Apertura dei negozi: limitare la libera iniziativa sarebbe una restaurazione inaccettabile

commenta  |  pdf

L’apertura dei negozi rappresenta l’unica effettiva riforma di liberalizzazione intervenuta dopo il periodo delle cosiddette “lenzuolate Bersani”. Un qualunque passo indietro rispetto alla totale libertà di apertura rappresenterebbe, quindi, una restaurazione inaccettabile e anacronistica, indicativa di una incapacità di progredire verso un libero mercato, svincolato da restrizioni e regole assurde che certo non perseguono l’interesse dei consumatori e che -soprattutto- non rappresentano la volontà degli italiani. Innumerevoli sondaggi, infatti, dimostrano che la stragrande maggioranza dei cittadini, da anni, è favorevole a questa liberalizzazione.

Attualmente, dopo l’approvazione alla Camera, giace in Senato una riforma che vorrebbe tornare a restringere la libertà di apertura: ma andare contro la volontà degli italiani non pensiamo sia un esercizio di democrazia.

Le modifiche proposte, inoltre, dimostrano una concezione non liberale dello Stato: dico questo perché credo che il legislatore dovrebbe limitarsi a regolare i rapporti tra i privati quando si verifica un conflitto tra loro, con l’obbiettivo di dirimerlo garantendo la pacifica convivenza tra i consociati. Non dovrebbe invece intervenire a priori, limitando la libera iniziativa economica: non c’è alcun conflitto tra un commerciante, libero di aprire quando vuole, e un consumatore, libero di andare a fare acquisti quando più lo desidera. 

Rispetto ai lavoratori, usati spesso come paravento strumentale, è evidente che, in questo periodo di grave disoccupazione, negozi più aperti sono sinonimo, in primo luogo, di mantenimento dei livelli occupazionali e, in secondo luogo, di nuova occupazione e di contratti di lavoro part-time di tipo verticale, ad esempio per il week-end. Insomma, interesse del lavoratore non è certo la diminuzione e la riduzione dell’offerta di lavoro, ma il contrario. Negozi più aperti non sono sinonimo di sfruttamento, ma di opportunità maggiori. 

Rispetto poi all’ipotesi di possibili prevaricazioni da parte della grande distribuzione (Gdo) nei confronti dei dipendenti, costretti a lavorare loro malgrado, è evidente che per risolvere eventuali casi anomali, non si può modificare una norma generale, che risponde alla fisiologia del mercato, danneggiando la collettività, per risolvere singoli episodi patologici. Sarebbe ben assurdo che in epoca di sbandierate riforme del lavoro, dopo aver introdotto maggiore flessibilità anche rispetto alla possibilità dell’imprenditore di licenziare più facilmente, si impedisse poi a quello stesso imprenditore di poter aprire la sua azienda quando preferisce, solo perché il legislatore o i sindacati non sono in grado di regolare il rapporto di lavoro, di far rispettare il diritto del dipendente alle ferie, ad avere un orario di lavoro congruo e rispettoso della dignità umana, al sacrosanto riposo settimanale.

Le anomalie e le eccezioni in tal campo vanno perseguite con strumenti propri, peraltro già esistenti e i diritti dei lavoratori vanno fatti valere nelle sedi a ciò preposte, ad esempio a livello di contrattazione e di Ispettorati del lavoro. Semmai, il legislatore, se questi meccanismi non funzionassero, dovrebbe intervenire regolando meglio i diritti dei lavoratori e le loro tutele, non l’apertura dei negozi.

Dare al commerciante la libertà di poter scegliere quando aprire il suo negozio va incontro alla domanda dei consumatori, ossia alle loro diverse esigenze e necessità, soddisfa i loro gusti e bisogni, crea economie esterne, migliora l’allocazione delle risorse, aumenta l’efficienza del mercato e serve ad aumentare la concorrenza. Oggi, nella società moderna e nelle economie avanzate, gli acquisti si fanno 24 ore su 24. Basti pensare all’e-commerce, gli acquisti online che crescono a doppia cifra!

