri utilizzati per ortofrutta, carne, pesce, prodotti di gastronomia e panetteria sono, dunque, sostituiti dagli shopper biodegradabili e compostabili (con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento). Come detto, l’articolo 9-bis della legge di conversione 123/2017 -il cosiddetto decreto Mezzogiorno approvato lo scorso agosto- prevede che “il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite”.

Tradotto: i consumatori si ritrovano a pagare tra 1 e 5 centesimi per i sacchetti della grande distribuzione, mentre nei piccoli esercizi il prezzo può arrivare fino a 10 centesimi. C’è il rischio di un nuovo balzello, considerato che non ci sono alternative per evitarlo visto che sarebbe vietato portare da casa i sacchetti da utilizzare all’interno del supermercato: in una nota di chiarimento inviata alle insegne della Grande Distribuzione, il Ministero dell’Ambiente avrebbe chiarito che l’obbligo di pagare i sacchetti sarà accompagnato dal divieto di riutilizzo delle buste biodegradabili per ragioni igieniche. Ma le questioni ambientali si intrecciano a quelle pratiche-economiche: il divieto è da ricondursi anche ad un problema di tara per cui portando il sacchetto da casa è difficile utilizzare correttamente la bilancia a seconda della busta. L’effetto in ogni caso è  che una norma nata per evitare gli sprechi mette nero su bianco il divieto di riciclare i sacchetti!

Senza contare che la direttiva Ue 2015/720 (recepita dalla norma italiana) non prevede l’obbligo di pagare i sacchetti ultraleggeri; vien da chiedersi: perché nel nostro Paese invece sono i consumatori a doversi sobbarcare questi oneri?  Non è chiaro poi il motivo per cui, in nome della sostenibilità, si è scelto di privilegiare questi sacchetti di plastica biodegradabile (che comunque contengono una seppur minima percentuale di plastica) e non incentivare ad esempio l’utilizzo della carta.

A ciò si aggiunge una preoccupazione legata alle abitudini di consumo. La scelta di prodotti sfusi è sempre consigliabile per costo e freschezza, ma non creiamo così forse il rischio di indurre i consumatori ad acquistare prodotti confezionati (magari anche solo per protesta e insofferenza verso quello che è considerato un sopruso)? Se così fosse finiremmo per produrre più rifiuti di prima!

In conclusione resta l’amaro in bocca per il metodo adottato dal nostro legislatore con una specie di blitz di inizio agosto, inserendo questa norma in un provvedimento che non c’entra niente e -soprattutto- discostandosi da quanto previsto dalla Direttiva europea che, quanto ai costi dei sacchetti, lasciava l’onere a carico del consumatore come una delle possibili strategie per ridurre il ricorso ai sacchetti.

Quel che invece un legislatore attento ai cittadini avrebbe dovuto fare era di imporre anche un prezzo massimo per i sacchetti. E invece, si impone l’obbligo di utilizzo dei sacchetti (e pesanti sanzioni per i contravventori), ma poi si lascia libero l’esercente di fare il prezzo con il rischio di speculazioni nei prossimi mesi, quando si sarà abbassato il polverone… Se è vero che alle grandi catene di vendita questi costeranno poco più di 2 centesimi ciascuno, perché qualcuno li sta già vendendo a 3-4-5 centesimi?

COME DIFENDERSI?

Come difendersi, allora? Per prima cosa facendo di necessità virtù: il nuovo sacchetto ultraleggero è compostabile e quindi può essere utilizzato per il conferimento dell’umido, evitando così l’acquisto di sacchetti specifici, ma a patto di non riempirlo troppo considerato che si tratta di materiali poco resistenti. C’è poi l’opzione di portarsi i sacchetti o le retine da casa, per confezionare frutta o verdura sfusa, non è vietato espressamente dalla legge, ma i supermercati non sono attrezzati per gestire una massa eterogenea di shopper di fattura e peso diversi, che devono comunque essere igienici e trasparenti, per consentire alla cassiera di controllare il contenuto.

Ecco perché sostengo che la Gdo sta perdendo un’occasione: quella di farsi sentire in questo dibattito offrendo soluzioni che vengano incontro al consumatore! Potrebbe offrire i sacchetti ad un prezzo infinitesimale oppure consentire di portarsi il proprio sacchetto o contenitore da casa senza trincerarsi dietro fantomatiche direttive ministeriali che ne farebbero divieto! E non solo: magari facendo ricorso alla fantasia (che non manca nelle tamburellanti campagne pubblicitarie di questo o quel supermercato), dimostrarsi davvero vicina alle persone (e all’ambiente) prendendo esempio da quel che accade altrove dove alcune insegne hanno introdotto propri imballi riutilizzabili per alimenti sfusi, denominati Multi-Bag, realizzati in cellulosa certificata FSC. Con questa misura, una catena svizzera afferma di aver ridotto il consumo di sacchetti di plastica alla cassa di oltre l’85 per cento senza imporre sovrapprezzi ai consumatori (se non il costo iniziale della sporta).

Evidentemente per questi imprenditori era davvero importante l’impatto ambientale: i sacchetti realizzati in materiali sostenibili adatti a consentire di rimuovere con facilità le etichette dei prezzi così che il sacchetto (lavabile in lavatrice) fosse riutilizzabile. Come ci segnalano alcuni consumatori, per evitare di pagare il peso della Multi Bag, la frutta e la verdura devono essere pesate senza il sacchetto e imbustate solo in seguito. E non solo, è possibile riporre diverse varietà di frutta e verdura nello stesso sacchetto dove  tutte le etichette dei prezzi vengono applicate prima di passare alla cassa.

Ma da noi, si sa, sono i legislatori a decidere obblighi e sanzioni e in pochi ad approfittarne!

Autore: Massimiliano Dona
Data: 3 gennaio 2017

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marco soresina

sarei disposto e contento a comprare una o più borse consone (retine del materiale adatto), e a disinteressarmi del loro peso come tara quanto uso la bilancia dei supermercati, piuttosto che sottostare a questo spiacevole “inghippo” di tarda legislatura. Che con l’ambiente, diciamolo, non c’entra nulla.

Lidia

Oggi ho acquistato una confezione di pomodori ciliegia già confezionati in un cestino in PET riciclabile che logicamente non ho inserito nel sacchetto ma mi è stato addebitato alla cassa il costo di 2 cent. della borsina che non ho preso. È giusto??? Grazie per una vs. risposta

Madeo

Mi pare ovvio che si voglia scaricare sul consumatore il costo del sacchetto per non scontentare i produttori di sacchetti compostabili, sacchetti che acquistiamo a parte per fare la differenziata (come se la raccolta differenziata fosse solo un dovere del consumatore). Mi pare ovvio che il costo del sacchetto compostabile deve essere a carico del venditore a sua volta sovvenzionato dal comune, dalla regione, e dal governo, anche e soprattutto per evitare le speculazioni. Noi la nostra parte o il nostro dovere, lo facciamo già, differenziando la spazzatura!

Ugo visciani

Vuol dire che a frutta e verdura la compero solo al mercato oppure in frutterai dove non ci sono queste prese in giro
Comunque non è una direttura europea appena scoperta da ma un piccolo aiuto ad un’amica di renzi di appena quattrocento milioni di€ l’anno è solo un piccolo business creato da quel cretino di Renzi grazie

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