Riforma del copyright: una sconfitta per la libertà di informazione?

L'europarlamento vota a favore della riforma del copyright

Lo scorso 26 marzo con 348 voti a favore, 274 contro e 34 astensioni il parlamento europeo ha approvato la riforma del copyright nel mercato unico digitale. Dopo due anni di negoziati complicati si è dunque concluso l’iter della direttiva europea che modifica le norme sul diritto d’autore. Adesso i riflettori si spostano sugli Stati membri dell’Ue che nelle prossime settimane dovranno recepire la decisione dell’europarlamento. La riforma entrerà poi in vigore due anni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue. Si tratta di una riforma molto discussa per approvare la quale, in questi anni di trattative, è stato difficile mettere d’accordo da una parte coloro che ritengono prioritario garantire agli utenti del web la libertà di informazione, dall’altra coloro che invece si sono battuti per far riconoscere un’adeguata remunerazione ai titolari dei diritti autore.

Gli obiettivi della riforma

Il principale obiettivo della riforma del copyright è far sì che diritti e obblighi previsti per il riconoscimento del diritto d’autore si applichino anche online. In pratica, dal momento in cui la riforma entrerà in vigore i soggetti che gestiscono la veicolazione di contenuti sul web – in primis colossi come YouTube, Facebook e Google News – dovranno condividere i loro ricavi derivati dalla condivisione di questi contenuti con artisti, giornalisti, musicisti, interpreti e sceneggiatori che li hanno prodotti, così come con gli editori. Quest’ultimi avranno così più potere per ottenere dei compensi dalle piattaforme che diffondono i loro contenuti. Nel testo della riforma viene specificato che saranno le piattaforme online le responsabili dei contenuti che gli utenti caricano. Per questo motivo per impedire che vengano pubblicati contenuti protetti dal diritto d’autore dovranno “controllare” i loro utenti, rimuovere tutto ciò che è illecito e utilizzare dei filtri per prevenirne la futura pubblicazione. Non tutte le declinazioni di contenuti visivi, musicali o testuali saranno soggetti a questi vincoli. È il caso dei meme (vale a dire le immagini satiriche tratte da film o serie tv) e delle gif. Potranno essere condivisi senza vincoli anche gli hyperlink ad articoli di attualità, purché siano accompagnati solo da “singole parole o brevi estratti”. Per la diffusione di “snipett” (ossia gli estratti di testo con cui gli articoli di giornale vengono indicizzati sui motori di ricerca), gli aggregatori di notizie dovranno limitarsi a far comparire solo un testo “molto breve”. La direttiva non riguarderà le enciclopedie online che non hanno finalità commerciali (come Wikipedia) e le piattaforme software open source (come GitHub), così come i contenuti utilizzati per l’insegnamento e la ricerca scientifica. Limiti meno stringenti saranno previsti per le startup che abbiano meno di 5 milioni di utenti unici al mese e meno di 10 milioni di fatturato l’anno. Mentre per quanto riguarda nello specifico i giornalisti, per il riconoscimento dei ricavi derivati dalla condivisione dei loro articoli essi dovranno avvalersi sul loro editore e non direttamente sulle piattaforme online.

I dubbi restano

Il vicepresidente della Commissione europea Andrus Ansip è convinto che questo accordo garantirà “diritti per gli utenti, una remunerazione giusta per gli autori, e chiarezza di regole per le piattaforme”. Sono in tanti però in Europa a pensarla diversamente. C’è chi fa notare che le norme contenute nella riforma sono confuse e, soprattutto, lasciano troppa discrezionalità ai singoli Stati membri nel definire cosa sia un sito di notizie e cosa invece una piattaforma online, il che porterà quasi sicuramente ad avere 28 legislazioni diverse (per quanti sono i Paesi membri dell’Ue) e a non tutelare i titolari di copyright più deboli. Inoltre, seppure la direttiva non impone alle piattaforme di attivare dei filtri per impedire la condivisione di materiale coperto da copyright, è inevitabile che colossi come Google News, Facebook e YouTube proveranno da subito a tutelarsi (in alcuni casi lo stanno già facendo) finendo per censurare automaticamente anche materiale legale. In generale, la sensazione è che questa riforma non sia riuscita a coniugare la sacrosanta tutela del diritto d’autore con la facilità di accesso alle news, salvaguardando la libertà della rete e il diritto dei consumatori a un’informazione libera ed accessibile. Il fatto poi di addossare la responsabilità assoluta alle piattaforme di condivisione online su cosa viene condiviso dagli utenti andrà per forza di cose a colpire il pluralismo e la diffusione delle notizie, rischiando di trasformarle in censori.

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Autore: Rocco Bellantone
Data: 1 aprile 2019

 

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