È su questo terreno che i negozianti “tradizionali” devono poter competere ad armi pari: poter acquistare comodamente da casa, durante le feste, di notte, quando più fa comodo, quando si ha un momento libero, nei ritagli di tempo. E’ questa la chiave del successo dell’e-commerce, a dimostrazione di come la flessibilità dell’orario di apertura e la comodità del negozio sempre aperto, la praticità, sono elementi che “pagano“. E sono esigenze fortemente avvertite dal consumatore.

Allora chiediamoci chi sta tramando per tornare indietro? Lo dico chiaramente: non i commercianti, ma i loro sindacati con la sponda di alcuni esponenti della politica “locale” che si fanno portavoce di una vecchia concezione dello Stato che, pur se federalista e meno centralista, vuole continuare a occuparsi delle stesse identiche cose di prima, a legiferare sulle stesse materie, a interessarsi di regole che andrebbero lasciate al libero incontro della domanda e dell’offerta, al libero mercato e alla libera iniziativa privata.

Credere ancora che il Governatore di una Regione possa, attraverso leggine e norme attuative, regolare la vita del cittadino, dettando i tempi della sua vita, è un esercizio di presunzione, oltre che una riduzione della sfera di libertà dei consumatori e, dal punto di vista economico, un peggioramento nell’allocazione delle risorse.

La pianificazione in questo ambito, c’è già stata e si è rivelata un fallimento! Le riunioni presso i Comuni, con gli scontri tra sindacati, commercianti e associazioni di consumatori alla presenza del sindaco o dell’assessore al commercio, per decidere se far aprire una domenica in più: sono un capitolo passato che speriamo non torni perché simbolo di un’economia dirigistica che ha solo creato vincoli, aumentato la conflittualità (tipico lo scontro ideologico e tutto politico sull’apertura simbolica del primo maggio), rendendo il mercato meno competitivo.

La neutralità rispetto a questa questione, invece, ossia la separazione tra la sfera politica e quella religiosa o personale, demandata alla scelta del singolo commerciante, garantisce il pluralismo ed il diritto di libertà. Ogni singolo commerciante, in relazione alle sue convinzioni, secondo un principio di libertà e di autonomia intellettuale e morale, sceglie, in base al proprio progetto di vita ed in base al valore dell’autodeterminazione, se restare aperto oppure no. 

Al di là della difesa corporativa delle associazioni di categoria dei commercianti, che semplicemente temono di perdere altro potere, i commercianti, quelli veri in carne e ossa, sono ben contenti di poter aprire il negozio quando vogliono, e, perché no, di poterlo anche chiudere prima. Libertà di aprire, infatti, significa anche libertà di chiudere. Anche ridurre gli orari può significare un’allocazione più ottimale delle risorse.

In conclusione: per difendere orticelli sindacali o incostituzionali poteri della politica regionale si fa tanto rumore per una cosa che sarebbe tanto semplice lasciare così com’è….

Autore: Massimliano Dona
Data: 27 aprile 2017

   Hai bisogno della nostra assistenza? Contattaci

Vuoi commentare questo articolo? Usa questo spazio.

Usa questo spazio solo per i commenti. Per le richieste di assistenza invece vai qui.

xAvvertenza

* Campi obbligatori

I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di consumatori.it e dei moderatori eccetto i commenti inseriti degli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di consumatori.it hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di consumatori.it invita ad un uso costruttivo dei commenti.

*

Unione Nazionale Consumatori è membro di TUTTOCONSUMATORI CONSUMERS INTERNATIONAL CONSUMERS' FORUM

Unione Nazionale Consumatori è membro di:
TUTTOCONSUMATORI
CONSUMERS INTERNATIONAL
CONSUMERS' FORUM

© 2017 Unione Nazionale Consumatori
© 2017 Unione Nazionale Consumatori