Quantitative easing: a che punto siamo?

Con il termine Quantitative easing (o QE), che letteralmente significa alleggerimento o allentamento (easing) quantitativo (quantitative), si indica una politica monetaria non convenzionale con la quale la banca centrale di un paese, intervenendo sul sistema finanziario ed economico, acquista sul mercato titoli di vario tipo (di Stato e non), aumentando così la moneta in circolazione, rilanciando l’economia.

Questa politica ha l’effetto di tenere bassi i tassi d’interesse e consente di iniettare sul mercato una grande massa di liquidità. In questo modo la Banca Centrale Europea (Bce) e la Banca centrale degli Stati Uniti (Fed) hanno sostenuto l’economia durante la crisi.

I bassi tassi di interesse, infatti, diminuiscono l’onere del debito pubblico, ossia gli interessi pagati ai possessori di titoli di Stato, riducendo il rischio di manovre correttive e aumenti di tasse per far quadrare i conti pubblici (vi ricordate la stangata del prof. Mario Monti nel 2011 ed il famoso spread?), consentono maggiori margini di manovra per politiche fiscali espansive, ed, infine, permettono un aumento degli investimenti, facilitando l’accesso al credito sia per le famiglie che per le imprese. L’aver immesso liquidità nel sistema ha spinto, finalmente, gli istituti bancari a riaprire i rubinetti del credito e ad accogliere le richieste di privati ed aziende, che hanno potuto usufruire di tassi di interessi bassi e condizioni vantaggiose per fare un mutuo o accedere ad un prestito.

Anche chi aveva già in corso un finanziamento ha potuto rinegoziarlo con la propria banca o trasferirlo ad altro istituto di credito, con la surroga del mutuo.

Insomma, il QE è sicuramente positivo per il Paese, le aziende e le famiglie, anche se ha, come effetto negativo, come controindicazione, quello di un aumento dell’inflazione, che non fa certo bene ai consumatori, dato che riduce il loro potere d’acquisto. Ma, è proprio il caso di dire, è un “prezzo” da pagare per la crescita.

Il presidente della Bce, Mario Draghi, quando il 22 gennaio 2015 annunciò, per la prima volta, un “vasto programma di acquisti di titoli” da 60 miliardi di euro al mese, si prefisse come obiettivo un livello dei prezzi vicino al 2%.

Ora, però, il QE, dopo vari aggiustamenti intercorsi, come la riduzione degli acquisti a 30 mld al mese, sta volgendo al termine, attualmente fissato per la fine di settembre 2018.

L’8 marzo 2018 la Bce ha cancellato la possibilità, fino ad allora prevista, di poter espandere il piano di acquisto titoli, nel caso di prospettive meno favorevoli, ossia di poter passare da 30 miliardi al mese ad un ammontare più elevato. Rimasta, invece, la formula secondo la quale gli acquisti saranno effettuati sino a fine settembre 2018o anche oltre se necessario“, espressione che ha sempre rassicurato i mercati.

Ma la fine del QE, comunque, è ormai vicina. La conseguenza, anche se non immediata, sarà un rialzo dei tassi di interesse. Considerate, quindi, questo aspetto, se state per stipulare un mutuo, verificando se, in tal caso, potrete sostenere un aumento della rata.

Anche il Governo farebbe bene a considerare il problema di un aumento degli interessi pagati sul debito pubblico, prima di ridurre tasse o elargire bonus e agevolazioni fiscali in modo generalizzato a tutti, anche a chi non ne ha effettivamente bisogno.

Autore: Unione Nazionale Consumatori
Data: 27 marzo 2018

 

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