Oxfam: Italia, il 5% più ricco ha come tutto il 90% più povero

Il Rapporto Oxfam “Bene pubblico o ricchezza privata?”, uscito sulla stampa per via della notizia che i 26 individui più ricchi al mondo hanno la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità, ossia di 3,8 miliardi di persone, ha dedicato un capitolo anche alla situazione italiana.

Ebbene, alla fine del primo semestre del 2018 la distribuzione della ricchezza nazionale italiana netta (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 8.760 miliardi di euro, registrando un aumento di 521 miliardi in 12 mesi) vede il 20% più ricco degli italiani detenere il 72% della ricchezza nazionale, il successivo 20% (quarto quintile) controllare il 15,6% della ricchezza, lasciando al 60% più povero dei nostri concittadini appena il 12,4% della ricchezza nazionale. In particolare, l’ultimo quintile, ossia il 20% più povero, detiene l’1,2% delle ricchezza complessiva.

Il top-10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possiede oggi oltre 7 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Confrontando il vertice della piramide della ricchezza con i decili più poveri della popolazione italiana, il risultato è ancora più sconfortante.

In Italia la ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 43,7% della ricchezza nazionale netta) è pari a quasi tutta la ricchezza detenuta dal 90% più povero dei nostri connazionali. La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 24,3% della ricchezza nazionale) vale 20 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana.

La ricchezza dei primi 21 miliardari italiani dell’elenco stilato annualmente dal giornale statunitense Forbes (fotografata a marzo 2018) equivale alla ricchezza netta detenuta (a fine giugno 2018) dal 20% più povero della popolazione (ovvero 107,1 miliardi di euro).

L’evoluzione della quota di ricchezza detenuta dall’1% più ricco italiano mostra un trend di crescita a partire dal 2009, ad eccezione del calo verificatosi nel 2016 e 2017. La quota di ricchezza detenuta a metà 2018 (24,33%) supera di circa 1,5% quella detenuta dal top-1% a inizio del nuovo millennio.

Nei 19 anni intercorsi tra l’inizio del nuovo millennio e il primo semestre del 2018, le quote di ricchezza nazionale netta detenute dal 10% più ricco dei nostri connazionali e dalla metà più povera della popolazione italiana hanno mostrato un andamento divergente. La quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco, in risalita dal 2009, si è attestata a fine giugno 2018 al 56,13%, il record dal 2000 (quando era il 50,57%) ad oggi, mentre la quota della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, passando dal 13,1% di inizio millennio ad appena il 7,85% a metà 2018.

Gli squilibri distribuzionali si vanno acuendo: l’andamento dell’indice di Gini della ricchezza italiana mostra, dal 2003, un trend crescente (+8 punti Gini tra il 2000 e giugno 2018).

La distribuzione nazionale del reddito equivalente disponibile nel 2016 vede il 20% dei percettori di redditi più elevati detenere il 39,4% del reddito complessivo, una quota superiore a quella detenuta (37,2%) complessivamente dal 60% più povero. L’evoluzione temporale delle due quote è rimasta pressoché invariata dal 2009, con la minima distanza (1,2%) registrata nel 2010 e la massima (2,5%) nel 2015.

Tra il 2015 e il 2016 in Italia è calato il rapporto interquintilico (rapporto tra la quote di reddito equivalente disponibile detenuta dal 20% più dei percettori di redditi più elevati e quella detenuta dal 20% dei percettori di redditi più bassi), pur restando ancora lontano dal minimo (5,2) registrato nel 2007. Su base annua, tra il 2015 e il 2016, il reddito equivalente complessivo del quintile più povero dei nostri connazionali è cresciuto, in termini reali, del 7,7% contro un aumento dell’1,9% del 20% più ricco. Un segnale positivo, sebbene il 20% debba ancora recuperare una contrazione, rispetto al 2009, della propria quota di reddito del 14,3% in termini reali contro le contrazioni che variano fra i 6 e gli 8 punti percentuali per gli altri quintili di reddito.

L’andamento dell’indice di Gini del reddito disponibile equivalente, mostra un trend sostanzialmente statico nell’ultimo decennio, con un ridotto calo tra il 2015 e 2016, seppure ancora distante del minimo registrato nel 2007. Un trend piatto ma a un livello estremamente elevato, se raffrontato alla media (30,3) dei Paesi europei nel 2016, che vede l’Italia in diciannovesima posizione per equità distributiva tra i Paesi dell’Unione per cui sono disponibili i dati.

L’Unc da tempo denuncia che le difficoltà delle famiglie italiane dipendono anche dal mancato rispetto del criterio della progressività del nostro sistema tributario, fissato dall’art. 53 della Costituzione.

 

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